
La torta che non c’era
Serie: Nastro adesivo per le piccole crepe
- Episodio 1: La voce che profuma di Londra
- Episodio 2: Momenti rubati al tempo
- Episodio 3: Il segreto della gonna rosa
- Episodio 4: Una vita mai vissuta
- Episodio 5: Lettere dal Passato
- Episodio 6: Viaggio a senso unico
- Episodio 7: La torta che non c’era
- Episodio 8: Ancore di carta
STAGIONE 1
«Arrivo tra una settimana» comunicai ai miei genitori al telefono. «Rimarrò una decina di giorni, non di più.»
«Che bello!» esclamò entusiasta mia madre. «Cosa ti preparo?»
«Fai una torta, per favore» chiesi dopo un attimo di riflessione.
«D’accordo! Ti aspettiamo con ansia!»
Forse quel desiderio era l’eco di un sogno d’infanzia: avere una torta grandissima tutta per me. Adesso è tutto più semplice: vai al supermercato, scegli quella che preferisci o la ordini online. Hai l’imbarazzo della scelta: qualsiasi colore, forma o dimensione.
Quando ero piccola, però, era diverso. “La mamma prepara una torta” era una sorta di incantesimo magico che ti teneva incollata alla cucina, circondata dal calore del forno e dall’aroma avvolgente dei dolci appena sfornati. La crema che si raffreddava sul davanzale – irresistibile, tanto che ogni tanto ci infilavi il dito, assicurandoti che nessuno ti vedesse. Il tagliere di legno, testimone di tante feste di famiglia. La farina sparsa sul tavolo, il coltello affilato che raschiava i residui dai bordi delle teglie, l’asciugamano a fiori maltrattato.
Fuori era già buio. Le finestre aperte spalancavano l’odore del caramello bruciato verso il cielo della sera. E la torta – il dolce più bello e grande del mondo – troneggiava al centro della tavola. Ti sfidava. Preparata per te, ma da dividere con tutti. Eppure avresti voluto mangiarla da sola, tutta quanta! Anche a costo di avere mal di pancia dopo. Del resto, era andata peggio con le mele verdi o le albicocche l’ultima volta.
Mi sorpresi a riflettere sul motivo per cui stessi andando a casa. Mi mancava? No. Ne sentivo la necessità? Neanche. Forse, avevo bisogno del viaggio. Di incontri casuali, del silenzio, dell’imprevedibile e di quel senso di quiete profonda dentro di me. Perché quel luogo, che spesso suscita tanta nostalgia, per me era solo uno dei tanti. Parte del passato, un frammento del presente – niente di più. Sì, ci stavo andando perché dovevo. Perché era giusto farlo, perché è quello che fanno le persone per bene.
Che sia un bene o un male, non mi sono mai affezionata troppo a città o case. Non mi è mai costato nulla lasciare tutto e scomparire oltre il confine di una nuova vita. L’unica cosa che portavo sempre con me erano i ricordi. Troppo vividi, intensi, colmi di emozioni per abbandonarli nel passato. E la sera, quando la solitudine di un nuovo inizio si faceva sentire, prendevo i più belli e mi perdevo nella loro forza travolgente.
Sono una brava persona. Sto tornando a casa. Abbraccerò tutti, parlerò fino al mattino, sorriderò e saluterò con la mano. Dirò che mi sono mancati e che non voglio più andarmene. Sfoglierò vecchi album fotografici, chiamerò qualche amico, camminerò per i luoghi familiari. E il giorno dopo comincerò a sentire la mancanza della vita in cui il passato è rimasto lontano. Ma oggi, oggi sono una brava persona.
«E dov’è la mia torta?» ho chiesto con disappunto appena entrata in cucina, vedendo sul tavolo solo biscotti e caramelle comprate al supermercato.
«Oh, non ho fatto in tempo. La preparo domani mattina, va bene?» mi ha risposto mamma.
«Ma non si riuscirà a impregnare di sapore…» ho sospirato.
«No, è pasta sfoglia, non ci vorrà tanto tempo.»
«Va bene.»
La conversazione è scivolata su un altro argomento. Mi sono osservata da fuori, come se fossi un’estranea. Ecco mamma, che ascolta attentamente i racconti della mia vita in un altro paese. E poi c’è il patrigno, sempre pronto a interrompere per precisare dettagli o mettere in discussione quello che dico. È una brava persona, certo, ma non riesce ad accettare che io non abbia mai riconosciuto la sua autorità. Ogni volta cerca di affermarla con piccole provocazioni, ma io non reagisco. Sono troppo stanca. Non ho voglia di sprecare energie in discussioni inutili.
Desidero solo stare da sola. Auguro la buonanotte a tutti e mi ritiro nella mia stanza. Mi cambio, spengo la luce e mi infilo sotto le coperte. Torno a essere quella bambina che guardava il cielo notturno e sognava cose incredibili. Crescendo, aveva cominciato a immaginare il giorno in cui avrebbe lasciato per sempre casa e affrontato il grande mondo, un po’ spaventoso, da sola. Senza i soliti “questo non si fa”, “non farlo”, “la vita ti insegnerà”.
E avevate ragione – la vita mi ha insegnato tanto. Sono grata per ogni lezione, per le persone incontrate nel passato, per gli eventi che devono ancora accadere. A volte è stato doloroso, altre spaventoso, altre ancora troppo divertente. E qualche volta malinconico. Feste rumorose di sera e un chiosco di fast-food alle cinque del mattino. Scarpe costose gettate per terra accanto a un cane randagio, con cui non potevo non condividere un panino caldo.
Il mio piccolo universo. A volte scintillante, a volte grigio, a volte brillante, a volte disordinato. Un milione di frammenti separati – così diversi, strani e unici. Che corre disperatamente attraverso il tempo e lo spazio. Così meraviglioso nella sua solitudine e caparbietà…
Mi sono svegliata con il profumo familiare e tanto desiderato di dolci appena sfornati. Indossata in fretta una felpa e i pantaloni da ginnastica grigi, sono andata in cucina. Mi sono seduta al tavolo, immobile nell’attesa e con un entusiasmo infantile – mamma sta facendo una torta. Una torta intera. Solo per me.
Qualcosa però non andava. Tirato fuori un impasto caldo dal forno e messo a raffreddare su un tagliere, mamma ha preso una confezione di plastica. L’ha tagliata con le forbici, ha estratto un foglio rettangolare di pasta e l’ha steso sulla teglia prima di rimetterlo in forno.
«E questo cos’è?» ho chiesto, perplessa.
«Pasta sfoglia pronta. Quasi pronta» disse mamma con un sorriso tranquillo, come se niente fosse, continuando a lavorare sulla torta.
Presi l’involucro vuoto, lo distesi, lessi il nome e la descrizione. Poi lo appoggiai da parte: «Ma non è nemmeno per fare una torta. È una pasta normale. Non dolce.»
«Oh, ma sai quanto tempo ci vuole per preparare tutto? Ho messo più zucchero nella crema pasticcera – si impregnerà e sarà buona.»
«Perché non vuoi prepararmi una torta vera?» chiesi con la voce tremante.
«Qual è il problema?» rispose mamma, sinceramente sorpresa. «È una torta normale.»
«Io… torno una volta all’anno. Io… non ho mai chiesto niente» dissi, interrompendomi a fatica per il respiro spezzato. «Sei stata tu a voler preparare qualcosa. Perché me l’hai chiesto?»
Mi guardava come se davanti a lei ci fosse una bambina capricciosa e viziata, che pretendeva qualcosa di impossibile. Non capiva davvero perché fossi così turbata, perché avessi le lacrime agli occhi, perché mi stessi arrabbiando. In passato accettavo sempre tutto, senza pretendere niente di più, senza mettere gli altri in difficoltà o costringerli a sacrificare il loro tempo.
La sera mi aspettava una nuova torta – una vera. Quella che aveva richiesto un’intera giornata. Era esattamente come quella della mia infanzia. Ma non riuscii a mandar giù nemmeno un boccone. La magia si era spezzata.
D’ora in poi pretenderò. Insisterò e non mi accontenterò. Dirò, parlerò, parlerò ancora. Non c’è altra scelta. Altrimenti, invece di emozioni autentiche, ci si deve accontentare di qualcosa di artificiale, scongelato. Perché, se non pretendi di più, che motivo hanno gli altri di impegnarsi?
Un altro viaggio a casa e un’altra piccola delusione. Tieni duro, il mio piccolo universo, te lo chiedo per favore. Un giorno troveremo il nastro adesivo per tutte le tue piccole crepe. Te lo prometto. Ma per ora dormi – domani ci aspetta un nuovo viaggio. Ieri si è liberato un posto per un nuovo ricordo.
Serie: Nastro adesivo per le piccole crepe
- Episodio 1: La voce che profuma di Londra
- Episodio 2: Momenti rubati al tempo
- Episodio 3: Il segreto della gonna rosa
- Episodio 4: Una vita mai vissuta
- Episodio 5: Lettere dal Passato
- Episodio 6: Viaggio a senso unico
- Episodio 7: La torta che non c’era
- Episodio 8: Ancore di carta
“Altrimenti, invece di emozioni autentiche, ci si deve accontentare di qualcosa di artificiale, scongelato.”
Questa frase è semplicemente meravigliosa e racchiude un po’ l’anima di questo capitolo.
La tua scrittura è veramente bella!
Bello. Intenso, commovente. Il racconto scorre fluido. Le cose accadono e ti sembra di essere lì.
@RoccoMalaparte È davvero una cosa bellissima da sentire (leggere). Grazie!