La Vetta

Serie: Milano-Monte Bianco (e ritorno)


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Cisa ha affrontato la prima salita ed ora dovrà arrivare in vetta

Ore 11:13Penso a quello che sto facendo.
Ore 11:23. Atterro in un minuscolo Paesino delle favole: la scuola ha la matita gigante fuori dallo steccato!
È pieno di gente indaffarata. Penso stiano certamente facendo qualcosa di meraviglioso per essere tanto indaffarati!
Tra stradine morbide e casine colorate, sorpasso carretti del latte rossi dalla targa gialla.
Scendo per una lunga strada alberata che mi ritempra e mi porta fin quasi a valle e da lì trovo l’indicazione per il Col de l’Iseran.
La strada ricomincia a salire decisa.
Vado un po’ avanti, fa ancora abbastanza caldo ma penso al freddo di prima e mi fermo. Indosso anche la tuta anti-acqua.
Controllo la moto, specie le coperture (non voglio forare lassù), regolo un po’ la frizione e riparto.
Ore 11:43. La strada è di nuovo strada di montagna, sale decisa tra i tornanti: la seguo.
Dopo non molto, improvvisa, si apre una piana larghissima, fatta di ghiaia grigia e brillante, la Montagna gigantesca cinge questa valle lunare per metà, ci sono tre soli.
Houston chiedo il permesso di avanzare.
Ore 11:53. Sono allunato a la Val d’Isère: Gardaland.
Gardaland fantasma fuori stagione: non c’è nessuno, fa paura.
Enorme come Gardaland e strutturata come Gardaland: persino le rotonde in coordinato con l’hotel adiacente. Eccellente…
Le costruzioni di legno però sono molto belle. Potrei trasferirmi qui, a Gardaland fantasma. Lo penso come il Paese dell’utopia stagionale.
Esco da Gardaland.
Ora la Montagna mi è proprio in fronte, mi abbraccia incombente: è vicinissima, la si può letteralmente toccare, sembra possa rovinarmi addosso da un momento all’altro ma soprattutto, sopra di Lei non c’è più niente, niente davvero, solo il Cielo. Devo andare.
Devo andare ma effettivamente, se proprio devo dire la verità, quando ero ancora nel Paesino francese, avevo notato un cartello che recitava “Col de l’Iseran: FERMÉ” (“CHIUSO”) ma non avevo voluto dargli importanza ed ora me ne ritrovo un altro che recita “Col de l’Iseran: FERMÉ, 5 km”.
Penso a perché mai dovrebbe essere “fermé”, la neve non è poi così tanta ed il tempo è bello.
Se fosse chiuso dovrei tornare indietro, rifare tutta la luna, scendere e risalire per il Paesino colorato, fin su al Confine e poi giù, oltre i Ragazzi della banda, fino all’Autogrill: non ci sono altre strade. Non è pensabile.
Accelero.
Quando arrivo sotto la parete di roccia, c’è uno spiazzo in luna battuta e da lì parte una stradina che sale la parete rocciosa e si perde oltre le nuvole, mamma mia… (Stairway to Heaven).
Mi avvicino alla stradina che però è transennata, ci sono due cartelli: uno con un omino nudo e felice a piedi e l’altro con un omino nudo e felice in bicicletta. Ahi!
Sono lì che mi guardo questi due tizi felici e nudi, mentre penso che me ne dovrò tornare indietro, quando, dallo fondo dello spiazzo in luna battuta, Un ciccione vicino ad una Goldwing mi fa cenno con la mano.
Lo raggiungo. Il Ciccione non vuole un panino, è un inglese sulla quarantina, porta un’assurda bandana sopra la testa rasata, è vestito da motociclista fermo da un po’. Gli si è rotta una pastiglia del freno mentre scendeva il passo e quindi i suoi amici sono tornati di là, a cercare una soluzione ma il passo lui l’ha fatto, anzi hanno fatto il passo in tre e con le Goldwing: se-po-fà!
Non si potrebbe fare, ok, è chiuso, la strada forse non è al meglio ma, suvvia, si può fare. Il Ciccione mi dice «yes we can» e mi ricorda che è Venerdì 13.
Mi fido di Ciccio. Mi tocco. Sposto le transenne, aiutandomi con la ruota e salgo.
Ore 12:03. Guido con la massima prudenza su per la sottile striscia d’asfalto che s’inerpica sempre più ripida. Da un lato c’è lo strapiombo, che diventa sempre più vertiginoso, dall’altro un vero e proprio muro di neve di circa due metri: la strada viene evidentemente liberata scavando nella neve. Il tutto è surreale.
Il Cielo è azzurro e lucente, la neve bianchissima, esiste solo la Montagna, nient’altro tutt’attorno. Le Nuvole più piccole sono ormai alla mia altezza, passano veloci dentro di me, più in alto scorgo piccoli laghetti semi-ghiacciati, mentre acqua e blocchi di neve attraversano la strada, portandosi dietro anche qualche sasso. La strada tutto sommato è abbastanza accettabile.
Marmotte in ogni dove, davvero in quantità ed anche qualche Falchetto. Credevo che le marmotte fossero piccoli animaletti più o meno deliziosi ed invece sono meno deliziosi che più (un po’ toponi) e col cappero che sono animaletti, sono grandi come un cane di piccola-media taglia, camminano lentamente, trascinando il peso sulle robuste zampe ed invadono la carreggiata con il loro passo cadenzato, quando sentono il rumore della moto avvicinarsi si allarmano ma non fuggono immediatamente, aspettano di essere più sicure di quel che vedono ed allora si tuffano agili nella scarpata.
Penso che sono lontano da tutto e che ci sono solo io. Faccio attenzione ma vado.
Ore 12:13. Spingo e continuo a salire, sempre più su.
Penso a come siano queste cime durante la notte. Penso al freddo estremo, al buio, al ghiaccio, all’urlo del vento, alla paura. Ci sono mesi interi in cui questa strada non può essere liberata dalla morsa del gelo, non si può stare qui, dev’essere uno scenario apocalittico.
Certe zone del Pianeta possono essere assolutamente inospitali, difficili persino da attraversare: lì la Terra non ci vuole, altre regole; non siamo fatti per quei posti e ne abbiamo paura, eppure sappiamo di volerne godere, anche se solo per un attimo.
Solo sul tetto e sono in cima: Passo del Col de l’Iseran, 2770 metri (alta o bassa marea che sia!).
La Vetta è una distesa di neve vergine. Una piccola piana tra due ripide discese e niente altro, niente orizzonti, solo bianco e azzurro, per sempre.
Potrebbe essere qualunque ora e qualunque tempo e qui è quasi sempre stato così. Il freddo è fortissimo ed il vento tagliente. Il pollice mi fa ormai malissimo, le dita dei piedi anche ed ormai sento freddo alle cosce e allo sterno. Quando alzo la visiera mi congelo gli occhi e l’aria ghiacciata mi scende nei polmoni. Finito. Sono arrivato. Spengo il motore.
Silenzio.
C’è una chiesetta semi sepolta dalla neve. Lascio la moto e mi avvicino affondando nel manto bianco. È chiusa. Non dev’essere vecchissima, forse del dopo-guerra. La neve arriva a metà del portone, quasi alle finestre. Anche qui chissà chi ha pensato mai di lasciare un segno che la Montagna dissolve in assoluta tranquillità.
Rimango un po’ lì nel nulla, raccolto, completamente vestito, con il casco in testa. Mi accorgo che tutto intorno a me, la neve, il vento, il cielo, l’orizzonte azzurro, non fanno altro che dirmi di andarmene, che io lì non ci dovrei stare. Ascolto.
Arrivano due inglesi con le loro Goldwing e rompono l’incanto, certamente gli amici di Ciccio. Si fanno una fotografia e poi Uno dei due mi guarda e mi fa segno di “Ok”, chiudendo il pollice con l’indice, io rispondo altrettanto con il pollice alzato, allora lui fa segno di no, indica il cruscotto della propria moto, indica tutt’attorno e rifà “Ok” con le dita: vuole dire che ci sono zero gradi. Faccio segno di aver capito a questo inglese con le manopole e la sella riscaldata (ma che alla fine ci sta dentro pure lui) e ci salutiamo.
Loro ripartono, io aspetto ancora qualche secondo.
È bellissimo…
Riparto anch’io.
Fa freddo. La temperatura percepita scende di circa un grado ogni dieci chilometri orari: fa freddo, insomma.
La strada è molto simile a quella della salita: si va in forte pendenza per brevi rettilinei e poi tornanti ma questa volta non si guarda più il cielo ma la terra, il globo, retto dal titano Atlante, meraviglioso, a perdita d’occhio.
La discesa è ancor più difficoltosa per il maggior fastidio della neve che si scioglie e precipita sull’asfalto. Penso che le uniche persone nel raggio di 50km siamo io e gli Inglesi sull’altro versante.

 


Serie: Milano-Monte Bianco (e ritorno)


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Discussioni

  1. Leggere questo racconto è una vera delizia, ci trasporti con te, fra neve e marmotte. Ottima capacità descrttiva, complimenti. Anzi, mi vado a mettere un maglioncino di lana, mi è venuto freddo, sarà la neve.