La vendetta di Manzo (Manzo’s revenge)

Duccio e Gastone si guardarono seri come Cesare i senatori che lo accoltellavano.

«Stasera si va a mèta, chiaro?!» disse uno.

«Senza se e senza ma,» rispose l’altro.

I due entrarono nel locale con la determinazione tipica di chi ha già fallito molte volte ma eroicamente non ha imparato nulla. Il posto si chiamava ‘La Deriva’, dettaglio che nessuno dei due trovò minimamente inquietante. 

Luci stroboscopiche, aria impestata di vodka e deodorante economico, gente che ballava come se stesse evitando una calamità naturale.

Le videro vicino alla pista: due ragazze giovani, forse due matricole universitarie, che ridevano tra loro. Una aveva dei capelli rossi raccolti e un sorriso affilato, l’altra moretta, più bassa e formosa beveva un liquame color caramello.

«Sono matricole. Noi due fuoricorso. Su, usiamo il fascino dell’esperienza» disse Gastone dopo aver buttato giù una tequila.

«Aspetta, ho un’idea,» replicò Duccio ispirato da non si sa cosa.

Duccio si avvicinò con un cocktail verde fluorescente. «Posso offrirti da bere o preferisci una delusione emotiva immediata?»

La roscetta lo guardò, poi sorrise. Male, ma sorrise. 

Gastone, nel frattempo, tentò un approccio più diretto: inciampò su un ubriaco sdraiato per terra e finì direttamente in ginocchio davanti all’altra ragazza. Poi, rialzandosi maldestramente: «Ehi, bambina. Era una metafora» le disse. «Della vita.»

Nonostante le premesse, le ragazze accettarono comunque di stare con loro. Si sedettero e parlarono del più e del meno continuando a bere come se fossero stati un mese nel deserto. 

L’atmosfera stava prendendo un’ottima piega da ‘stasera si bomba’, quando dal cesso arrivò un urlo terribile.

Un energumeno panciuto coi capelli a spazzola e la camicia a quadrettoni uscì correndo, i pantaloni alle caviglie, inseguito dai buttafuori. 

«Qualcuno ha intasato il water con qualcosa. Sta uscendo merda dappertutto!!», gridò un gorilla. 

La musica si interruppe. 

Ganimba, il proprietario del locale, prese il microfono.

«Nessuno si muova. È successa una cosa gvavissima.»

In quel momento le luci si spensero. 

Buio totale. 

Un rumore metallico. 

Un tonfo. 

Quando le luci di emergenza si accesero, al centro della pista c’era un maiale. Vivo. Con una ghirlanda fluorescente al collo. Sul fianco della bestia c’era scritto «Baciatemi il culo stronzi».

«Chi ha fatto entvave quel suino nel mio locale?! Fatelo uscive subito!» sbraitò Ganimba all’indirizzo dei buttafuori che cercavano di inseguire l’inafferrabile porcello.

Silenzio assoluto.

«Tranquille, è un’installazione,» disse Gastone en passant cercando di non perdere l’attenzione delle ragazzotte.

Il porcello grugnì inferocito poi caricò i gorilla, infine urinò sul DJ set, mandando in corto circuito tutto l’impianto fra lampi e scintille.

A quel punto scoppiò il panico. 

La gente iniziò a fuggire scriteriatamente. 

Il porco galoppò verso l’uscita, ma scivolò sul pavimento bagnato e atterrò di schiena sul tavolino di Duccio e Gastone. 

CRASH SBAM KABUM! 

Le ragazze si divisero urlando coi pezzi di vetro nei capelli. Duccio finì con la faccia a terra, ricoperto di ghiaccio e mojito. Gastone fu travolto dalla rotazione inconsulta della bestia e finì spalmato contro il muro.

Mentre la gente continuava a urlare e a conquistare l’uscita.

Insomma, il delirio.

Puntualmente arrivò la polizia che iniziò a indagare su quanto fosse successo. Il suino, che nel frattempo si era alzato su due zampe per grufolare le noccioline degli apertivi dal bancone del bar, fu messo in sicurezza.

Ganimba spiegò agli sbirri che era stato vittima di un sabotaggio. «Fovse,» disse infuriato agli sbirri, «da pavte degli altvi negozianti invidiosi pevché il mio locale fattuva.»

Le ragazze si avvicinarono a Duccio e Gastone.

«Beh» disse quella col sorriso affilato, «direi che la serata ha preso una piega.»

«Sì» aggiunse l’altra. «Una piega da non ripetere.»

E se ne andarono senza lasciare numeri di telefono, solo una scia di profumo e due di picche.

Duccio e Gastone si ritrovarono seduti sul marciapiede fuori dal locale che stava chiudendo.

Da dietro un muro videro sbucare il tizio con i capelli a spazzola che avevano visto fuggire dal cesso, prima che scoppiasse tutto quel bailamme.

E riconobbero in lui Max Mantekas, detto Manzo, un loro amico.

«Ehi ragazzi, pssst, è andata via la pula?» disse lui.

I due capirono immediatamente che Manzo c’entrava con quel bordello come Putin con l’invasione del Donbass.

«Manzo, ma che hai combinato?»

«Eheh,» gracchiò Manzo uscendo allo scoperto «quella merda di Ganimba me la doveva pagare. Ti pare che uno caccia da un locale ME…Max Mantekas, solo per avergli importunato la moglie e… resta impunito?» 

Poi, ridacchiando con la sua solita vocetta nasale da brighella, aggiunse: «Prima gli ho intasato il cesso con i miei calzini…»

«Sì ma il maiale?»

«Bello eh? L’ho preso da un contadino, un amichetto mio. Un lavoro perfetto.»

Duccio e Gastone si guardarono.

«Un lavoro perfetto? Un lavoro perfetto?? Brutto demente, hai rovinato forse la più bella scopata della mia vitaaa!» disse Duccio alzandosi con gli occhi arrossati e la vena sulla tempia.

Gastone provò a fermare quel torello, invano.

La polizia, rimasta in zona per sicurezza, vide tre tizi che si inseguivano.

«Guarda là come corre quel cinghialone coi capelli a spazzola! Cristo, deve averla combinata proprio grossa.»

«Che si fa? Interveniamo?»

«Per carità…saranno i soliti universitari ‘mbriachi. Brutti parassiti succhiagenitori. Cazzi loro.» 

«Massì, hai ragione. Dai, torniamo in centrale».

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Discussioni

  1. Ciao Simone. In questo periodo è complicato narrare di locali pieni di gente che fugge o tenta di fuggire, ma per fortuna ciò che accade è completamente diverso. Una parte centrale surrealista dopo un inizio da commedia anni ’80, e un finale da poliziottesco… Il tutto condito da ironia e comicità, e a mio parere da un significato più profondo. Ottimo!

    1. Ciao Antonio.
      Innanzitutto grazie del gradito riscontro.
      Ci avevo pensato anche io, in effetti, e ho titubato prima di pubblicarlo.
      Poi però ho pensato che ogni riferimento sarebbe stato non solo casuale ma addirittura assurdo.
      Sono contento che tu l’abbia capito e ti sua divertito.
      Ne abbiamo bisogno, questo sì. Grazie di nuovo.

  2. E se dovessimo ringraziarlo questo maiale? Temo (parere mio) che questi due non avrebbero imbustato comunque. Senza maiale, probabilmente se ne sarebbero tornati a casa, “alla deriva”, con un bel due di picche stampato in fronte (sempre parere mio, personale… Ma così, a intuito). Insomma, invece per tutta la vita Duccio e Gastone rimpiangeranno la migliore scopata persa della loro vita, e avranno pure un colpevole! Ma vuoi mettere la consolazione?
    Scherzi a parte, bellissimo racconto.

    1. Mentre leggevo il tuo post stavo bevendo un caffè. Grave errore. All’espressione “non avrebbero imbustato” manca poco soffoco. Non vedo l’ora di scrivere qualcos’altro per usarlo. Fantastico.
      Grazie Irene, e il tuo intuito non perde un colpo.
      Ps. il colpevole gode ottima salute, ma ha rischiato grosso.

  3. Mi ha colpito come il racconto usi il grottesco e l’eccesso per raccontare una sconfitta banalissima, il desiderio di “andare a mèta” che finisce sempre nel ridicolo.
    Il maiale non è solo una gag assurda, è la materializzazione del caos e dell’immaturità dei personaggi, che travolge ogni illusione di controllo e li lascia esattamente dove erano, cioè a terra, appiccicosi e a mani vuote.
    La lingua è viva, sicura, con un ritmo comico molto efficace. I dialoghi sono rapidi, le immagini forti e i tempi ben gestiti. Molto piaciuto 🙂

    1. Ciao Cristiana. Sì, hai perfettamente ragione, dietro al maiale c’è ben altro. Mi piace molto quando si va oltre la superficie delle parole. E adoro ricercare livelli più sottili dietro la grossolanità del quotidiano, anche quando diventa assurdo. Grazie del riscontro puntuale, e soprattutto dei complimenti sul ritmo.
      Mi spronano.

    1. Caro Gabri, è più forte di me: la nostalgia affiora sempre.
      Oggi sembra quasi impossibile pensare che c’è stato un tempo in cui accadeva anche l’irreale.
      Fortunatamente – a quanto pare – non manca anche lo spasso, ad alleggerire.
      Ps il calzino ad intasare? Mai sentito.