La vedova

Serie: Parole di Dio, voci di uomini


Un mosaico di volti che emerge dalle pagine bibliche. Storie di donne e uomini di tempi remoti, le cui voci potrebbero essere le nostre.

Cammino verso il Tempio, amore mio.

Sposo del mio cuore.

Mi manchi.

I nostri figli ancora ti aspettano. Sono troppo piccoli per comprendere la distanza che la morte pone tra te, ormai giunto davanti al Signore nostro Dio, e noi che ancora camminiamo per le vie di questa terra che Egli ci ha donato.

Ora chiedono a me di raccontare loro le storie dei nostri padri, di Abramo, di Mosè, dei profeti. Ma vorrebbero sentire la tua voce. Vorrebbero ascoltare da te le gesta di Davide che con la tua passione sembravi quasi evocare sui muri della nostra casa, appena illuminata dalle candele, mentre fuori calava il sole su Gerusalemme.

Gerusalemme al volgere del giorno. Cammino per le sue strade. Nel chiasso. Nel fragore di voci che urlano: voci arrabbiate di uomini che denunciano il potere di Roma, voci di mercanti pronti a vendere ogni cosa, voci di poveri definiti “impuri” che giacciono accasciati a mendicare all’ombra dei muri, voci di romani a cavallo che passeggiano come lupi sazi e disinteressati in mezzo ad un popolo in attesa.

Il mio urlo invece è muto. È il grido silenzioso di ogni vedova di questo popolo che ormai dimentica. Dimentica le proprie mogli, i propri figli. Dimentica i propri cari fuori dalle porte di casa, serrate perché nulla di impuro possa entrare. Io non ho più nulla, se non i miei figli, e nei miei giorni non c’è nulla se non la mia disperata ricerca di pane per sfamare le loro bocche. Bocche senza futuro. Bocche senza speranza. Bocche di orfani. Solo per loro dovrebbe essere il pane, quel pane che io, con la mia vergogna, cerco per le vie di Gerusalemme.

Gerusalemme persa, che parla sempre di Dio ma che sembra averlo dimenticato.

Gerusalemme in attesa di un profeta, di una promessa, di un messia.

Cammino per le vie di questa città e il Tempio del Signore troneggia davanti a me con le pietre illuminate dall’ultimo sole, ma io non lo guardo perché la mia vergogna mi china il capo. Il mio passo procede silenzioso sulle sue gradinate e attraverso le alte colonne. È leggero perché nessuno mi senta, nessuno mi veda. Non voglio essere vista. Sono una vedova, e non c’è spazio per una come me in questa città, in questo popolo che confonde “perdita” con “sfortuna”. Ogni sguardo me lo ricorda come una lancia che accusa e una sentenza da cui non c’è uscita. È come se la tua morte, amore mio, fosse vista da tutti loro come un segno, come se Dio stesso, in fondo, l’avesse voluta. Ma può Dio volere questo? Non credo. Non certo il Dio di cui mi parlavi e che ho conosciuto attraverso i tuoi occhi, amore mio.

Il Tempio è silenzioso. Si ode solo il brusio della gente e dei maestri che insegnano a piccoli gruppi di persone. Una voce però si alza leggermente più forte. È quella di un maestro. Attorno a lui c’è una grande folla. È l’uomo di Nazareth di cui tutti parlano, l’ennesimo profeta per la gente di questa città che ha sempre fame di salvezza. Ma io non alzo lo sguardo e non ascolto. Da tempo ho smesso di ascoltare le parole di maestri e scribi perché in esse mai ho trovato Dio o salvezza. Quelle persone non sanno, non mi vedono e le loro parole non mi parlano.

Cammino verso il tesoro del Tempio, mettendomi in fila per fare la mia offerta. Davanti a me uomini ricchi avanzano con passi lenti e ampi, mostrando le loro sontuose vesti che ondeggiano al vento. Portano offerte che gettano nel tesoro, facendo echeggiare i muri del Tempio di scrosci d’oro e d’argento. Nel farlo alzano il capo fiero e gonfiano il petto.

Nel mio pugno ho due monete. Sono la mia offerta, la mia preghiera al Dio d’Israele. È tutto quello che ho nella mia miseria e desidero offrirle a Dio. Al nostro Dio, amore mio, il Dio di cui narravi ai nostri figli, raccontando cosa ha fatto per il nostro popolo, per i nostri padri. Il Dio che ci ha promesso salvezza e pace.

“Egli verrà”, dicevi.

Davanti a questo immenso tesoro io questo prego. Chiedo a Dio la speranza, che sembra aver abbandonato le vie di Gerusalemme, colme della polvere alzata da tutti i passi di quegli orfani, poveri e dimenticati che vi camminano persi.

Ecco la mia offerta. Due monete di cui non si ode nemmeno il suono quando le getto in questo immenso tesoro. Due monete. Non sono niente. Sono tutto ciò che ho. A Dio.

Dietro di me la gente spinge. Torno piccola e mi volto per farmi strada fuori dal Tempio. Ma il mio volto involontariamente si solleva. Non so perché. Mai il mio sguardo si era alzato da terra da quando vivo la mia vergogna. Gli occhi si alzano e lo vedo. Il maestro di Nazareth. La folla è ancora numerosa attorno a lui e lo fissano rapiti. Egli però non guarda nessuno di loro. I suoi occhi sono posati su di me, come se mi conoscesse. Il suo sguardo assomiglia al tuo, amore mio. Ed è come se improvvisamente Dio stesso mi vedesse finalmente, e con lui tutto l’universo, teso gentile su di me, non più dimenticata.

Solo un attimo. Un istante e cammino via.

Esco dal Tempio, mi allontano, cammino verso casa dai nostri figli. Mi aspettano.

Devo raccontare loro di Dio, amore mio. Gli narrerò di Abramo, di Mosè, dei profeti. Racconterò loro di Davide e di tutto ciò che Dio ha fatto per noi. Insegnerò loro a lodarlo perché ci vede e mantiene ogni promessa. Mentre cammino la mia testa non si china. Dov’è finita la mia vergogna?

Cammino verso casa, amore mio.

Sposo del mio cuore.

Mi manchi.

Serie: Parole di Dio, voci di uomini


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Quasi un corto cinematografico, oserei dire.
    Lo stile si adatta perfettamente alla tematica e ciò che ne consegue è un racconto in grado di coinvolgere e far riflettere.
    Molto bravo.

  2. “Gerusalemme persa, che parla sempre di Dio ma che sembra averlo dimenticato.”
    Un brivido che corre lunga la schiena, mentre ti si legge. Un linguaggio poetico e quasi arcaico risulta essere la scelta migliore per questo lungo inno che potrebbe anche essere cantato sortendo così un effetto meraviglioso. Davvero molto bello.

    1. Cara Cristina, Sono contento sia passata da questo mio racconto. Quando l’ho scritto è venuto di getto, è letteralmente fluito fuori da solo frase dopo frase. Trovo anch’io che se fosse cantato sarebbe davvero bello. Grazie

  3. “Il mio urlo invece è muto.”
    Bellissima questa frase, molto molto intensa!!! Ti ringrazio Guglielmo, mi hai fatto fare un viaggio indietro nel tempo, un viaggio di millenni!!! Per un attimo, mi è sembrato di vedermi con i sandali ai piedi e stare in mezzo a quelle persone!!!👏 👏 👏

  4. È il tuo primo racconto che leggo. Scrivi benissimo, mi hai conquistata. Una prosa che in certi punti diventa poesia, e rende melodia anche il più amaro dei temi trattai. Complimenti.

  5. Veramente molto bravo, Guglielmo. Non solo ti sei lanciato in una tematica che mi ha sempre ntrigato, in cui io stesso ho forse trovato la più bella, nobile ispirazione. Ma lo hai fatto con un tocco di classe, senza salire troppo, mostrandoci un amore credibile: credibile perché tanto somiglia a quello terreno. Peraltro, il testo è molto ben curato.

    In passato ho scritto diverse storie del genere, qui su EO credo ne abbia pubblicata una sola.

    Ho riconosciuto un passo del Vangelo in questo episodio, quello della vedova e “.. delle due
    monetine, che fanno un soldo”. Emozionante, commovente. Diciamocelo… superiore. Lo
    sguardo di Gesù, cosi ben interpretato da te, ha reso giustizia alla donna, ai suoi figli. A noi tutti.

    Quanto è bello il Vangelo, Guglielmo. Quando lo ascolto, divento un altro. Come se mi
    trasfigurassi.

    Questo percorso è stupendo: non mollare.

    1. Grazie Robért. Soprattutto dell’incoraggiamento. Difficile non trovare ispirazione in quei testi così antichi e collettivi. Anche solo sbirciandoli le parole vengono, le immagini partono, le storie scorrono. Dove porteranno? Bo

  6. Cavolo Guglielmo! Scritto veramente bene! Mi hai fatto fare un viaggio nella Gerusalemme di allora ritrovando tutte le contraddizioni di adesso! Il punto di vista di una madre vedova (con il suo fardello di pregiudizio) che cerca Dio e il suo conforto per raccontarlo ai propri figli come se fosse il padre che hanno perso per sempre è bellissimo! Sono ateo e non ho ancora capito dove vuoi parare, ma mi hai veramente incuriosito!!