
La Venticinquesima Ora
La fredda luce della tv era l’unica che illuminava il corpo nudo di Giorgio sdraiato sul letto disfatto. Vanessa se ne era appena andata portandosi via un pò dei suoi soldi e gran parte della sua autostima e, ascoltando il suono dei tacchi a spillo allontanarsi lungo le scale, si domandò se anche gli altri le facessero tenere su le scarpe mentre la scopavano.
Prese il cellulare dal comodino e chiamò Marco, il suo amico d’infanzia: erano le 23 di un sabato sera come tanti ma per il suo amico a Chicago, solo le cinque del pomeriggio.
“Hey bello, che succede?” Ripose Marco dopo un paio di squilli.
“Per chiamarti deve per forza essere successo qualcosa?”
“Cosa?… maledetti cellulari del cazzo… pronto? Gio mi senti?” L’oceano di distanza non aiutava certo la conversazione ma dopo alcuni secondi la linea tornò pulita.
“Volevo solo salutarti. Come sta Sara?” Gli chiese Giorgio facendo scorrere le dita sul cuoio scuro della cintura stesa vicino a lui.
“Sara… sta bene” Non era troppo convinto che Giorgio chiamasse solo per sincerarsi dello stato di salute di sua moglie, “te piuttosto?”
“Tutto nella norma.”
“Sicuro che vada tutto bene?”
“Tutto regolare amico mio… tutto regolare.”
***
Erano le due passate quando si salutarono, il tempo con il suo più caro amico passava sempre ad una velocità inclemente soprattuto ora che Marco si era trasferito di là, come diceva sempre Giorgio, e lui invece aveva scelto l’infelice ma sicura tranquillità delle solite acque stanche.
Si alzò dal letto accompagnando il gesto con un lungo sbuffo di noia, si stirò con la cintura che penzolava da una mano e si diresse in cucina dove prese un elegante bicchiere che non usava praticamente mai. Era massiccio, pesante e il freddo contatto con la mano gli trasmetteva una sicurezza che in quel momento vacillava un pò. Provò a rafforzarla con un goccio di whisky dal deciso gusto torbato che gli rimase attaccato al palato come un’ostia durante la comunione: gli piaceva l’idea romantica del liquore forte per accompagnare una decisione importante ma nei fatti, quel gusto affumicato gli andava sempre di traverso.
Ne prese un secondo sorso facendo anche tintinnare i cubetti di ghiaccio sul vetro del bicchiere cercando di imitare certi attori americani della vecchia scuola e rimase un minuto buono a cercare di farsi andare a genio quel sapore, poi compose il numero di telefono.
“Pronto?” Rispose una voce femminile, trafelata e preoccupata.
Giorgio provò a dire qualcosa ma uscì solo del freddo silenzio.
“Ma chi è? È successo qualcosa?” Chiese di nuovo la donna senza ricevere alcuna risposta.
“Maledetti ragazzini, telefonare nel cuore della notte! Domani chiamo sub..” ma Giorgio attaccò prima di capire cosa avrebbe fatto sua mamma l’indomani.
***
La prima cosa che vide svegliandosi sul divano, fu il bicchiere rovesciato sul pavimento e che doveva essergli caduto mentre dormiva. Una grossa macchia di whisky inzaccherava il parquet e parte di un tappeto svedese da due soldi… a quei tosti attori americani dalla mascella squadrata e irrigidita, non gli succede mai di sprecare così un bicchiere di whisky, quelli lo fanno fuori alla goccia e dopo spaccano il bicchiere contro un muro pronti a schivare pallottole. Gli venne da pensare, osservando quel bicchiere rovesciato e stanco, che in un film lui sarebbe stato quello che si becca in testa il primo colpo sparato, uno di quelli che muoiono senza nemmeno rendersene conto con il pubblico che si accorge di loro solo perché schizzano di sangue l’elegante vestito del protagonista.
Controvoglia si mise a sedere strofinandosi il viso per cercare di abituarsi alla luce del giorno e alle urla graffianti del neonato del vicino poi, tastando fra i cuscini con gli occhi sottili come fessure, recuperò la cintura ed il cellulare: era già mezzogiorno passato.
Cazzo – pensò con un certo dispiacere – mi sono mangiato un sacco di tempo. Cindolò fino al bagno dove pisciò via il whisky della sera prima nel recipiente di ceramica bianca poco nobile ma molto funzionale, tirò lo sciacquone e ciondolò nuovamente fino allo stereo sistemato sulla libreria alle spalle del divano. Scelse lo Springsteen del ’75 come sveglia, si accovacciò nello stretto sedile posteriore di una delle sue Chevy dalle ruote cromate e cercò di sentire il borbottio rabbioso di quel motore sognando ad occhi chiusi la linea bianca di un’autostrada persa in una notte americana. Fu un bel pensiero, sicuramente uno di quelli che gli sarebbero mancati.
Solo dopo che le ultimissime note di Born to Run sfumarono nel silenzio – il Boss non può essere interrotto ripeteva sempre agli amici – chiamò sua sorella Silvia.
“Buongiorno sciabigotto” lo salutò e prima di dare al fratello il tempo di rispondere gli chiese “vieni a correre stamattina?”.
“Figurati” brontolò svogliato Giorgio concentrandosi sulla sensazione di freddo che gli trasmetteva la cintola di cuoio che gli scendeva lungo la gamba.
“Immaginavo, sempre pieno di vita eh?” Disse Silvia in tono scherzoso, per lei era sempre primavera fuori.
“Dai, che volevi?” Aggiunse con una nota di fretta nella voce.
“Niente… solo salutarti.”
“Allora lo faccio anche io: ciao pirlone, ci sentiamo quando torno.”
Il fratello rimase ancora qualche secondo con il cellulare muto all’orecchio poi alzò lo sguardo a fissare le travi di legno scuro che correvano lungo il soffitto del soggiorno.
***
Non trovò niente di meglio da fare che passare il resto della domenica chiuso in casa: a bocce ferme si pensa sempre di spaccare il mondo sapendo di non aver più niente da perdere ma la realtà è tutta un’altra storia.
Guardò l’ora sul display del cellulare graffiato: mancavano poco più di tre quarti d’ora alla venticinquesima ora come la chiamava Giorgio quando la tirava in ballo con gli amici. Quando gli domandavano che cazzo fosse questa venticinquesima ora, lui rispondeva che era l’ora per eccellenza, quella in cui finiva tutto o tutto aveva un inizio, dipendeva solo dai punti di vista.
“Ma tutto cosa?” Continuava di solito a chiedere qualcuno della compagnia.
“Tutto” rispondeva Giorgio senza tante spiegazioni.
“Ma perché cazzo devi sempre fare il misterioso te?” e tutti a quel punto ridevano dimenticandosi di lui.
Verso le 23.30 si concesse un paio di birre che lo aiutarono a tirare due somme. Sprofondato fra i cuscini del divano grigio per qualche strana ragione iniziò a pensare al romanzo di Steinbeck che amava di più. Con una mano affondata nei capelli neri a grattarsi la testa soprappensiero e la bottiglia di birra stretta nell’altra, scoprì una certa somiglianza fra lui e quel povero diavolo di Tom Joad: entrambi non erano riusciti a ritagliarsi un spazio tranquillo nel mondo ed entrambi trovavano nella fuga l’unica soluzione. Il vecchio Tom lungo binari polverosi, Giorgio in un altro modo.
Ripensò a diverse cose: al lavoro che non sopportava, al panorama grigio della parete che ogni giorno guardava in ufficio e che con molta probabilità doveva continuare a farlo per 40 anni, al ginepraio dell’amore in cui si era infilato per una ragazza che dava amore al miglior offerente, a Marco che era volato via in America realizzato e felice e ai suoi genitori che erano diventati vecchi senza che lui fosse diventato grande.
C’erano altre possibilità? Si domandò. Certo che c’erano, ma aveva ancora voglia di lottare nella loro ricerca?
Finita la seconda birra e appena qualche minuto dopo la mezzanotte, sistemò una sedia sotto la trave più robusta del soggiorno e vi salì sopra con la cintura stretta in una mano.
Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Racconto intenso e scritto molto bene, con pochi tratti ti fa entrare nello sguardo “finale”del protagonista.
Lo sguardo del Salinger dei pesci banana.
Mi è venuto in mente leggendolo che forse la disperazione è l’incapacità di collegare insieme i pezzi di vita, che così rimangono frammenti.
Bella lettura.
Grazie Riccardo, mi ha fatto estremamente piacere leggere il tuo commento e la parte legata ai pesci banana mi ha fatto nascere un sorriso, non ti nego, orgoglioso.
Grazie ancora.
Alla prossima lettura…
Sentimenti contrastanti hanno accompagnato la lettura di questo racconto. Ho apprezzato lo stile asciutto, non amo quelli molto pomposi e troppo ricchi di dettagli, avevo già immaginato che sarebbe finita così ma questo non è un lato negativo. Ho trovato la parte centrale del racconto un po’ debole, sembra rallentare troppo per poi riprendere velocità verso la fine, magari era un effetto voluto. Nel complesso lo trovo un buono scritto.
Grazie Alessandro, ho apprezzato molto il tuo commento, sopratutto la “critica” mossa sulla parte centrale.. rileggendo penso tu abbia ragione anche se nella mia testa l’effetto era quello di sottolineare con la lentezza, il profondo vuoto del protagonista.. poteva essere fatta meglio.
Grazie ancora..
Alla prossima lettura
Una ricchezza di particolari che quasi fa immergere nel racconto con il protagonista, bravo.
Grazie mille Giovanni, mi ha fatto molto piacere leggere il tuo commento.
Grazie ancora.
scusa se l’ ho letto solo ora.Ho pianto ho sentito un ‘ empatia pazzesca con il protagonista.Una solitudine, un vuoto totale, complimenti
Grazie Ely Gocce di Rugiada, grazie davvero per le tue parole ed il tuo tempo.
Sono molto contento di essere riuscito in qualche modo a creare empatia con il lettore.
Grazie ancora.
Ciao, leggo solo ora questo racconto e devo dire che attraverso un linguaggio pulito e d evocativo, sei riuscito a trasmettere la solitudine e il senso di vuoto incolmabile che il protagonista prova per tutto il racconto. Come hanno già detto, hai scritto un finale inaspettato e la cintura che lo accompagna fino all’orlo del precipizio è un elemento parecchio intenso
Grazie mille Alice del tuo commento e del tempo che mi hai dedicato. Mi ha fatto estremo piacere leggere che sono riuscito a trasmettere il senso di vuoto e solitudine del protagonista, per me è una cosa importante.
Grazie ancora.
Ciao Raffaele. La forza di questo racconto – a parte il fatto di avere un testo pulito e un’ottima punteggiatura – sta a mio avviso nei dialoghi. Li ho percepiti veri, vivi, reali così come la vicenda narrata. Sembrerà banale, ma non lo è mai, soprattutto quando si parla di far incanalare il lettore nel giusto “setting” pensato.
Molto bella la frase: “Solo dopo che le ultimissime note di Born to Run sfumarono nel silenzio – il Boss non può essere interrotto ripeteva sempre agli amici…”.
Complimenti davvero! Vado a fare un giro tra i tuoi librick! 🙂
Grazie Giuseppe, il tuo commento mi ha fatto veramente tanto piacere, sopratutto se scritto da una penna del tuo calibro.
Sono veramente felice che tu abbia apprezzato i dialoghi, è un aspetto che cerco di curare molto.
Grazie ancora.
Fantastico. La cintura che per tutto il tempo lo accompagna non mi aveva fatto sospettare nulla. Un personaggio decisamente intrigante. Dai dialoghi sembrava solo l’ennesima giornata di noia, invece il finale ne ha trasformato completamente il senso. Rileggendo sapendo che poi lui si suicida, prende tutto un altro significato. Bravissimo
Che bel commento Silvia, grazie infinite… mi fa davvero piacere leggerlo e sono contento che ti sia piaciuto il racconto.
Spero di continuare a soddisfare i tuoi gusti 🙂 .
Alla prossima lettura
Ciao Raffaele, riecconti con l’immancabile (e gustosissimo) riferimento al Boss. Nel tuo LibriCK, asciutto e spietato, c’è il crudo collegamento ad una generazione di insoddisfatti e sviliti dallo scorrere delle ore e della vita. È vero, un cumulo di rimpianti può portare a salire su quella sedia dopo le telefonate di rito a parenti e amici (malcelando un’ultima e disperato richiestabdi aiuto) però difficilmente una persona che si lascia vivere trova il coraggio di procurarsi la morte. Almeno credo, eh, poi non sono un esperto: in fatto di suicidi non ho esperienza 🙂
Grazie Tiziano per il tuo commento e per l’apprezzato riferimento al Boss 🙂 . Hai colto il punto , viviamo in un epoca dove alle volte, l’amore e la felicità per le piccole ma importanti cose quotidiane viene totalmente oscurato da un senso generale di insoddisfazione verso qualcosa che nemmeno sappiamo riconoscere.
In ogni caso felice che tu non sia un esperto del tema.
Ciao Raffaele. Cavolo che storia triste, che profonda solitudine! L’epilogo appare chiaro e inevitabile già dalle prime righe; il lettore non può far altro che sprofondare nel medesimo vuoto in cui si trova il protagonista.
Grazie Dario del tuo tempo, sempre contento di leggere i tuoi commenti.
Ho voluto provare a rappresentare la solitudine non ascoltata del protagonista che non vede altro che un’unica triste soluzione.