La voce che salvò la voce mia

Serie: La regina bianca


<Ti sto aspettando!> esclamò al voce di mia moglie, una volte aperto la comunicazione al cellulare.

<Ho appena concluso la session. Era importante, non potevo lasciarla a metà, altrimenti quando la riprendevo più. Un po’ di ritardo non è la stessa cosa di bidonare.>

La udii sospirare quasi volesse scoppiare.

<Se per te un’ora di ritardo è un po’ di ritardo, abbiamo concezioni diverse del tempo.>

<Sto arrivando.>

<Non fa nulla.> la voce di ella era flebile.

<Sto arrivando. Aspettatemi.>

<Sono vent’anni che t’aspetto e tu non arrivi mai.> chiuse la comunicazione.

Ci aveva sospirato sopra, e ciò significava che il dolore stava diventando troppo da sopportare.

Il guaio è che non potevo farci nulla! Sapeva i rischi del mio mestiere, quello del musicista, della preparazione per le tournè e ciò che ne conseguiva con la lunga latitanza, l’uscita dei compact, dei video: sapeva perfettamente tutto sin dall’inizio, che tutto ciò mi avrebbe portato a stare lontano da lei, dalle figlie, dalla famiglia.

<Tu non pensi mai a noi!> era usuale questa forma ripetitiva.

Arrivai al punto che avrebbe preferito che avessi perso la voce, anni fa, cosicché avrebbe pregiudicato la mia carriera futura. Ho brividi al solo pensarci, ancora adesso aspiro a quei frammenti del passato per poterne godere dei nuovi colori che quella esperienza dipinse, anzi, ridipinse l’arcobaleno della mia esistenza. Con tutta la sofferenza della malattia che mi portò ad ascendere vicino all’eternità, tornassi indietro credo di riviverla totalmente così com’è stata. All’epoca suonavo con una band con elementi diversi da quelli odierni, ma con tanta voglia di farci ascoltare, nella perfetta e sana convinzione di comunicare qualcosa di diverso, in musica e in versi. Dalla mia terra bagnata dal mare, avevo ereditato l’amore per i suoi frutti, e in una cena conviviale, fra battute e risate goliardiche, alcool a fiumi, sancì inesorabilmente l’inizio di una ebbrezza molesta. All’alcool, fu aggiunto una cena luculliana ovviamente a base di pesce, quando una piccola lisca di pesce mi creò un rigetto improvviso e violento. Mi ero accasciato, mi sentii la febbre alzare, poi la mancanza di respiro improvvisa. Il mio vicino di sedia, Danny, esperto in pronto soccorso, pensando ad un boccone per traverso, mi si pose dietro alle spalle dandomi colpi verso il diaframma per poi favorire la fuoriuscita dello stesso. Ma la cosa fu subito palese che fosse più grave di quanto immaginavamo. Caddi a bocconi, la vista iniziava ad annebbiarsi, quando una figura mi si affiancò e una voce che mi giunse come una melodia, esclamò:

<Sono un medico. O è una lisca che gli sta perforando il palato, o è qualcosa di molto più grave. State lontani, dategli aria.>

Nella penombra delle mie percezioni ottiche, vedevo una figura indefinita molto bella, direi, che mi sorrideva e mi sussurrava:

<Stai tranquillo. Cercherò di essere indolore.>

Beh, credo lo sia stata. Non ricordo altro, perché al mio risveglio mi trovai in una camera di degenza dell’ospedale. Con orrore, realizzai che dalla mia bocca non usciva nota. Si, non usciva nota!

Mi fu diagnosticato la sindrome di Boerhaave e mi ci volle un po’ per comprendere l’estrema gravità della situazione nella quale stavo vivendo. Quella follia di una serata fra amici, mi era costata la rottura dell’esofago per un centimetro o poco meno, una tracheotomia urgente per evitare il soffocamento per il vomito, infezione dovuta dalla fuoriuscita del cibo e succhi gastrici, e una volta giunto in ospedale, di un delicato intervento chirurgico. Questo fu il bollettino medico espresso con una sua profonda solennità dal direttore del reparto di chirurgia generale.

<Ci vorrà del tempo, ma la prognosi non posso scioglierla. Se non ci fosse stato l’intervento tempestivo della mia caposala, presente quella sera, non staremmo qui a parlarne.>

Avevo un taccuino sul comodino a me vicino e scrissi:

<Mi aveva detto ch’era un medico.>

<Effettivamente Faythe è un valente chirurgo, specializzato in otorinolaringoiatria, il cui insuccesso, non certo per colpa sua, di un intervento alle corde vocali, l’ha radicalmente colpita nell’intimo da indurla a non praticare più la professione. Perché l’operata era una bimba di dieci anni.>

Si chiamava Faythe, l’angelo di quella sera, quel tocco morbido delle sue dita che, nonostante la malattia, mi aveva impresso il suo profumo. Lo stesso profumo che percepii una mattina, quando si materializzò una bella figura di donna entrare nell’eremo del dolore qual’era la mia degenza.

<Ciao.> mi sorrise e in quel preciso istante, il sole entrò in quella stanza. Era alta e sottile, splendidamente corvina con occhi verdi di gatta.

<Il decorso sarà lungo. Devi avere molta pazienza e collaborazione con medici e paramedici per sciogliere la prognosi. Io sarò con te ogni giorno.>

Scrissi:

<Di mestiere sono musicista e cantante, non so fare altro…>

<Rock, stimo. Dall’abbigliamento che avevate quella sera…>

Feci un cenno con il capo.

<Di questo non avere timore. Te lo ripeto, tornerai a cantare Child in time meglio di Ian Gillan.>

E rise. Effettivamente le mie condizioni migliorarono gradatamente e dopo quaranta giorni riuscivo a parlare sommessamente, quasi in un fiato. Faythe era stata con me, ogni giorno, con la sua voce suadente che il mio orecchio ascoltava come se avessi le cuffie e le melodie dei Dream Theater. Quando cessavamo di conversare, il silenzio ci faceva cornice dei nostri sguardi che erano parole inespresse. Due mesi e riuscivo ad alzarmi con facilità per passeggiare per il lungo corridoio, sentivo la morsa della malattia allentarsi sempre più. Un pomeriggio presto, la porta della stanza di Faythe era aperta e lei, bella e statuaria, in piedi con quel camice bianco che addosso a lei pareva un abito nuziale.

<Ciao.> I suoi occhi erano stati più veloci delle parole e i mie ancor di più del mio silenzio.

<Faythe.> riuscii a dire. Le presi le mani, aveva il capo chino, lo sollevai, cercai la sua bocca e un bacio sciolse finalmente gli imbarazzi svelando i segreti celati negli sguardi che ci avevano accompagnati in quelle lunghe settimane. I nostri sospiri erano la perfetta liberazione dei sensi, con una mano chiusi la porta mentre al gioia divampò in quella valle del dolore.

<Sono impegnata con il direttore… lascerà sua moglie ed io…>

<Tu sarai felice? Ma quante volte te l’ha strappata la promessa?>

Non rispose. Perché non esisteva il diritto alla replica.

Finalmente fu sciolta la prognosi, oramai ero in fase di guarigione ed io ero stato interprete principale di un grande miracolo: la sindrome di Boerhaave portava danni molto più gravi e anche irreversibili. Ed io ero la, riacquistava pian piano la mia vocalità, nei mesi avvenire sarebbe stato il mio lento reintegro nell’universo musicale. Almeno, così auspicavano. E con essa, il giorno delle mie dimissioni e il mio addio a tutti coloro che avevano partecipato al prodigio. A Faythe, soprattutto. Con la valigia dei mie indumenti, mi affacciai alla sua stanza, bella e angelica, con lo sguardo perso.

<Grazie di tutto, mio salvatore. Tempo ci vorrà che Faythe riceverà ufficialmente la mia riconoscenza eterna.>

Vent’anni trascorsi e nulla di quanto vissuto è andato perduto nella dimenticanza.

Ma adesso è l’oggi, il passato seppur impresso nella mia memoria deve rimanere tale.

Adesso, il mio ritardo mi ha precluso parzialmente il diploma di mia figlia. Sharon era felice, ma lo sguardo di sua madre era terribilmente cristallina come l’acqua e plumbeo come un giorno di pioggia.

<Alla fine sei arrivato. Ma grazie uguale.> fu il sussurrante rimbrotto.

Io dovevo pensare all’oggi e mediare, il silenzio che aleggiava fra noi era greve peggio di un macigno. Alla fine la chiamai al cellulare:

<Che cosa c’è?> fu la sua risposta.

<Ho bisogno di vederti con urgenza. Ti prego, sto male, raggiungimi presto.>

Chiuse la comunicazione. Dieci minuti occorsero per vederla dietro alla porta del mio studio. Nonostante tutto, la vedevo preoccupata.

<Che t’è successo?>

Dette uno sguardo veloce e scorse una tavola imbandita.

<Ma che cosa…>

<Ti prego, ascoltami in silenzio. Io non ce la faccio più a reggere questo dubbio: avresti davvero voluto che avessi perso la voce, durante la mia malattia?>

Lei spalancò gli occhi come atterrita.

<Ma come fai a pensare un’assurdità del genere? Io volevo anche chiederti scusa…>

Le sfiorai le labbra con le dita, per tacciarla.

<Chiedo perdono a te e alle nostre figlie del tempo trascorso lontano da voi. Ma adesso era mio dovere farti ricevere la mia riconoscenza eterna.>

Lei aveva il respiro bloccato, si erano avvicinati al tavolo imbandito dove sul piatto vi era poggiato un pacchetto regalo. Che prese e lo scartò.

Era un cd e lei lesse in silenzio quanto scritto, mentre gli occhi si gonfiavano di lacrime. Io le accarezzai la sua splendida chioma corvina e recitai il titolo ad alta voce:

<A Faythe. La voce che salvò la voce mia.>

Foto di Rawpixel.com

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