
La vaccheria
Serie: I ragazzi della via Polli
- Episodio 1: I ragazzi della via Polli
- Episodio 2: La banda
- Episodio 3: Il cortile
- Episodio 4: La vaccheria
- Episodio 5: I Siciliani
- Episodio 6: Suole cuore e umore
- Episodio 7: Il fico
- Episodio 8: La caccia
- Episodio 9: La banca dei topi
- Episodio 10: Le biglie
STAGIONE 1
Bianca pedalava appresso a Dodi, con la sua Bianchina. Ale in testa e la signora Rina dietro a loro, tutti e quattro in bicicletta, per arrivare in quel luogo isolato, in mezzo al nulla, dove i nonni dei due bambini si occupavano delle vacche, del fienile, dei campi di foraggio, delle galline e dell’orto.
Quella fattoria, a una decina di chilometri dal paese, era il luogo più fantastico e avventuroso che avesse frequentato da piccola. Le grandi distese verdi di foraggio fresco, irrigato dai getti abbondanti delle piogge artificiali, erano come una selva fitta, dove intrufolarsi e nascondersi, durante i soliti giochi. Uno contava, con le mani sulla fronte appoggiate al muro, mentre gli altri correvano a imboscarsi.
“Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno… e non conto più per nessuno.”
La cosa più difficile era uscire allo scoperto e toccare il muro prima di essere visti, da quella foresta fatta solo di steli d’erba molto più alti della statura raggiunta dai tre bambini.
Bianca, in mezzo a quella distesa verde, aveva iniziato ad assaporare l’odore fresco e genuino della terra, dei vegetali e di altri elementi che facevano parte del sorprendente regno arboreo della campagna.
Per i tre piccoli esploratori principianti le cose da conoscere, o da assaggiare, erano tante.
Il muggito delle vacche con i vitelli che succhiavano le grosse mammelle turgide. Le lingue delle mucche che si allungavano fino a insinuarsi a prelevare il fieno dalle mangiatoie.
E poi la caccia ai frutti selvatici dei rovi, dei perastri, dei pruni e della malva, da cogliere e da gustare con il piacere unico di un bottino prelibato.
Per finire con una deliziosa merenda di pane civraxu, spalmato di panna fresca, del latte appena munto.
Tzia Lia, la nonna di Ale e Dodi, era una donna alta, magra, col viso grinzito. Tutta vestita di nero, dal fazzoletto fino alla gonna col grembiule. Agli occhi di Bianca appariva come una vecchia. In realtà era molto più giovane di certi cantanti, attori e personaggi vari che apparivano sulla copertina di Bolero o del Grand Hotel, ancora splendidi nell’aspetto, col viso truccato e il ritocco delle foto. E una voce che, spesso, lei e sua madre, si incantavano ad ascoltare, quando parlavano o cantavano alla radio.
Tzia Lia era una donna acqua e sapone. Il rossetto era per le attrici, per certe signore di città, o per le meretrici. Lei, per stare tra le vacche, a mungere, mettere il fieno e spalare lo sterco, non aveva bisogno di tingersi le labbra. Ciò che le serviva, la mattina, a colazione, per essere più energica, era una zuppa abbondante di latte, pane civraxu e caffè di cicoria. E i bidoni del latte riusciva a spostarli come fossero fasci di paglia.
Cenzo, il marito, anche lui era un fattore infaticabile. Si alzava prima dell’alba e crollava al tramonto, dopo la cena. Una minestra e una fetta di pane con un po’ di pecorino. “Un antru ziccheddu de biu nieddu, unu caschidu lompiu a Pramanteddu e borrobò su picciocheddu”*, diceva sua moglie.
Gli unici momenti di svago, molto raramente, quando andava a trovarli qualche amico o parente, erano la scopetta o la briscola. A ogni carta girata sul tavolo seguiva una rima.
«Ottu, pisci cottu.» (Otto, pesce cotto.)
«Noi, corrudu che u’ boi.» (Nove, cornuto come un bove)
«Sesi, bellu chi sesi.» (Sei, che bello che sei)
«Tresi, lompiu a peisi.» ( Tre, giunto al pie’)
Le rime baciate da quelle parti e in tutta la provincia e dintorni, erano espressioni molto diffuse di un linguaggio semplice e spesso ironico.
Potevano essere usate come benedizione verso qualcuno, oppure per maledire, o semplicemente per dare sfogo a un momento di rabbia, di malumore, di frustrazione.
Benedetta, la mamma di Bianca, a dispetto del nome che le avevano dato, spesso, quando sua figlia disobbediva o trasgrediva le regole dell’educazione che lei e suo marito le avevano imposto, iniziava con una serie di improperi poco poetici, ma con parole assonanti, tra un finale e l’altro.
Le rime nascevano spesso dall’improvvisazione, adattandole al contesto del momento. Esisteva, però, anche un vasto repertorio di frasi fatte che gli adulti conoscevano a memoria e utilizzavano spesso nei loro metodi pedagogici un po’ primitivi.
Una delle frasi che Bianca si era sentita ripetere più volte da sua madre era : “Totu s’annu feri feri”.
Quando lei, sollecitata più volte a ripulire la cameretta dalla polvere, mentiva spudoratamente, dicendo spesso: “L’ho già fatto ieri”.
La replica di Benedetta, contrariata dalla pigrizia e dalle bugie della figlia, aveva il significato di passare “tutto l’anno sbatti, sbatti”, il che non era un gran bell’augurio.
C’erano altre frasi ancora più pesanti che molti bambini e ragazzi si sentivano ripetere a ogni marachella, o piccolo guaio provocato in buona o mala fede.
Una delle tante maledizioni che non sortivano, comunque, alcun effetto negativo, era: “Guta sicca ti calidi”.
Se la maledizione avesse colpito con la stessa forza invettiva contenuta nel senso di quelle parole, quel territorio sarebbe rimasto spopolato di bambini e ragazzini, stecchiti di colpo, da qualche accidente fulminante.
In alternativa, quando le pretese dei figli sembravano eccessive o nei vani tentativi in loro discolpa per qualche malefatta, usavano parole che finivano in ai, come mai, sai o dai; allora la replica della madre, in qualche caso, era del tipo: “A chi ti potzanta spistiddai”. Dove il termine spistiddai significava rompersi le ossa del collo.
Bianca, quando Benedetta si arrabbiava con lei, non pensava che la mamma fosse cattiva o eccessiva, nelle sue esternazioni. Tutto ciò appariva normale. Non era l’unica: tante altre madri, comprese le zie, dicevano parole simili, ai loro figli.
Erano parole dure che rattristavano chi doveva subirle, ma agivano, per alcuni, come anticorpi, sulla durezza circostante del loro piccolo mondo. Erano utili, talvolta, per imparare a difendersi dalle aggressioni verbali, con parole altrettanto forti. Qualcuno le riversava su altri bambini che apparivano fragili, solo per sfogarsi. I più deboli diventavano il bersaglio da colpire.
Sua zia Mariolina, che ne aveva sette da combattere – come diceva lei – era solita minacciare i più discoli con un tubo di gomma in mano.
«Bruttu mandroni pudesciu, beni a innoi. Chi ti afferru ti sciusciu» (Brutto pelandrone puzzolente, vieni qui. Se ti prendo ti disfo).
E naturalmente, il malandrino si allontanava, a rotta di collo, finché lei non aveva sbollito la rabbia. Non lo avrebbe disfatto di sicuro, neanche se avesse dato fuoco alla casa. Era sangue del suo sangue, nutrito con il latte del suo seno, partorito con dolore, ma qualche punizione esemplare non poteva mancare. La più insopportabile delle pene era il suo viso di madre che non degnava la sua creatura neppure di uno sguardo. Solo uno di loro riusciva a farla sorridere dopo una forte arrabbiatura. Iniziava a raccontare qualche storia assurda come se fosse vera, incurante del fatto che la madre facesse finta di non ascoltarlo.
«Lo sai, o ma’? Nell’orto, dietro la casa del cugino di un amico di Carlo, il compagno mio di scuola, quello lì a conca ’e bagna**, ieri notte è successa una cosa incredibile. Sembra impossibile, ma lui ha giurato che è vero. Carlo lo conosce, non è uno che racconta balle. Era tutto buio quando è successo, neanche la luna nel cielo; poi… tutto a una volta, una grande luce. Un’astronave è atterrata nell’orto, dietro la casa e dopo, quasi subito, è ripartita. Quello lì, il cugino dell’amico di Carlo, li ha visti dalla finestra della sua camera. Ieri gli bruciavano gli occhi: è rimasto abbagliato. Te lo immagini, o ma’?»
E la madre, inizialmente, ci cascava sempre. Le baggianate che si inventava, più comiche che tragiche, in principio creavano un certo sconcerto, poi qualche altra perplessità; infine la madre si voltava, lo guardava e capiva che suo figlio era il solito burlone a cui perdonava sempre, qualsiasi cosa.
*“Un antru ziccheddu de binu nieddu, unu caschidu lompiu a Pramanteddu e borrobò su ‘piccioccheddu’ .” Un altro sorso di vino nero, uno sbadiglio sonoro giunto fino al paese chiamato Pramanteddu e giù, crollato, il ‘ragazzino’.
** A conca ‘e bagna: con i cappelli rossi. Letteralmente: la testa come salsa di pomodoro.
Serie: I ragazzi della via Polli
- Episodio 1: I ragazzi della via Polli
- Episodio 2: La banda
- Episodio 3: Il cortile
- Episodio 4: La vaccheria
- Episodio 5: I Siciliani
- Episodio 6: Suole cuore e umore
- Episodio 7: Il fico
- Episodio 8: La caccia
- Episodio 9: La banca dei topi
- Episodio 10: Le biglie
@cedrina No, non ho frequentato i suoi corsi e manco sapevo della loro esistenza! Però conoscevo qualcosa di lui, dato che questa tipologia di “materia” mi ha sempre interessato, nonché affascinato.
Provo una forte emozione ad immergermi un luoghi e abitudini che per me hanno profumo di casa, nonostante io sia giovane e non abbia vissuto in prima persona tutto questo. È tutto così perfetto, reale, senza giudizio. Dimostra che sai e/o hai sempre saputo, diversi segreti su come si diventa grandi autori.
Sono una grande lettrice e una piccola autrice. Un mio insegnante francese di psicobiologia sosteneva che gli scrittori sono tutti dei rigettati dalla famiglia. Io ho spesso la sensazione che potrei rientrare in questa categoria dei “ripudiati” e se J. C. Badard avesse ragione, avrei ancora qualche possibilitâ di diventare una vera scrittrice.
☺
Grazie Loris, poi mi dirai se la teoria di Badard ti sembra assurda o plausibile.
Il signor J. C. ne sa, e non poco. Condivido a pieno il suo pensiero sullo svilupparsi delle malattie, il che copre secondo me la loro causa a un buon 80/90%. Per quanto riguarda il rigettati dalla famiglia ti dirò, a volte ci si può sentire così anche se effettivamente la famiglia non ti ha mai rigettato davvero. Per cui un altra cosa in cui mi trovo d’accordo e in cui io stesso, mi immedesimo!
Hai frequentato anche tu i suoi corsi a Cagliari, in viale Merello?
La campagna è veramente dura. Trovo carine le burbere minacce degli adulti prive di qualsiasi reale forma di violenza.
So quanto possa essere duro lavorarci: Tanta stanchezza fisica, schiena a pezzi e, spesso, pochi profitti. Per quei tre bambini in gita, però, era un posto magico, dove scomparire e riapparire dalla “selva” del foraggio.
Grazie Giuseppe.
Premesso che bevo regolarmente il caffè di cicoria (buonissimo, tra l’altro) in sostituzione del caffè normale, a causa di problemi di stomaco, è sempre molto bello leggere gli episodi di questa serie, che guarda al passato, ma con occhio riflessivo anche sul presente.
Sì, il caffé di radici di cicoria o tarassaco tostato lo vendono tuttora, lo si trova soprattutto tra i prodotti bio.
Vorrei ringraziarti, Giuseppe, in modo particolare per aver messo in evidenza il mio sguardo rivolto al passato con un occhio riflessivo anche sul presente. Nessuna pretesa di stabilire quale sia migliore; sono anzi convinta che ogni periodo abbia i suoi aspetti positivi e i suoi aspetti negativi. Una cosa peró é certa: stiamo perdendo molto, a cominciare dall’ambiente naturale e dai rapporti umani, che sono di vitale importanza.
Di nuovo una selva di complimenti Maria Luisa per questa serie, dove in ogni riga chi legge percepisce di stare assaporando, forse per l’ultima volta, il gusto di un gelato che sta per uscire di produzione, e non certo per mancanza di qualità.
Un gelato green, verde come il fieno, bianco come il latte delle mucche e con un po’ di rosso delle bacche selvatiche. Sapori, odori e pochi rumori che si possono ritrovare ancora, trascorrendo piú tempo in mezzo al verde, nei piccoli borghi, in montagna… Sono sicura che anche tu con la tua moto, evadi spesso, lasciandoti dietro le spalle tutto il grigio del cemento e delle polveri che respiriamo nei grossi centri urbani.
Grazie Roberto.
Il piacere che provo nel trovare i dialoghi in dialetto è difficile da descrivere. Quanta ricchezza che ancora qualcuno riesce a conservare!
Queste mamme un po’ goffe, nonostante i loro improperi, mi mettono tanta tenerezza: non c’è cattiveria nella loro disciplina e i figli lo sentono… bellissimo episodio anche questo
Grazie ShanLan, per me é come ricevere un altro regalo in piú, quando vedo che anche tu hai letto e commentato con la dolcezza delle tue parole. Le madri, quando erano arrabbiate parlavano a ruota libera senza rendersi conto, probabilmente, del peso che potevano avere i cosiddetti “frastimus”.
I dialetti, tutti: siciliano, napoletano, romanesco… mi divertono. Molte espressioni sono davvero buffe.
Mi sono divertita tanto, come sempre, a sbirciare il passato della nostra Bianca che aiuta anche me a tuffarmi nel mio. Bella questa tua serie che si legge benissimo fra l’italiano e il dialetto e quella forma d’amore che quasi oggi non esiste più.
Da piccoli, quando i nostri genitori venivano a scuola per parlare con la maestra e si rsprimevano soprattutto in sardo, noi bambini ci vergognavamo. Ora mi rendo conto che questa nostra lingua si sta perdendo ed é un peccato.
Grazie Cristiana, spero, con i prossimi episodi, di riuscire a introdurre alcune novitâ.
“niziava con una serie di improperi poco poetici, ma con parole assonanti, tra un finale e l’altro.Le rime nascevano spesso dall’improvvisazione, adattandole al contesto del moment”
La madre di Bianca, una poetessa 😂
La poetessa dei “frastimus”.😊
“Tzia Lia era una donna acqua e sapone. Il rossetto era per le attrici, per certe signore di città, o per le meretrici”
Io ho una prozia al contrario! Pensa che una volta è stata in ospedale, naturalmente stanzetta privata, e la suora, entrando, pronunciò esattamente questa frase ‘In questa stanza c’è odore di mondanità!’😂
Anch’io avevo una zia – sorella di mia madre – che non usciva mai dal suo appartamento, al secondo piano, nanche per comprare il latte nella rivendita al piano terra dello stesso palazzo, senza il suo rossetto rosa intenso. Lei, infatti, viveva in città. Era una donna piú moderna, rispetto alle sue sorelle che vivevano nei paesi vicini.
Credo che una tua peculiarità sia l’uso dei contrasti con le parole: passi da quelle dolci e canzonate dei bambini a quelle cariche di durezza degli adulti.
Assieme, creano un particolare equilibrio che mi piace molto!
Sï Mary, é una mia scelta consapevole, cercare di bilanciare il piú possibile il duro e il morbido o il dolce e l’amaro e mettere in evidenza i contrasti. Sappiamo che nella vita non é mai tutto bianco o tutto nero, la realtâ presenta sempre luci ed ombre e varie sfumature di grigio, ma se siamo ben disposti riusciamo a cogliere anche molti altri colori, intorno a noi, che possono rendere vivace e piacevole la nostra esistenza.
Grazie Mary, oltre ad essere un’autrice promettente, sei anche una lettrice attenta. Due qualitâ che si rafforzano a vicenda.
È un’abitudine che conosco anch’io, ma non posso scrivere pubblicamente certe rime che venivano fuori a muratori e altri “mastri” dalle mie parti.
Caffè di cicoria?
Immagino. Anche da noi certe espressioni di chi svolgeva un lavoro duro e doveva sottostare agli ordini, spesso sotto le intemperie, rischiando di farsi male con gli agttrezzi o per le norme di sicurezza quasi inesistenti, avevano un altro “stile” rispetto alle rime poetiche classiche e richiederebbero qualche ritocco, se non una doverosa censura.😂
Grazie della tua lettura e per la condivisione di uno dei tanti punti in comune tra le nostre due isole. Nel prossimo episodio sarete anche voi, in parte, i protagonisti.
Non so se fosse una caratteristica del linguaggio popolare sardo o se fosse così anche in altre parti d’Italia, o magari solo del sud, quest’abitudine di rimare, in tante circostanze e con intenzioni molto diverse tra loro. É qualcosa che ho assorbito soprattutto negli anni dell’infanzia, ma anche da adulta, lavorando. Avevamo molti pazienti anziani che si esprimevano spesso in rima. E quando scrivo ho sempre la tentazione di usare qualche rima nella prosa, in modo semiserio, giocoso.
Scrivere, piú il tempo che passa, aiuta a prendere le distanze anche dalle espressioni piú dure che abbiamo incassato da piccoli. Molti commenti, come lo sono anche i tuoi, addolciscono ulteriormente quei piccoli residui di amarezza rimasta.
Grazie Dea.
Mi ha molto colpita, tra le altre le cose, il modo in cui ci mostri l’uso delle parole. Possono essere filastrocche in rima nei giochi per bambini, che ci cullano e ci fanno divertire, o diventare le peggiori maledizioni nei rimproveri. E ancora, armi, dove chi le subisce a sua volta le rigira contro quelli ancora più deboli. E all’uso di certe espressioni siamo talmente abituati che escono da sole, e a quello che stiamo dicendo neppure ci badiamo piu. Ma in realtà ogni espressione ha un significato profondamnete diverso. Mi hai fatto riflettere su come l’abitudine ci porta spesso a sottovalutare, addirittura ignorare, il peso di ciò che stiamo dicendo. Lo buttiamo lì, magari anche ridendo, e mai più pensando che il malcapitato possa cadere sul colpo, o rimanerci secco davvero. Pero’, ecco, mi hai portata a riflettere sul fatto che, forse, soprattutto con i bambini, a quello che ci esce di bocca dovremmo dare qualche attenzione in più.
Detto questo, bellissimo episodio. Mi associo a Emiliano. Starei a farmi cullare all’infinito da questo tuo mondo e dalle sue immagini.
Scusami Dea, ho scritto la risposta al tuo commento in alto.
Quanto mi piace materializzarmi in queste campagne assolate, in questi vicoli colmi dei versi di galline e galli, i ragazzini urlano giocando poco distante e ci sono anche due gatti che si insultano miagolandosi contro la loro mascolina voglia di dominare quel cortile dove si affaccia, di tanto in tanto, una gatta rossa pienamente consapevole del suo fascino. Si avverte un odore di legno bruciato e spento versandoci sopra dell’acqua, il ronzio delle api, quello più potente dell’ape legnaiola, temuta da ogni bambino perché con il suo pungiglione può passarti una mano da parte a parte! Giro con gli occhi chiusi nei tuoi cortili e sorrido perché non capisco le frasi pronunciate dai suoi abitanti… fortuna ci sei tu che mi sussurri in un orecchio la traduzione. E niente… Se il limite di parole fosse centocinquantamila, penso che continuerei a leggerti, facendo pausa di quando in quando, per mangiare e andare in bagno, ma sempre desideroso di camminare con una spiga di grano in bocca, gustandomi ogni parola. ♥
I gatti non li ho nominati, ma non potevano mancare. Svolgevano funzioni fondamentali per la sopravvivenza. Riducevano la presenza dei topi, trituravano ed eliminavano molti rifiuti alimentari non commestibili, e attenuavano il senso di solitudine, soprattutto per chi, come tzia Lia e suo marito, vivevano isolati in aperta campagna.
Ho conosciuto realmente quel luogo e ti assicuro che, con occhi da bambini in gita, era non solo uno spasso ma, quasi, un paradiso terrestre.
Grazie di cuore, Emi.
Credo che, oltre che incoraggiarci “con grandi pacche sulle spalle” come ha scritto qualcuno, il nostro compito qui sia di darci a vicenda suggerimenti e critiche (magari in privato) ove opportuno. E io in genere se ho confidenza con l’autore faccio entrambe le cose. Stavolta un suggerimento (ma non una critica, perché a te non ne so fare e perché nel caso le farei in privato) te lo scrivo qui, e spero sia costruttivo.
La storia che ci stai raccontando, a fotogrammi singoli, è meravigliosa e bellissime sono le parole che usi ed il modo con cui ci porti direttamente dentro il mondo che descrivi.
Ma, se posso, vorrei pregarti di darci un finale, durante la terza stagione, che le unisca tutte, e che ci dia la consapevolezza che quei fotogrammi, visti in sequenza, raccontano tutti una storia unica.
Perché questa opera non deve restare una serie, deve diventare un romanzo. Se lo merita.
Non so se arriveró fino alla terza stagione ma… non mettiamo limiti alla provvidenza o all’impulso che ci danno le muse e i “Musi” che ci ispirano, ci danno suggerimenti o ci fanno notare gli errori. Un aiuto prezioso e impagabile. L’intenzione sarebbe di lanciare, a breve, la protagonista principale, cioé Bianca, a briglia sciolta, al galoppo, della sua fantasia di bambina, con pochi giocattoli a disposizione, pochi libri e molti divieti, compreso il continuo impedimento di giocare con i suoi amici fraterni di vico Polli primo, per il solo motivo che loro sono maschi e lei una femminuccia.
L’idea ë ancora molto vaga. La scaletta l’ho preparata sin dall’inizio – cosa che non faccio mai – e infatti non riesco a rispettarla neanche un po’.
Grazie, Giancarlo.
Mi sento più tranquillo 😅
Come faccio a farle un complimento che sia sentito, importante, nuovo? Mah! Lasciamo fare a Guttuso, altre parole non ci sono, è veramente unico e scomparso il mondo che stai creando. Come la Vuccirìa.
Leggo in internet: “La Vucciria é probabilmente il piú famoso dipinto e il capolavoro di Renato Guttuso.” Il tuo commento, quindi, con un simile paragone, é molto lusinghiero, cara Francesca, ma immeritato. Posso però convenire sul forte cromatismo che potrebbe avvicinare un piccolo racconto come il mio, alla grande opera pittorica dell’artista di Bagheria. “Reale – come ha scritto Maria Luisa Russo in un articolo su Palermoviva.it – senza la scala dei grigi.”
“La Vucciria é vita pulsante ma anche morte, nella realtâ così come nel dipinto.”
Nell’episodio La vaccheria, c’é poca morte e tanta vitalitâ. I vitelli forse, in parte, finivano al macello, ma, per fortuna, ai tre bambini quello strazio veniva risparmiato.
Grazie infinite, Francesca.
È il mondo, tutto insieme e tutto vivo!