La vecchia Beth

Serie: MEZZANOTTE COSMICA


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una serie antologica di racconti brevi ambientati in un mondo sull’orlo dell’apocalisse a causa di una tempesta solare chiamata “Mezzanotte Cosmica”. Ogni storia segue gli ultimi momenti di vita di diversi personaggi mentre affrontano il passato, in cerca di redenzione o liberazione

Raccontavo storie in una clinica per malati terminali.

Oliver si beccava gli Alzheimer. «Meglio un pubblico che non ci sta con la testa» diceva. Era un mago nel tenere su il morale degli sciancati.

Coi moribondi è un’altra musica; vogliono un finale, per sentirsi meno in colpa sulla soglia del cosiddetto paradiso.

Tutti in cerca di un senso, alla fine comprendono che la vita è soltanto una fregatura.

«E vissero felici e contenti…»

La vecchia Beth è stata la mia ultima. Prima di andarsene, passava il tempo a smerdare le mie storie e a rompere i coglioni per la zuppa fredda o i finali che mi inventavo.

«Che banalità!» con una sigaretta appesa alla bocca.

Nata in campagna: «Dove sono cresciuta io» raccontava «la cosa più vicina a una vagina era il naso di una vacca.» Non ho mai afferrato il senso.

In realtà, la vecchia Beth era la professoressa Elizabeth Kolawski, un pezzo grosso della facoltà di storia e filosofia della città.

Aveva un modo tutto suo di sparare sentenze. «Porca miseria, ragazzo, la tua istruzione ti ha ammollato.»

Mi prendeva sempre per il culo per le mie spalle curve e gli anni passati a seppellirmi nei libri.

Si portava dietro un’aura di disprezzo. Umiliava tutti, senza distinzione, come insetti da schiacciare.

Beth era piuttosto difficile, quindi mi sforzavo di gestirla.

«Buongiorno, Beth.»

«Buongiorno un cazzo, spaghetto!»

«Grazie, e tu come stai?»

«Che te ne frega?»

«Dormito bene?»

«Come il culo, ma dì all’infermiere di passarmi le solite pillole.»

«Beth, non è roba mia, sono qui solo per tenerti compagnia.»

«Con le tue storielle?»

«Magari potresti dirmi di cosa hai bisogno.»

«Mi servono i miei dannati libri!»

«Sai che non puoi.»

I medici le vietarono la lettura per i suoi problemi alla vista.

«Nessuno mi vieta un cazzo, gambe secche!»

«Altro che possa fare?»

«Voglio una sigaretta!»

«Beth… Sai che non posso.»

«Fai sempre quello che ti dicono?»

«La tua salute… fumare non è l’idea migliore.»

«Che ne sai tu di cosa è meglio per me?»

«Okay… non lo so.»

«E non accomodarmi.»

«Rispetto le regole del reparto.»

«Fanculo il reparto!»

«Beth, potresti cercare di non imprecare?»

«Fanculo, secco!»

Parlare con Beth significava imparare nuovi modi di insultare.

«Credi di imbambolarmi con i tuoi finali?»

«Che intendi?»

«Ti ho sentito, fai pena!»

«Perchè sono ancora qui allora?»

«Perché non avevi ancora avuto a che fare con me!»

«Molti qui cercano un po’ di pace.»

«Preferirei crepare adesso con un finale aperto.»

«Non invento le storie, Beth, nascono da sole.»

«Non le mie!»

La prima volta non si scomodò molto, ma poi cacciò fuori il meglio.

«Perché sono qui, a parte beccarmi insulti?»

«Mi hanno scaricato qui, pensavi fossi felice di vederti?»

«Cioè?»

«Eri incluso nel pacchetto, insieme ai corsi di pittura e al club dei coglioni anonimi.»

«Beth, io voglio solo fare il mio lavoro.»

«Tutti lo vogliono, e poi andare felici e contenti.»

«Perché dici di essere stata messa qui?»

«Figli… Quei parassiti»

«Hai mai pensato al perché?»

«Avrei rovinato le loro vite, ecco perché!»

«Forse dovresti essere meno dura.»

«Fai il terapista?»

«Non me lo lasceresti fare.»

«Scommettici!»

Cercavo di tenere il passo.

«Avvocati… la feccia della terra.»

«Perché dici così?»

«Le leggi… Solo un modo per sistemare i loro affari sporchi.»

«Ognuno ha diritto a una difesa, Beth.»

«Tutti tranne te, smilzo!»

«Le leggi tengono insieme la società, senza sarebbe il caos.»

«Le migliori leggi le fanno i peggiori criminali.»

«Platone.»

«Ah, sì?»

«La legge è espressione della volontà generale, Aristotele

«Adesso vuoi una medaglia?»

«Era solo un commento, Beth…»

«A voi giovani piace fare a gara a chi è più banale.»

«È roba che ho studiato.»

«Beh… e cosa ti ha insegnato?»

«A te, a parte odiare gli avvocati?»

«Riconoscere i falliti.»

«Sento una certa ostilità.»

«Ho visto troppi geni ridotti a nulla, che ne sai tu?»

«Non tutti possiamo essere dei geni, vero Beth?»

«Non chi racconta stronzate in un ospizio!»

«Questo mi rende meno intelligente?»

«Certo, meno intelligente di chi spala merda!»

«Tutti lottiamo, Beth.»

«Tu non hai la minima idea di cosa significhi lottare.»

«Come lo sai?»

«Dalla tua aria da chi non ha mai dovuto sporcarsi le mani.»

«Credi basti?»

«Dalla tua voce.»

«Non mi conosci, Beth.»

«Sei uno di quelli che cerca sempre la via più facile.»

«Per te, un genio significa conoscere solo merda?»

«Esatto, se è l’unica cosa che conosci.»

«Ma un genio non è definito dalla sua capacità di superare la media?»

«Media, capacità… Sei solo un ragazzino…»

«Come so se sono un genio?»

«Se lo sapessi, non lo sapresti.»

«Quindi i geni non sanno di esserlo?»

«Sì, e le galline cagano al contrario.»

«Come puoi essere un genio se non hai studiato?»

«Senti un po’, gambe secche! Mio padre era un genio, un esperto con la merda. Passavo ore a guardarlo lavorare con le bestie; era il migliore. Non si chiedeva perché, bastava che lo facesse. Ecco cosa lo rendeva un genio. Il perché? Un lusso non alla sua portata. Se te lo chiedevi, significava che eri privilegiato. Voi siete cresciuti in un mare di perché e ci affogherete. Io mi sono chiesta perché, non perché volessi, ma perché dovevo. Se non raccoglievo merda, spolveravo librerie. La vostra istruzione è carta straccia. Amavo mio padre, ho visto cosa hanno fatto i perché a persone del suo calibro. Non scambierei un giorno passato con lui per un perché. Mia madre, lei sì che se lo chiedeva; una vita spesa alla ricerca di meriti. Perché? L’unico a cui non ho mai dato risposta. Quindi, prendi i tuoi aforismi e levati di torno!»

«Dunque… Se non spalo merda non sarò mai un genio?»

«Fuori dai coglioni!»

Beth ti mostrava una parte di te così piccola, che uscivi da quella stanza sentendoti meno di zero.

Qualcosa ti spingeva a cercare il suo rispetto, pur sapendo che non lo avresti ottenuto.

Negli ultimi mesi, sfornare storie era un gioco da ragazzi. Anziani con lo sguardo vuoto ingoiavano qualunque stronzata gli servissi, sorridendo beatamente tra un pisolino e l’altro.

Poi ecco Beth, con tutte le rotelle a posto, una rarità in un mare di menti annebbiate.

Diventò la mia nemesi personale. E io? Solo un povero idiota che cercava una crepa nel suo specchio.

«Ehi, Beth.»

«Oggi non digerisco gli idioti.»

«Ah, quindi niente visita dai tuoi figliuol prodigi?»

«Bravo, Einstein.»

«Emozione del giorno?»

«Odiare le domande.»

«La segno sul taccuino.»

«Quale ragazzo di vent’anni cammina col taccuino?»

«Quelli che ti chiedono come stai?

«Questo la dice lunga, smilzo

Era esasperante, e in un modo stranamente contorto, la cosa più autentica che mi fosse capitata da mesi.

«Niente di eccitante?»

«Qui dentro non si vede un raggio di sole.»

«I libri non ti hanno accecato?.»

«I libri non c’entrano.»

«E allora cos’è stato?»

«Guardare a lungo negli occhi sbagliati.»

Da quando Beth è entrata in scena, i suoi occhi non si sono mai posati sui miei, neanche per caso.

«Dicono che gli occhi siano lo specchio dell’anima.»

«Dicono un sacco di stronzate.»

«Tu ci credi?»

«Credo in un bel paio di occhi.»

«Pensi ci sia qualcosa dopo la morte?»

«Cosa vuoi che ci sia?»

«Lo chiedo a te.»

«Tu cosa credi ci sia?»

«Non ci ho mai pensato.»

«E vuoi cominciare adesso?»

«Tu potresti; è un buon momento per iniziare.»

«Grazie per il promemoria.»

«Credi non ci sia un bel niente?»

«È un problema?»

«Forse…»

«Vuoi per forza un finale…»

«Un briciolo di speranza non ha mai ammazzato nessuno»

«Neanche mai salvato nessuno»

«É ciò che ci resta per tirare avanti.»

«Certo…Insieme a un paio di zampe.»

«Che senso ha aver vissuto?»

«Che vuoi oggi?»

«Sapere cosa bolle in pentola.»

«Cambierebbe la musica?»

«Chissà…»

«Lasciami in pace…»

Ogni volta provavo ad accendere una luce, ma finiva sempre che scivolava tutto nell’ombra.

«Già giovedì?»

«Ti pesa?»

«Poteva andarmi peggio.»

«Zuppa fredda?»

«Figli che valgono meno.»

«Si sono degnati?»

«Alla fine.»

«Eredità?»

«Che terrò lontana da loro.»

«Dev’esserci una valida ragione.»

«Non sono mai abbastanza le ragioni.»

«È tutto ciò che volevano?»

«Oltre a sapere come sto?»

«E ora?»

«Ora cosa, smilzo?»

«Come stai?»

«Potrei quasi risponderti…»

Da quel giorno, Beth aveva sepolto un pezzo di sé. Ora, guardava avanti, con occhi diversi. Nel frattempo cercavo qualcosa da raccontarle ma ogni volta non riuscivo a pensare a niente.

Piombai dentro la sua stanza e, come al solito, la beccai di spalle alla finestra. I nostri sguardi non si sono mai incrociati; ogni brandello che ho conosciuto di lei, l’ho carpito così. Allora, piantai una sedia, con la mia schiena contro la sua.

«Beth.»

«Smilzo.»

«Novità?»

«A te?»

Pescai un pacchetto di sigarette dalla tasca e glielo lanciai sulle gambe.

«Finalmente ti sei svegliato.»

«Ci speravi?»

«Ne vuoi una?»

«Quella roba è un biglietto di sola andata.»

«È la morte che ti spaventa, eh?»

«Più che altro, mi piace l’idea di tirare avanti.»

«È altro ad ucciderti, ragazzo.»

«Tipo?»

«Vedrai…»

«Ti manca insegnare?»

«Mi manca sentirmi ascoltata.»

«Io ti ascolto Beth…»

«Lo so, smilzo… lo so.»

Osservava la luce fuori dalla finestra.

«Che cosa ci fai in questo inferno?»

«Non lo so, Beth.»

«Dovresti scoprire il mondo, gridargli in faccia che sei vivo.»

«Tutto sta per finire… che senso ha?»

«L’apocalisse c’è sempre stata, figliolo

«Che vuoi dire?»

«Non puoi startene qui a inventare finali per gli altri senza scrivere il tuo.»

«Se il mio fosse già scritto?»

«Sei tu a deciderlo, ragazzo.»

Dopo una settimana ritornai da Beth, e ciò che vidi fu una stanza vuota. Girovagando per l’intero reparto scoprii che fu trasferita d’urgenza in una clinica vicina.

«Ehi, Beth…»

«Ehi, smilzo…»

«Hai una pessima cera…»

«Anche tu…»

«Hai dimenticato le pillole?»

«Vaffanculo ragazzo…»

Beth era in quello che avrebbe definito: fetido giaciglio ospedaliero.

«Che finale ti immagini?»

«Da quando ti ho conosciuta, Beth… non riesco a pensare a una fine.»

«Perché forse, smilzo… niente finisce davvero.»

Beth Incontra i miei occhi.

«Tutto sta per cominciare.»

Serie: MEZZANOTTE COSMICA


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Questo racconto, in forma di dialogo, con un linguaggio diretto, pungente, a tratti spietato e cinico, mi ha colpito. Una bella idea l’ incontro tra il giovane e la vecchia, arrabbiata, un po’ scorbutica ma, a modo suo, anche saggia e un po’ filosofa socratica. Alla fine i racconti del giovane, per intrattenere la vecchia Beth, diventano un ‘ occasione utile soprattutto per il ragazzo.
    Personaggi e spunti di riflessione molto interessanti.

    1. Ciao Luisa, apprezzo il tuo feedback. Sono contento che “La vecchia Beth” ti abbia lasciato un’impressione così forte, in particolare per quanto riguarda la struttura narrativa. È un aspetto su cui sto lavorando con attenzione, cercando di definirlo sempre meglio.

  2. Gli ospedali sono chiese fatiscenti, mattatoi dell’animo. Ho sentito più confessioni nei reparti che sugli altari. Negli occhi invece c’è l’incontro in grado di eternizzare l’oltre nonostante l’apocalisse disumana.
    Bel lavoro riuscire a creare ambienti con poche linee di frasi e caratterizzare i personaggi attraverso botta e risposte incalzanti rende questo racconto piacevolmente sorprendente.
    Atm

    1. Mi fa molto piacere sapere che la mia interpretazione abbia colto nel segno! È affascinante vedere come l’ambientazione influisca sulle emozioni e sulle esperienze dei personaggi, fungendo quasi da personaggio a sé.

      Atm