Lamento

Serie: Nel nome del padre


    STAGIONE 1

  • Episodio 1: Lamento

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Luigi Pirandello muore il 10 dicembre 1936.

Andrea Camilleri sostiene che Luigi Pirandello, dopo avere odiato suo padre Stefano per tutta la vita, al momento della vecchiaia di lui avrebbe cambiato atteggiamento, cominciando a trattarlo con filiale devozione.

Io non ci credo tanto. Se il padre dello scrittore assomigliava a nostro padre, così mi ha detto mia sorella, come potrebbe un figlio perdonare!

«ROBERTO! Dov’è tua sorella?»

«Si è chiusa in sala, sta recitando.»

«Ancora? Non è possibile!»

«Ma scusa, mamma, Luigia sarà libera di fare quello che vuole almeno quando è vacanza!»

«Libera un accidente! E tu, non difenderla sempre. Già non fa nulla per aiutare quando c’è scuola: adesso che la domestica è in vacanza, pretendete che faccia io la serva?»

«Ti posso aiutare io, se vuoi!»

«Mettitelo bene in testa: i maschi, in casa mia, non fanno il lavoro delle donne! E non farmelo più ripetere!»

Prende fiato, poi ricomincia.

«Luigiaaa! Apri quella porta!»

Luigia è strana. Farebbe felice nostra madre se leggesse i libri che lei le compera: Dersu Uzala, La vita di Piergiorgio Frassati, Marcovaldo, Quel gran sole di Hiroshima. Come i figli e le figlie dei suoi amici. Cristiani di sinistra.

Luigia si è iscritta alla biblioteca pubblica, legge Manzoni, Fogazzaro, Verga e noiosità varie.

Da qualche giorno si è fissata con Pirandello e si è messa a imparare a memoria Il figlio cambiato, una favola, è scritto sulla copertina. Dice che gliela faranno recitare quando ci sarà la festa degli scout ma io ho capito benissimo perché lo fa. È contorta, lei.

Io credo che ripetere a voce alta, fino allo sfinimento, questa storia di un figlio che vive in una famiglia cui non appartiene, sia il suo modo per mostrare che è incazzata, oppure sta male.

Nostra madre? A detta di tutti nostra madre è perfetta: passa il suo tempo a sferruzzare per i bambini poveri, parla rigorosamente in Italiano perché al tempo in cui lei era bambina lo ha ordinato il duce, e organizza feste di beneficenza a cui io devo partecipare per farmi accarezzare la testa dalle signore e dai preti. 

Io ho dodici anni, tanto per precisare.

Continuiamo. Lei è molto, come posso dire, morale: non usa smalto, rossetto e gonne corte. L’ ho vista una volta mollare una sberla a mia sorella perché stava uscendo di casa con una camicia trasparente.

È successo una volta sola, abitualmente si serve di mio padre.

«Lucianoooo! Tua figlia si è chiusa di nuovo in sala e io non posso preparare la tavola. Già che non si capisce perché lo debba fare sempre io!»

Lui arriva infuriato: è sempre infuriato quando lo disturbiamo ma con sua moglie non se la prende mai, e nemmeno con me a dire la verità. Forse pensa che se mi picchia, quando diventerò grande lo potrei ammazzare. 

Quindi se la prende sempre con Luigia. Urla e urla e urla.

«Apri quella porta!»

Luigia sa che va a finire sempre nello stesso modo ma ogni volta spera di poterlo ammansire.

Quindi a nostra madre no, ma a lui la apre, la porta.

Le sberle che si prende non sono mai tante, ma forti tanto da far girare la testa e bruciare le guance. 

Lei corre intorno al tavolo, ogni volta che la raggiunge la schiaffeggia.

Alla fine lei corre in camera sua, lascia cadere il libro da cui leggeva e lui lo raccoglie, scorre qualche riga.

«E per queste scemenze si fa picchiare?»

IL PRINCIPE:

No, senza bagagli,

via tutti i bagagli! A tracolla

un tascapane

pieno di frottole amene,

e a braccetto una bella fanciulla

naturale come un fiore,

per cui nel regno,

vedendoci passare,

tutti possano esclamare:

«Ecco un uomo d’ingegno

e una donna di cuore! ».

Non cercate, non vi travagliate,

non c’è bisogno di nulla:

tutto alla fine verrà come in sogno

da sé:

voi, ministri; ed io, re.

IL PRIMO:

Ma vostro padre, Altezza

IL SECONDO:

Il cuore ci si spezza…

IL PRINCIPE:

Vedo mio padre nella sua reggia

in un fastoso deperimento.

Addormentata nel capo ogni idea,

nel petto ogni sentimento,

nel fegato ogni ira,

con gli occhi pieni di sonno si stira

distratto sul mento

la barbetta profumata:

«Niente di nuovo nella giornata?».

La voce di mio padre, per me,

è come vedere

uno specchio nell’ombra.

(La favola del figlio cambiato è una composizione favolistica scritta da Luigi Pirandello dall’estate del 1930 a quella del 1932. Ripresa dalla novella Il figlio cambiato (1902) la favola fu rappresentata per la prima volta con la musica di Gian Francesco Malipiero.)

Serie: Nel nome del padre


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Discussioni

  1. Molto intenso anche questo racconto, così come la forza con cui fai trasparire le complessità, nel bene o nel male, del rapporto genitore-figlio/a e poi, non ultimo, il riferimento a Luigi Pirandello e alla sua novella che non ricordavo e che vado subito a rivedere!!!

  2. C’è una cosa ancor più bella dei racconti stessi: il fatto che ogni volta che ti leggo imparo qualcosa di nuovo. Che siano usanze, vite e luoghi a me lontani, storie (vere o inventate) su cui soffermarsi, curiosità e tanto altro, sei una fonte inesauribile.

  3. Mi è piaciuto tantissimo il racconto di Pirandello usato per urlare la propria incazzatura. E il parallelo con la figura del padre padrone.
    Si impara a ragionare, leggendoti. Grazie Francesca.

  4. Hai cambiato argomento e hai fatto bene, con un titolo del genere, “Nel nome del padre”, sono tante le cose da dire. Qui tratti un altro tipo di violenza, più comune, se vogliamo dire così.
    Mi associo al commento di Giancarlo: essere genitori è una camminata sulla fune. Ad essere permissivi si sbaglia e a essere autoritari si sbaglia ugualmente. C’è una cosa però su cui punterei i fari: l’atteggiamento patriarcale dell’uomo di casa di questo racconto. Io da bambino ero abituato che mio padre non si tirava mai indietro davanti ai lavori domestici e mi è venuto spontaneo fare lo stesso a casa mia. Ecco, credo che far vedere ai propri figli che tutti si devono occupare della famiglia e della casa sia una forma di educazione al rispetto che da grandi gli servirà.

    1. Grazie, Francesco, per la condivisione. Tu appartieni a un’ altra epoca, oggi i padri/mariti/figli aiutano in casa. Quello che non capisco – non sono ironica, da tempo sto davvero cercando di capire – è l’ aumento dei femminicidi.

      1. Per affrontare questo argomento ci vorrebbe, come minimo, un forum di discussione. Comunque bisogna prima di tutto aver chiaro cos’è il femminicidio, quando lo è e quando no. Poi bisognerebbe prendere un numero di campioni e vedere perché sono stati commessi questi crimini. Io una vaga idea del perché siano in aumento (da quando?) me la sono fatta, ma dovrei avere il tempo di verificare attraverso la ricerca.

        1. Penso di intuire e credo di essere sulla tua lunghezza d’onda. Ti faccio un esempio, per spiegarmi senza svelarmi troppo: a me, donna di due generazioni fa, danno molto fastidio le pubblicità casalinghe in cui ormai l’ uomo non affianca ma sostituisce la donna come angelo del focolare.
          Cinquant’anni fa, quando si scendeva noi in piazza, l’ obiettivo era: libertà e mezzi per fare politica, fare carriera, vivere pienamente come donne. Con la valorizzazione delle nostre differenze e delle nostre specificità. Non prendendo il posto degli uomini. Non diventando dei cannibali in gonnella. L’obiettivo non era avere il sopravvento sui maschi ma stare allo stesso livello con le reciproche specificità. Non so se sono riuscita a spiegarmi, non è semplice.

        2. Io invece percepisco una sorta di nuova paura che prima non c’era, o comunque non era diffusa. Non saprei dire di preciso, ma i maschi mi sembrano più insicuri rispetto al passato. È come se perdendo la propria donna non si perdesse solo lei ma qualcosa in più, come se fosse un danno irreparabile.

  5. Mi associo anche io, un racconto forte. I tuoi hanno la capacità di fare riflettere, magari anche di commuovere. Con il tuo stile lo trasmetti in maniera efficace.

  6. Un altro racconto forte, questo più di ordinaria violenza a suon di schiaffi, ma nondimeno odioso. Difficile il lavoro dei genitori, sempre in bilico fra l’autorità e l’eccesso di permissività. Difficile.
    Ma la violenza, che sia fisica o verbale, è sempre e comunque orrenda.

  7. “La voce di mio padre, per me,è come vedereuno specchio nell’ombra.”
    Questa frase, per me, è simbolo della ribellione dei figli ai genitori autoritari. Altro tipo è quella ribellione ai genitori deboli, carica di derisione e disprezzo. Non so dire cosa sia peggio, meglio aspettare e sperare che la piena passi, e i figli tornino a comprendere i genitori come esseri umani.