
La verità sepolta
Marta, quella sera di novembre, rientrò a casa con la solita stanchezza che si portava dietro dopo un turno in ospedale. Le sue giornate di infermiera anestesista erano intense, ma tornare a casa sapeva di sollievo, impaziente di vedere suo figlio Paolo, diventato da poco adolescente. Con suo marito Farouk, muratore tunisino arrivato in Italia vent’anni prima, invece, il rapporto si era incrinato negli ultimi tempi e i loro contrasti erano diventati più aspri e frequenti.
Quella sera, però, qualcosa pareva non andare; appena varcò la soglia, avvertì un insolito silenzio: nessun rumore di videogiochi dal salotto, niente passi tuonanti al piano di sopra. «Farouk? Paolo?» chiamò, ricevendo in risposta solo il rimbombo della propria voce.
Controllò ogni stanza, trovandole tutte nel consueto ordine. Marta cercò di restare calma, convincendosi che fossero usciti insieme per qualche commissione. Prese nervosamente il cellulare e chiamò prima Paolo, poi Farouk. I telefoni squillavano senza risposta.
Dopo ripetuti tentativi, lasciò messaggi sulle segreterie: «Farouk, dove sei? Che significa tutto questo? Rispondimi!».
«Paolo, amore, chiamami appena puoi, sono preoccupata.»
Col passare dei minuti, l’angoscia crebbe. La mente cominciò a collegare le accuse gridate a più riprese dal marito sulla sua incapacità di essere madre, condite da minacce di portare con sé il loro figlio in Tunisia; oltretutto Marta si era anche convinta che Paolo stesse più dalla parte del padre e nonostante ciò, lo sconfinato senso di famiglia che da sempre l’aveva contraddistinta, la portava a minimizzare quegli episodi e quelle sensazioni.
Prese il cappotto, le chiavi dell’auto e corse alla stazione di polizia.
L’ufficiale che la accolse la ascoltò benevolmente e annotò tutto con attenzione. Marta, in lacrime, cercò tra i singhiozzi a spiegare al meglio la situazione fino ad aggiungere particolari sui maltrattamenti del marito e le ripetute minacce.
Dopo circa un’ora di verbali, la polizia decise di intervenire, avvisando le frontiere e attivando una ricerca immediata sul territorio.
Due agenti si premurarono di riaccompagnarla a casa con l’intento di effettuare un sopralluogo e annotare tutto quanto fosse possibile per il buon esito delle ricerche.
Lì tutto sembrava davvero al suo posto ma, dopo una più attenta analisi delle stanze, si accorsero di ciò che Marta, troppo scossa, non aveva potuto notare: le valigie di Farouk e una buona parte degli abiti di Paolo non c’erano più. Mancavano inoltre alcuni effetti personali e la console di videogiochi di Paolo. «Vuole farlo sentire a casa anche lontano da qui» disse Marta con un filo di voce.
I vicini interrogati il mattino seguente, parvero increduli: nessuno di loro immaginava che ci fossero stati screzi tra l’infermiera e suo marito; mai nessuno aveva udito litigi, grida o altro che attirasse l’attenzione.
Alcuni descrissero Farouk come un uomo premuroso e Paolo come un ragazzo sereno.
L’ispettore capo, dopo queste testimonianze, si portò una mano alla fronte e socchiuse le labbra con un’espressione riflessiva. Le due persone scomparse le sentiva lì dietro qualche angolo mentre ridevano fra loro per quella fuga tanto plateale quanto maldestra. Provò a pensare che la loro sceneggiata non era altro che un gioco, uno scherzo orchestrato con l’ingenuità di chi si crede più furbo degli altri. Non sarebbero andati lontano. Li immaginava già a pochi passi, nascosti da qualche parte, come bambini nascosti, pronti a gridare: «Trovati!»
Accennò un sorriso amaro. Se solo avesse alzato lo sguardo o teso l’orecchio nel momento esatto, avrebbe potuto persino sentirli trattenere il fiato per non farsi scoprire. Ma sapeva che sarebbe stato solo questione di minuti: quel gioco infantile stava per finire. La loro fuga, così maldestramente costruita, si sarebbe sgretolata come un castello di carte al primo soffio. E lui sarebbe stato lì, ad aspettarli con quella stessa calma inflessibile.
E così poco acuta.
E così, le voci finirono per prevalere sui sentimenti della donna, portando le indagini a una piega ben più delicata e tortuosa dei primi istanti.
I giorni passarono senza notizie dei due, fino a quando Sonia, di comune accordo con la sorella di Marta, decise di partire per la Tunisia in cerca dei familiari di Farouk, con l’intento di convincerli a riconsegnare Paolo alla mamma in Italia.
L’incontro cadde un mese dopo la data della scomparsa nella città natale dell’uomo sparito nel nulla, con non poche difficoltà, tra dialoghi in un arabo mescolato a un francese stentato. Sonia disse più tardi agli inquirenti che il colloquio era stato sapientemente scelto dalla famiglia di Farouk per confondere le acque e così proteggerlo in terra amica.
E a riprova dei suoi dubbi, quello stesso giorno, un flebile segnale dei cellulari di Farouk e Paolo fu rilevato dalla polizia locale nelle vicinanze della città tunisina. Gli inquirenti nord africani non mostrarono grande impegno nell’approfondire l’evento, limitandosi a riferire alle autorità italiane che quella era la prova della presenza dei fuggitivi in Tunisia, evidenziando con una nota polemica, che erano partiti indisturbati da qualche porticciolo siciliano.
Sonia tornò in Italia e, dopo pochi giorni, entrambi gli smartphone furono trovati distrutti in una strada a pochi passi dalla sede di un quotidiano a qualche chilometro di distanza dai familiari di Farouk.
La speranza di trovare Farouk e Paolo in vita si affievolì, trasformandosi in un enigma.
Marta si trovò improvvisamente al centro di un vortice mediatico. Col supporto della sorella, iniziò a partecipare a trasmissioni televisive, implorando Farouk di riportare Paolo a casa.
L’opinione pubblica, come sempre, cominciò a dividersi: da un lato imperversavano quelli che empatizzavano con Marta e demonizzavano Farouk; dall’altro, i difensori dell’uomo tra dibattiti culturali e religiosi, esacerbati da pregiudizi e tensioni sociali. Un collega di lavoro dichiarò che Farouk si era lamentato lui stesso di abusi subìti dalla moglie.
I pareri contrapposti e le attenzioni mediatiche contribuirono ad aggiungere caos e minore lucidità investigativa.
Col tempo, Marta subì un’ondata di minacce anonime e la Polizia sembrò impotente. Decise pertanto di mettere a punto un capillare sistema di telecamere, dentro e fuori casa. Fu così che incontrò Marco, un tecnico incaricato dell’installazione: introverso ma gentile, era rimasto colpito da Marta e dal suo dramma, di cui aveva letto sui giornali e seguito la querelle nei diversi programmi televisivi. Non poteva credere di essere proprio lui il prescelto ad ispezionare la casa della misteriosa fuga. In quei lunghi giorni ebbe modo di conoscerla sempre più da vicino.
Marco la osservava con una fascinazione morbosa, sospesa tra compassione e desiderio. Pareva più fragile di quanto si era immaginato. I capelli le cadevano disordinati sulle spalle, e i suoi occhi, grandi e malinconici, sembravano sospesi in un mondo lontano, inaccessibile.
Mentre installava webcam e allarmi, Marco a stento tratteneva la segreta passione con parole di cortesia. La storia di Marta lo attirava come una calamita: la sua solitudine, la sua quieta resistenza al dolore. Cominciò a fare domande più sottili, a guardarla con un’intensità che sfiorava il confine tra l’ammirazione e l’invasione. Lei, ignara, rispondeva con intrigante distrazione.
Pensava ormai a Marta ossessivamente, spinto da un bisogno insaziabile di avvicinarsi a lei, di conoscerla più a fondo, di essere la chiave che svelasse i segreti nascosti oltre il velo di dolore.
Marco iniziò a spiarla, sfruttando l’accesso remoto al sistema di sorveglianza. La osservava in ogni suo passo fino ai momenti più intimi. Una sera, gli capitò di intercettare una conversazione tra Marta e sua sorella che lo lasciò perplesso. Parlavano del viaggio in Tunisia e di “come la tecnologia fosse l’arma migliore per il delitto perfetto”. Sonia la salutò e uscì.
Marco, incuriosito, amplificò l’audio delle telecamere e seguì Marta scendere con un vassoio in mano fino alla porta della cantina. Cominciò a canticchiare con tono cantilenante, attenta a non far cadere due tozzi di pane e dell’acqua: «Farouk, Paolo… arriva la cena, alzatevi su!».
Un rumore metallico, simile a quello di catene ciondolanti, lo fece rabbrividire. Sul fondo dello schermo comparvero le sagome di due figure emaciate, incatenate al muro. Era Farouk, con lo sguardo vitreo, e Paolo, pallido e tremante.
Marco fissava incredulo lo schermo.
Un rumore alle sue spalle si confuse coi lamenti che giungevano dalla casa di Marta.
Si voltò di scatto, in tempo per scorgere una figura velata avventarsi su di lui con un coltello. Il primo colpo gli tolse il fiato; i successivi lo fecero cadere a terra. Mentre la vista si offuscava, capì di aver di fronte Sonia e l’ultima cosa che sentì fu la voce isterica di Marta: «Marco mio, avresti dovuto attenerti al tuo lavoro. La curiosità uccide, non lo sapevi?»
Nessuno sentì più parlare di lui mentre Marta, insieme con Sonia, continuava ad apparire sempre più serena davanti ai pochi curiosi che ancora si interessavano alla sua storia.
Chi avrebbe potuto immaginare che, nel cuore di quella villa, dietro la porta dello scantinato, si celasse la verità di una madre che non aveva mai accettato il pensiero di perdere il marito Farouk e il figlio Paolo.
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