L’altra città

Serie: Di sicuro non è un libro


Parto.

Vado a Torino. In famiglia, l’altra famiglia. Quella nuova. Il nuovo fratello. E’ sempre tutto nuovo a Torino. Anche se a vederla, sembra vecchia. Dicono piena di storia, ed è vero. Proprio vissuta, si sente nell’aria, si avverte questo vivere fremente, ma nolente dei torinesi.

Non la scopro ancora, non l’ho vista. La vedo sempre poco, la scopro neanche un pezzo alla volta. E’ grande, piena. Notte, di notte è tutta un’altra cosa.

C’è la nebbia.

Sono solo, navigo su internet. Ma mi fermo, vorrei uscire, vorrei la comitiva, ma forse sarebbe meglio Mau.

E’ grande, ma con la nebbia, quella fitta, sembra tutto irriconoscibile, tutto piccolo.

Silenzio profondo. Ogni tanto a Catania, quando la notte non si dorme, ce n’è di rumori. Ma qui la nebbia è un vuoto, uno spazio che si sovrappone. Sembra come se tutta la brina mattutina si ritrovi qui, e che si mescoli alle strade, alle poche case e ai campi e agli alberi.

E’ come essere invasi da lucciole in regime di economia. Tante lucciole alle prese con la crisi energetica.

Dà un senso di solitudine, amplificato dal non conoscere nessuno e dalla mancata attesa di qualcuno, come se fosse un’unica notte dove sicuramente tutti dormono e nessuno ti sorprenderà con uno squillo di cellulare o una suonata al citofono.

Viene voglia di scrivere, quantomeno per parlare con qualcuno.

Anche se potrebbe essere un discorso già fatto, con una persona che conosci benissimo.

C’è tanto verde qui attorno le strade.

Non sono nella Torino centro. Ma nella pianura che la avvolge. Ti senti veramente lontano da casa. Non è la piccola chiana di Catania. Che non l’ho mai vista tutta, ma so cosa c’è prima e cosa viene dopo, o almeno so che finisce. La Padana, il continente, non è un’isoletta. E la nebbia ti rende tutto più piccolo, allo stesso tempo. E’ un collasso e rinascita di sensi. Si sente che non sei a casa. Non sono a casa, anche se questa potrebbe essere casa mia, è casa di mio padre. Ma mi sento fuori, come gli agricoltori quando raccolgono i pomodori. E gli agricoltori davanti a me domani mattina saranno molti, anche se non li vedrò, ma so che ci sono, si vedono i campi, i campi sono curati. A meno che l’agricoltura, qui, non sia arrivata alla completa automazione e l’agricoltore è oramai un mestiere in via d’estinzione. Ma non mi sembra, loro ci sono e i pomodori vanno raccolti. Sono stato già molte volte qui, a Torino. E ogni volta sembra che mi trovi in altro paese, come se non fossimo nella stessa nazione. Ma è lo stesso tutto diverso.

Io mi sento diverso e lontano, lontano dal mio sole e dal mio mare che vedo dal balcone, qui c’è solo un mare di nebbia e di autostrade. Onde di camion vanno e vengono, con lo stesso tempo dell’acqua quando il grande nero è calmo di sera. Sono lontano dal calore dei panettieri aperti fino alle nove, e il forno magari non è più caldo, ma le luci delle insegne si! Qui sono staccate già da un pezzo, non c’è pane. Mi manca il mio pane, e non lo dico per dire. A me mancano le cose semplici della mia terra, cose che non trovi da altre parti. Mi manca il caldo dei cornetti dei bar, la mattina. Qui al nord li chiamano croissant, e la cadenza francese emanerebbe già abbastanza calore, ma non sono altro che residui surgelati di preparati industriali, scaldati al gelo di un fornetto elettrico!

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Capelli, come trame di un viaggio. Capelli, come strade che portano ad altre città

Scriverò delle poesie, mentre ascolto Jazz.

ToroGiadz

venerdì 10 febbraio 2012 alle ore 23.39 ·

 

Fredda,

noir,

grigia,

elegante,

bum, pa,

lenta,

come quei neon spenti

che fanno da insegna 

a vecchi negozi di abbigliamento.

Vecchia aristocrazia,

soppiantata da mille razze,

noir,

malefica,

noir come la neve noir

che ricopre i marciapiedi,

marcia di spruzzi di marmitte.

Marmitte,

auto,

disegnatori ormai anziani,

fumettisti,

cinematografi,

musei,

e vecchi palazzi 

di una vecchia capitale.

Mi dispiace non avere 

conosciuto le voci 

di quel giadz che cantano i ragazzi,

la voce della torino che vive,

e non passeggia solamente

e non va solo a lavoro,

e non torna solamente a casa.

Torino è come la voce di Billie Holiday,

lontana,

lenta,

grigia,

sporca,

relax di musica e ritmo

in un locale noir,

dove entri anche se puzza di fumo,

pur di non sentire il freddo.

Tanto freddo,

tanto caldo,

tanto fumo,

tanto giadz.

 

 

Bossa piemonte

giovedì 9 febbraio 2012 alle ore 1.33 ·

 

Questo freddo

rinfresca la mia anima,

questa bossa

mi muove i neuroni,

questa voce

mi dondola,

questa sensazione di me stesso

non mi fa sentire solo,

quest’ amore

mi tiene sveglio da questo letargo.

E’ l’inverno del riposo,

del pieno riposo,

come mi mancava da un bel po’,

da berci sopra,

e brindare.

E ancora me ne attende,

perchè presto il tempo corre,

su questa bossa,

in piemonte,

e presto scioglierà la neve,

e porterà il mio sole blu

e il mio mare giallo.

Ops, ho scritto al contrario hai visto?

Talmente riposato

da non stressarti con giochetti di parole,

solo riposo, solo bossa, solo amore.

Presto arriverà il sole,

ma in tutto il resto del riposo 

saremo insieme…

Io e te.

Continua...

Serie: Di sicuro non è un libro


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