L’albergo dei vivi
«Quindi te ne vai già?»
Lui non girò nemmeno la testa, continuava a guardarsi nel grande specchio e si annodava la cravatta al collo della camicia. Era già la terza volta che la scioglieva e ricominciava.
Anna si girò sul fianco destro e sprofondò la testa nel cuscino. Il profumo di lavanda le invase le narici, chiuse gli occhi e inspirò per assaporarlo. Lui urtò il letto mentre cercava le scarpe. Strano non le trovasse nella piccola camera di quell’albergo. Aprì solo un occhio, la radiosveglia sul comodino diceva le sei e quaranta.
Si rimise supina, tentò di piegare la gamba sinistra ma una puntura le trafisse il ginocchio. Strano, durante la notte aveva dimenticato il dolore.
Era entrata tranquilla in casa, i sacchetti della spesa non le pesavano. L’idea era di preparare qualcosa di buono. Magari poi avrebbero potuto parlare. Aveva chiuso la porta con un calcio, si era però subito fermata. Un odore diverso. Sudore vecchio e stantio. E poi qualcosa che strisciava provocando un fruscio regolare. Proveniva dal salotto.
Anna aveva appoggiato i sacchetti a terra nel corridoio. Per andare in cucina avrebbe dovuto passare davanti al salotto, la porta era aperta a metà. Le gambe le si erano irrigidite e il cuore aveva accelerato. Le pulsazioni le martellavano le tempie.
«C’è qualcuno?» la voce le traballava. Si era fermata di colpo. A terra nel corridoio c’erano un paio di pantaloni. Erano scuri e non li riconosceva.
Ecco, una gola che raschiava. Molto debole ma inequivocabile. Un uomo.
«Chi è?» aveva quasi urlato.
Un colpo di tosse, forte e distinto. Lo conosceva. Lo stesso che accompagnava le sue notti.
«Paolo?»
«Vieni, sono qui».
Le gambe le si erano sciolte, Paolo. Avrebbe dovuto essere al lavoro. Aveva sospirato.
«Ma che fai qui? Mi vuoi far venire un infarto?»
Era entrata nel salotto in penombra, le tapparelle erano abbassate.
Quello che aveva di fronte non aveva senso. Paolo era seduto sulla poltrona rossa che guardava verso l’ingresso del salotto. Tra le sue mani luccicava qualcosa. Vedendola si era alzato in piedi. Era completamente nudo.
«Arrivi puttana, dove sei stata?» l’aveva accolta.
«Ma…»
«Dov’eri? A scopare in giro come sempre? Lo so…»
Il cuore di Anna si era rimesso a martellare, la vescica stava minacciando di cedere. In mano aveva il grosso machete che avrebbe dovuto essere appeso al muro. Lì dov’era sempre stato dal ritorno del loro viaggio di nozze. Adesso era vicino a lei, molto vicino al suo viso, la lama di lucido acciaio le balenava davanti agli occhi. E dietro c’era lo sguardo sbarrato di suo marito. La fronte era madida di sudore e il suo fiato rancido le aveva fatto sussultare lo stomaco.
«A te ci penso io adesso» aveva detto avvicinandosi.
Le gambe di Anna erano pietrificate. La saliva che colava sul mento di lui le aveva sbloccate di colpo. Forse aveva urlato e si era girata. Qualcosa le aveva afferrato i capelli ma lei con uno strattone era riuscita a staccarsi. Era uscita dal salotto e in quattro balzi aveva percorso il corridoio, aveva sbattuto con violenza un ginocchio contro il mobiletto vicino all’ingresso. Si era gettata sulla maniglia. La porta si era aperta.
«Fermati troia, dove credi di andare?»
Le scale le aveva scese a salti. Da sopra urla e rumori metallici. Si era trovata in strada, la testa le girava. Una signora si era avvicinata ma lei l’aveva respinta e si era allontanata.
La sera era ormai arrivata. Lei aveva un po’ camminato e un po’ corso. Alla fine si era fermata, non riconosceva nulla intorno a sé. Se chiudeva gli occhi quel mento bagnato di saliva puzzolente le invadeva i pensieri. Si era appoggiata a un muro e aveva iniziato a respirare in modo lento e più regolare. Basta, non torno più. Finisce così. Aveva alzato lo sguardo e aveva visto l’insegna rossa. Roxy Bar. Indossava ancora il soprabito. Il portafoglio era in tasca, ruvido sotto le dita.
Si era passata il bicchiere gelato sulla fronte e sulle guance. Il ghiaccio tintinnava nell’Aperol. Quando lo ebbe finito subito un altro le fu appoggiato sul bancone accanto alle mani. Aveva alzato lo sguardo verso il barista e spalancato gli occhi.
«Da parte di quel signore» e glielo aveva indicato con un gesto del mento.
Nell’ascensore si erano già messi le mani dappertutto. Anna aveva afferrato la testa dell’uomo, l’aveva tirata verso di sé e aveva affondato i denti nel suo collo. Le mani di lui erano nei suoi jeans, si erano fatte strada e le stavano stringendo le natiche.
La stanza era piccola. Anna si era tolta i vestiti e aveva spinto con forza l’uomo sul letto matrimoniale. Gli era salita a cavalcioni e gli aveva bloccato le braccia sopra la testa. Si era chinata su di lui e lo aveva baciato, leccato, morso sul viso, sul collo e sulle spalle. Poi gli aveva sbottonato la camicia prima di scendere a sganciare la cintura e infilargli una mano dentro i boxer. Mentre era dentro di lei Anna lo aveva stretto con le braccia su di sé. L’anello nuziale che aveva all’anulare sinistro le balenava davanti agli occhi. Un calore fortissimo le saliva dal ventre verso il viso. Nel momento in cui le convulsioni le stavano squassando il corpo si era infilata il dito in bocca e aveva soffocato un urlo. Quando i brividi si erano attenuati aveva estratto con i denti l’anello e, dopo averlo tenuto per qualche istante in bocca, lo aveva sputato a terra.
Aprì gli occhi e si sollevò sui gomiti. Si sporse sull’orlo del letto e controllò il pavimento di moquette marroncina. Nessuna traccia dell’anello.
L’uomo era di nuovo di fronte allo specchio e finalmente era riuscito a legarsi la cravatta. Si infilò la giacca e, sempre guardandosi, si stava sistemando i capelli alla bell’e meglio con le mani.
«Quindi te ne vai… lo sai che né io né tu possiamo più tornare nei nostri mondi, vero?»
Lui si fermò e rimase con la mano tra i capelli. Senza girarsi, guardandola nello specchio, alzò un sopracciglio e disse:
«Io di sicuro ci devo tornare, e anche in fretta. Devo aprire la chiesa per dire la Messa delle sette».
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