La voce di una sirena colma di pietà pt.1

Serie: Personalissimo buio


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Alex si intrattiene con Gabe e Sarah su considerazioni esistenziali.

«Un brindisi! Ad Alex, che è uscito dalla sua personalissima galera!».

Al tavolo, si alzarono delle pinte di birra dorata, più “una piccola”.

«Bevo solo questa poi viro sulla cocazero, giusto perché sta male brindare con gli analcolici…».

«Assolutamente! Anzi, grazie per lo “strappo alla regola”…».

«Ma “grazie” per cosa?! Credi che dopo tutto quel tempo in comunità mi basti una birra piccola per ricascarci? State tranquilli… Raga, siete troppo protettivi con me. È tutto a posto. Sono solo felice di essere qui con voi dopo…». Stava provando in tutti i modi, da assolutamente sobrio, a ricordare quanto tempo era stato alla clinica. Proprio non gli veniva in mente. Era strano.

«…Dopo TROPPO tempo! È bello riaverti fra noi.», Andrea era sincero, si vedeva dal volto e dal fatto che lui di birra ne aveva già bevuta parecchia.

Era stato lui quello che aveva organizzato questa festicciola: aveva radunato Alex, Chiara e Paolo, gli amici di sempre più… Quella ragazza speciale. Era “speciale” non per il solito, trito, motivo, non era quell’amicizia-che-si-spera-diventi-qualcos’altro. Chiara era più importante di un luogo comune per Alex, al tavolo lo sapevano tutti: non solo perché Chiara era stata la ragazza storica di Alex (erano stati insieme più di tre anni) ma perché poi lei l’aveva lasciato. Il bere aveva condizionato tutta la vita del giovane e, con essa, anche il rapporto più significativo che aveva, quello con lei.

Chiara ci aveva provato con tutte le forze a dargli una mano, ma finì per essere esasperata e capì che il primo passo per aiutarlo davvero sarebbe stato prima di tutto quello di lasciarlo.

Ma non lo aveva mai tradito, né lui aveva tradito lei.

La loro storia finì perché lei aveva finito le lacrime e gli urli ruggiti in faccia nel cuore della notte in fondo a qualche stradina della loro città. Aveva esaurito tutte le forze, ma non poteva in alcun modo smettere di volere il suo bene.

Lei lo lasciò, ma non lo abbandonò. Anzi, dopo aver chiuso la loro storia d’amore, soffocando in sé stessa tutta la voglia che aveva di stringerlo a sé, lo prese per i capelli – stavolta, metaforicamente, dopo le tante che lo fece materialmente tirandolo fuori da pozze del suo vomito – e gli disse che non sopportava vedere la persona più importante per lei ridursi in quello stato.

Alex ricevette simili consigli da tutti, amici e familiari, ma solo lei, con la ferrea, irreversibile decisione di lasciarlo, riuscì a smuoverlo e, successivamente, a convincerlo ad entrare in comunità. A chiedere aiuto.

Ora Alex si sentiva di nuovo sé stesso, quello che era prima di perdersi, e sapeva che il sacrificio della loro storia d’amore era stato necessario.

Per Alex e Chiara era un fatto assodato, assolutamente limpido, che non sarebbero mai più stati insieme.

Ma all’amore si era sostituito un neonato sentimento, fatto di rispetto ed ammirazione reciproca.

Chiara era estasiata di vederlo lì, di vederlo di nuovo felice e di riconoscerlo, finalmente.

Andrea sperava, ingenuamente, che questa serata gioiosa rinfocolasse delle braci d’amore che non poteva credere non ci fossero davvero più, da qualche parte, là sotto. Paolo, però, anche lui un’amicizia storica, era la prova che si sbagliava: stava insieme a Chiara da tanto ormai, e l’intimità e complicità che traspirava da loro due era evidentissima.

Ma quanto era? Alex li guardava, mentre bevevano e chiacchieravano, la serata stava andando bene e tutto era perfetto, tranne questa sensazione strana di non capire esattamente da quanto tempo stessero insieme. E che giorno era?

«Ci vuole altra birra!», Andrea emise l’enunciato insieme ad un rutto, trionfale.

«Vado a prenderle io».

«Alex, ma sei sicuro? Dai no, è meglio che ci vada io», fece per alzarsi.

«Andre, tranquillo. Tornerò subito dal bancone, porto un paio di boccali di bionda ed uno di cocacola. Non preoccuparti».

«Okay fratello, grazie».

Arrivato al bancone, fece la sua ordinazione. Mentre aspettava la spillatura, poggiò i gomiti sulla trave di legno e si godette di nuovo un po’ quel posto.

Era come se lo ricordava. Quando ancora non era alcolista, e questo locale era nuovo, lui ed i suoi amici di sempre lo elessero a base operativa.

Era un locale a tema vichingo, gli osti erano due “metallari D.O.C.”, suonavano ciascuno in un gruppo diverso, due sottogeneri diversi, ed erano persino uno biondo e l’altro moro. Il posto aveva un arredo tutto fatto di legno di quercia e ciliegio mescolati benissimo, guardava la birra schiumosa riempire i boccali da sotto un soppalco del bancone pieno di scudi vichinghi di legno dipinto e corna di cervo.

L’oste biondo, quello non burbero, buttò lì qualche parola mentre aspettava che la schiuma si posasse per continuare la spillatura magistrale: «Bentornato Alex, ci sei mancato».

«Grazie Umbé, mi siete mancati anche voi».

«Certo che, se dovessi smettere di bere io, farei un funerale vichingo in tutti i sensi. Berrei da spaccarmi per sempre e poi basta».

«No Umbé, io l’ho smessa davvero. Mi son concesso l’ultima birretta, ma dopo questa devo piantarla. Le cose sono davvero cambiate».

«Ogni volta che ti darò un soft drink, piangerò. Sappilo».

«Maddai… Piuttosto, lo sai che ho conosciuto Fustaine?».

«Gabe Fustaine?!».

«L’unico ed il solo. Era in comunità».

«Caaazzo! E com’è? Un pezzo di merda?».

«Sì…» Alex ci rifletté un pochino, un sorriso innocente gli si dipinse sul volto «però è anche uno che vale la pena conoscere. Gasa».

«Almeno aveva senso dell’umorismo…».

Una voce femminile inaspettata fece voltare Alex.

«Sarah?».

«Ciao, Graffietto».

«Graffietto?», Umberto aveva finito di spillare le birre e chiese, alzando un sopracciglio, mentre le appoggiò sul bancone.

«Sarah, dai, lascia stare…».

«Tutti gli OSS della struttura lo chiamavano così dopo che gli ho fatto un taglietto con l’unghia più lunga della mano una mattina, era andato a piangere in infermeria per un cerotto…».

«Ma che piangere, e piangere!», si intromise Alex, piccato: «mi hai tirato uno schiaffone mostruoso, e con quegli artigli smaltati di nero da arpia che ti ritrovi mi hai beccato un vaso sanguigno importante sullo zigomo! Sanguinavo come un vitello!».

«Esagerato… e poi non vedo cicatrici».

«E meno male!».

Si fecero una risata, poi si guardarono, sorridevano silenziosamente.

«Quindi hai finito anche tu?».

«A quanto pare…».

«Come stai? Che ci fai da queste parti?».

«Sto bene, e… sono da queste parti perché… perché sapevo che c’eri tu».

«Che vuoi dire?».

«Non abbiamo lasciato quel discorso in sospeso per un bel po’ di tempo?».

«Oh, sì… Credo… credo di sì».

Alex aveva le due birre e la coca in mano, le teneva per i manici dei grossi boccali di vetro, e stava in piedi di fronte a lei prima di tornare al tavolo.

C’era movimento tutto intorno, ottima musica, quella preferita da Alex, il gruppo di Fustaine.

E si rese conto che Sarah non avrebbe dovuto essere qui. Lei era una Project Manager milanese, loro erano in Piemonte, ed il suo locale preferito era ad altri venti chilometri nell’altra direzione rispetto alla città dov’era cresciuto.

«Cosa vuol dire che sei qui perché ci sono io? Non ti ho mai parlato di questo posto».

«Infatti no, ma si vede che avevi bisogno di vedermi».

«Non capisco», Alex si sentiva confuso. Quella sensazione strana, quella mancanza di riferimenti. Sarah qui, quando ricordava invece di averla vista per l’ultima volta nella clinica svizzera. Anche la storia dello schiaffo, del graffio… Non gli tornava. Cioè, sì, sembrava un ricordo sensato, mentre lo avevano evocato dentro un dialogo. Era una conoscenza condivisa, eppure ora non lo avrebbe saputo collocare.

«Quanto tempo è passato?».

«E io che ne so? Se non lo sai tu…».

«Piantala! Che conversazione è questa? Che ci fai qui?».

«Rilassati… Sono qui per lo stesso motivo per cui ci sei tu. Perché sei qui, tu?».

«Io sto festeggiando che sono uscito sobrio dalla clinica dove sono stato un sacco di tempo».

«Eh, quanto tempo?».

Alex si sforzò. Si spremette le meningi. Ci pensò davvero forte, e mentì: «Sei settimane».

«Non barare…», disse Sarah, con le braccia conserte, con l’indice che spuntava dalla mano e che bacchettò l’aria, aggiungendo un piede stivalato che sembrava battere il tempo «Hai detto sei settimane solo perché hai letto da qualche parte che è uno dei tempi standard per i cicli di recupero dalla dipendenza da sostanze».

Alex sapeva che era vero. Aveva appena pensato quell’esatta nozione, ricordava forse di averla strappata dal ricordo vago di una brochure, sì, era una brochure che i suoi gli avevano sventolato davanti agli occhi appannati nelle volte in cui lo torturavano prima di entrare in riabilitazione. Ma come faceva lei a saperlo? Era come se gli avesse letto nella mente.

«Non ti leggo nella mente», disse Sarah, sbuffando sopra il naso la frangia tinta di nero con le labbra addobbate, anche loro, di rossetto nerissimo.

Alex strizzò gli occhi, aveva le vertigini.

Lasciò andare i boccali, caddero, lentissimamente.

Quando toccarono terra si frantumarono ed i due liquidi, chiaro e scuro, si mescolarono al rallentatore sgusciando fuori dai cocci di vetro spesso.

In quel momento riaprì gli occhi, era di nuovo in clinica. Dentro la camera di Gabe.

«Di nuovo qui, pivello?».

Alex era seduto sulla poltroncina malmessa, con una sigaretta in una mano ed un succo di ananas nell’altra.

«Cosa cazzo…?».

«Calmati, sarà tutto più facile…».

Una melodia educata, una ballata leggera, veniva fuori dall’acustica di Gabe, che non era più in mutande, era vestito nello stesso modo in cui l’aveva incontrato per la prima volta nella saletta dello psicologo.

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