L’altra me (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: EPISODIO IN DUE PARTI: PRIMA PARTE.

Nell’atelier di famiglia, tra le colline di Modena, si incidevano specchi da almeno tre generazioni.

Alba Ferretti crebbe così: respirando polvere di vetro e imparando, prima ancora che a scri­vere dritto, l’arte delle frasi composte al contrario – perché è in quel modo che s’incide una dedica sul retro della lamina destinata a un cristallo riflettente: la mano deve tradire l’occhio, disegnare la lettera sbagliata sapendo che sarà lo specchio, e non la carta, a re­stituirla giusta.

Fu probabilmente lì, tra una lastra e l’altra, che apprese il concetto su cui strutturò la sua intera opera: che la verità a volte non sta in ciò che si vede, ma in quello che la realtà ci restituisce quan­do la incliniamo nel modo giusto.

A venticinque anni, Alba lasciò l’atelier e si trasferì in città. A trentacinque tornò in paese e co­minciò a firmarsi Alceo. A quarantacinque riprese a firmarsi Alba, ma stavolta non era più la stessa di prima. Chi la conosceva raccontava questi passag­gi come si racconta la normalità, senza enfasi – un fatto della sua biografia, non un mistero da spiega­re a chi non l’aveva chiesto. Fu solo più tardi, quando cominciò la stesura di L’altra me, che si capì quanto quei due decenni non fossero stati un prima e un dopo, ma i due tentativi di una ricerca interiore che, a un certo punto, l’aveva traghettata a una terza versione di sé – quella che nessuno, tran­ne lei, vide mai completamente.

Il romanzo segue un’unica vita continua, di­visa in tre fasi che coincidono, quasi nel dettaglio, con quelle della sua autrice: a venticinque anni la protagonista lascia il paese per la città, nei panni della prima identità, quella che il libro chiama semplicemente la ragazza. A trentacinque torna in paese, vestita e presentata come un uomo, restan­dovi per un decennio, senza mai abbandonare quel ruolo, finché a quarantacinque non riparte per la città un’ultima volta – un viaggio breve, una setti­mana soltanto, prima del ritorno definitivo nel vil­laggio natio, con la terza identità, quella che il li­bro non nomina mai apertamente.

L’opera non parla di tre esistenze distinte: sono la stessa vita, che passa due volte per la città e tre per il paese, incontrando sempre le stesse per­sone, ma cambiata al punto da non essere mai rico­noscibile – e da riconoscere, a sua volta, sempre meno ciò che la circonda.

Gli episodi che meglio illustrano questi mu­tamenti, tra un’identità e l’altra, sono legati alla stessa coppia di persone, e si compongono a di­stanza come una beffa scritta dal destino: da ragaz­za, in paese, la protagonista s’innamora di un uomo, Ettore, che la tradisce con un’altra donna, Nora, fino a ufficializzare la relazione clandestina e abbandonare la fidanzata per sposare l’amante.

Il libro racconta questo primo tradimento in poche pagine secche, quasi contabili, come se l’autrice si rifiutasse di concedergli più spazio di quanto meriti.

Il secondo episodio arriva un decennio più tardi, ancora in paese, e non avrebbe potuto essere scritto se il primo non fosse già successo: è Alceo, non più Alba, a essere corteggiato – con un’insi­stenza che la protagonista giudica dapprima in­comprensibile – proprio da Nora, la stessa donna che le aveva portato via Ettore, ormai ridotta a mo­glie trascurata di un uomo grasso e noioso. Nora non riconosce in Alceo nulla della ragazza cui un tempo aveva rubato intenzionalmente il fidanzato: lo desidera per quello che è, ignara di guardare, ri­flessa in un’altra forma, l’antica rivale che credeva di aver battuto anni prima.

La protagonista, dal canto suo, capisce esat­tamente chi ha davanti, e sceglie lo stesso di diven­tarne l’amante – l’amante dell’amante del proprio vecchio fidanzato, un’ironia che il libro non com­menta mai apertamente, lasciandola parlare da sola nella sua geometrica perfezione: chi l’aveva sosti­tuita, ora la sceglie senza saperlo.

Anche questa relazione, come la prima, fini­sce male, ma in un modo che almeno insegna qual­cosa: solo dopo aver visto Nora due volte, da due lati opposti dello stesso specchio, la protagonista comincia a sospettare che il problema non sia mai stato quale identità mostrare a Ettore o a Nora, ma il fatto stesso di continuare a scegliersi in funzione di chi, di volta in volta, la desidera o la respinge.

Continua...

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Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. L’apertura di questo capitolo, la tradizione di incidere specchi è veramente notevole. Suggerisce una immagine perduta seguita dal respiro della polvere di vetro. Ho trovato questo passaggio veramente ben concepito. Complimenti per la tua scrittura Nicholas 👏

  2. “… la protagonista comincia a sospettare che il problema non sia mai stato quale identità mostrare a Ettore o a Nora, ma il fatto stesso di continuare a scegliersi in funzione di chi, di volta in volta, la desidera o la respinge.” Qui ci leggo una critica alla tendenza a mostrarci diversi da come siamo pur di compiacere gli altri. Una vera e propria recita, dimenticando che una commedia funziona finché non dura troppo. Al prossimo capitolo, Nicholas! 👏👏

    1. Ciao Concetta! Sì. È sempre un racconto sull’identità (e sul provincialismo) con un’idea un po’ almodovariana. Purtroppo, con 1000 parole a disposizione, anche stavolta non sono riuscito a spiegare il meccanismo fisico del libro scritto dalla protagonista (e il suo metodo di lettura collegato all’incipit). Domani arriverà il dettaglio e la conclusione. Grazie mille per la lettura🙏🏻🤗