L’ALTRA
Bruna spinge la porta con la spalla. Sotto il foulard, il livido pulsa.
Fuori piove sottile. Le scarpe assorbono l’acqua dei marciapiedi rotti. Le scale del palazzo puzzano di fritto e di umidità. Ogni gradino, il rumore sordo delle suole pesanti sul materasso.
In bagno accende solo il neon sopra lo specchio. Freddo, verdastro.
La gonna scivola a terra con un fruscio bagnato. Rimane ferma un momento, le braccia lungo i fianchi. Poi alza gli occhi.
Capelli corti scompigliati, occhiali appannati, labbra gonfie. Il livido sul collo, violaceo al centro e giallastro ai bordi. Accanto a lei nello specchio c’è l’ALTRA. La bocca socchiusa. La mascella bassa. Gli occhi aperti come si aprono gli occhi quando si aspetta qualcosa.
Nella testa, la voce del padre: «Le brave ragazze non fanno queste cose».
Si accascia sul pavimento. Schiena contro la vasca, gambe aperte. L’odore di ciò che è rimasto su di lei si mescola all’aria chiusa. Le dita si muovono. Nello specchio l’ALTRA le guarda le mani.
Il neon ronza.
Le dita non si fermano, accelerano, perché l’odore è ancora lì, perché il livido pulsa ancora, perché è esattamente questo, esattamente questo, e l’ALTRA nello specchio lo sa da sempre e apre la bocca un poco di più.
Le sale dal basso qualcosa di caldo e di duro. Le cosce tremano contro il pavimento gelido. La schiena si irrigidisce. Da qualche parte nel palazzo qualcuno sposta una sedia. Le ginocchia si piegano verso il petto e dalla gola esce un rantolio basso, gutturale, che non appartiene a Bruna. Appartiene all’ALTRA, che lo vomita fuori con gli occhi chiusi e la testa appena inclinata all’indietro.
Poi il silenzio.
Il pavimento gelido sotto le cosce. Le mani bagnate sul ventre. Bruna guarda il soffitto.
Nello specchio l’ALTRA ha già gli occhi aperti.
Il telefono sul bordo del lavandino si illumina. Un numero sconosciuto: «Stasera. Stesso posto».
Bruna lo legge. Il telefono le scivola dalle mani.
Nello specchio l’ALTRA, sorride. Non aspettava altro.
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Ciao omonimo. Poche parole al posto giusto, niente fronzoli. Ognuno di noi aggiunge ciò che non fai emergere dalla nebulosità della breve storia. Ottimo!
L’ Ombra che emerge e si specchia accanto all’ immagine ferita. Lo sdoppiamento dovuto ad una morale rigida che non consente di integrare i due volti nella stessa donna, combattuta e sopraffatta dai suoi desideri piú viscerali.
Sembra un caso da manuale di psicoterapia junghiana.
Non l’avevo interpretata così, ma adesso che hai citato Jung… Rileggo!
Ciao!