LA VISIONE DELLE COSE

Serie: LA DIAGONALE


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un parcheggio. Quattro ragazzi. Un'ombra. Una notte d'estate. SERIE IN TRE EPISODI.

La quarta notte avevo provato a camminarci sopra.

Avevo messo un piede nudo sull’ombra, poi l’altro. Non era successo niente. Nessun brivido. Nessun rumore. 

Il cemento era lo stesso.

Avevo camminato avanti e indietro, come su una trave immaginaria.

A un certo punto m’ero messo a ridere.

Ci avevo pisciato sopra, ridendo ancora di più.

Non per sfida.

Per paura.

Eppure, anche così, l’ombra non aveva perso il suo fascino.

«Io ci starei anche,» dice Marco, guardando l’orologio.

«Ma non stanotte.»

«Perché?» chiedo.

«Perché sì.»

Andrea ride, una risata secca.

«Ecco.»

Marco si alza, raccoglie la busta coi vinili.

«Mia madre mi ammazza se rientro tardi.»

«Tua madre ti ammazza comunque.»

«Stavolta di più.»

Si avvicina alla diagonale. La guarda.

«È solo una riga.»

Poi mi fissa con un’intensità inaspettata.

«Non fare cazzate,» dice, come se fosse mio padre.

Ci salutiamo. Magari un giorno verrà anche lui in Svizzera. A trovarmi.

Se ne va.

Salvo lo segue come una guardia del corpo.

Il parcheggio si svuota. La musica si spegne. Il silenzio torna a occupare tutto.

L’ombra è sempre lì.

Perfetta nella sua stupidità.

Andrea se ne accorge.

«Non farla diventare un’ossessione,» dice.

«È già un’ossessione.»

«No. È solo–»

Non finisce la frase.

La quinta notte avevo disegnato lo schema del parcheggio su un tovagliolo del Burger King. Lampioni, strisce, macchine.

Avevo tracciato la diagonale.

Pensavo che forse, con una riduzione in scala, sarei riuscito a capire.

Tuttavia, rimpicciolendo ogni dettaglio, la sottile ombra finiva inevitabilmente per scomparire, assieme al suo invisibile punto di origine.

Andrea ora è silenzioso.

Mi siedo accanto a lui.

Bevo un altro sorso.

Penso alla Svizzera.

Alla parola stessa: Svizzera.

Sembra già fredda.

Mio padre ne parla come se fosse una promozione. Mia madre come se fosse una cura.

Io come se fosse una lenta sparizione.

Lì non c’è questo parcheggio.

Lì non c’è questo mistero.

Andrea sembra leggermi nel pensiero. Forse è triste per questo.

Mi chiedo se apparirà anche là, una diagonale.

Un enigma tutto mio, che mi renda unico.

Mi alzo di nuovo e cammino. Le scarpe fanno un rumore secco sull’asfalto. Mi avvicino alla riga, lambendone il bordo. Sembra più scura qui, più compatta. Come se la notte la nutrisse.

Mi chiedo quante cose ho guardato nella mia vita sperando che cambiassero.

I volti dei miei vecchi.

Le strade di questo paese.

Il mio riflesso allo specchio.

Tutte cose che promettevano movimento e invece sono rimaste uguali.

La diagonale, almeno, non promette niente.

Per lei ho quindici anni, come quarantuno. Il tempo qui si ferma.

«Non possiamo starcene qua tutta la notte,» dice Andrea.

«E non posso prometterti che verrò a trovarti.»

Andrea è sempre stato più grande della sua età.

Il nostro è un addio da eroi epici. Qualcosa di antico di migliaia d’anni.

«Me la fai una promessa?»

«Dimmi.»

«Se un giorno in quel campo dovesse spuntare un aggeggio capace di gettare quest’ombra–»

«Te lo dirò,» m’interrompe lui.

Andrea se ne va, il parcheggio cambia faccia.

Non succede niente di visibile. Nessuna luce che si spegne all’improvviso, nessun rumore strano.

È solo che lo spazio si allarga, come se qualcuno avesse allentato una cintura. Le distanze sembrano più lunghe. I lampioni più lontani. La parte buia del parcheggio – quella che nessuno usa – diventa più scura.

Mi siedo sul cofano del rottame. Il metallo è ancora tiepido. Ho passato così tante notti qui che la lamiera ha preso la forma del mio culo, una piega appena accennata che riconosco anche al buio. 

Appoggio la mano ingessata accanto a me. Ora non la sento più pulsare.

Apro un’altra birra con l’accendino vuoto di Andrea. Il gesto è automatico. Il tappo salta via e rimbalza sull’asfalto, rotola per un metro: anche stavolta si ferma sul bordo dell’ombra. Non sopra. Mai sopra.

Bevo.

La birra è calda, amara. Mi graffia la gola.

Mi fa bene.

Ripercorro la riga nera. La seguo con gli occhi. È una linea lunga, dritta, diagonale. Non perfetta. Ha dei piccoli tremolii, come se fossero le distorsioni di un’incandescenza. Ma non sbava. Non si interrompe.

Non c’è niente di magico in lei.

Ed è questo che fa paura.

Penso a come, uno alla volta, i miei amici se ne sono tutti andati.

Non per cattiveria. Non per colpa.

È la vita.

Tra poco toccherà a me.

Non stasera.

Domani.

Ora cammino ancora lungo la diagonale. 

Non la seguirò fino in fondo. Non ne ho più voglia. 

Mi basta stare dentro il suo campo, come se fosse una corrente debole.

Ogni passo uguale al precedente.

E va bene così.

Ripenso a Veronica. Alla sua bocca morbida che non ho baciato. Al modo in cui mi aveva guardato, senza scappare.

Ripenso al cartello. Al rumore del metallo contro l’osso.

Forse un giorno penserò a tutto questo con nostalgia.

Sono ancora solo.

Non è una solitudine improvvisa. 

È una solitudine ordinata, come una stanza dopo che tutti se ne sono andati. 

Le sedie fuori posto. Le bottiglie mezze vuote. Il silenzio che torna a occupare tutto.

Mi è rimasta solo la diagonale.

Potrei seguirla adesso.

Davvero.

Potrei prendere la bicicletta, arrivare ai limiti del campo, continuare a piedi. Potrei camminare finché finiscono le luci, finché finisce lo sterrato, finché qualcosa mi dice basta o qualcos’altro inizia.

Non lo faccio.

Lei sarà il mio grande mistero.

Un mistero da niente. Sottile. Impalpabile come il presente.

Penso che domani dovrò fare valigie e scatoloni.

Penso che dovrò imparare a dire le stesse cose con parole diverse.

Penso che nessuno, là, saprà di questa linea nera su un parcheggio qualsiasi.

Ed è giusto così.

Perché certe cose non servono per essere portate via. Servono solo a essere viste.

Riprendo la bici.

Faccio dietrofront.

Esco dal parcheggio.

Non mi volto.

So che, appena cederò alla memoria, lei tornerà.

Uguale.

Identica.

Una riga nera in una pianura vuota.

E un ragazzo che, nell’estate dei suoi quindici anni, l’ha notata.

FINE.

Serie: LA DIAGONALE


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Discussioni

  1. Chissà perché le cose apparentemente insignificanti diventano ricordi indelebili. Ricordo che a cinque anni ero seduta sul pavimento del terrazzo; di fronte c’era una strada simile alla diagonale che hai descritto. Da un angolo spuntò una donna, la percorse e scomparve nell’angolo opposto. Pensai che quella donna fosse stata presente nella mia vita per un tempo lungo quanto quella strada e che non avrei mai saputo chi fosse. Provai una fastidiosa tristezza. Mi piacerebbe sapere se Nico ha rivisto i suoi amici. Bravo, Nicholas! 🙂

    1. Ciao Concetta! È un bellissimo esempio per descrivere ciò che volevo suggerire👏🏻 Ogni tanto affiorano ricordi di dettagli del passato, e ho quasi l’impressione di afferrare le suggestioni di quando guardavo il mondo con gli occhi di chi non conosce nomi, processi, leggi e teoremi. Forse l’adolescenza è già un’età troppo avanzata per questo tipo di immagini, ma credo rappresenti la soglia che separa le vecchie visioni da quelle nuove. Grazie mille per la lettura🙏🏻🤗