
L’americano
«Allora, si fa?». Domenico si sentiva come il Vesuvio durante un’eruzione.
Gli altri lo guardarono. Si vedeva che lo consideravano un ragazzino, ma Domenico non ci poteva fare nulla se non aspettare tempi migliori. Aveva già dismesso da tempo i pantaloncini, si era fatto crescere la barba, ma per gli altri era sempre il ragazzino. Per caso non si sarebbe mai più sbarazzato di quell’impressione?
«Allora?» continuò.
«Sta’ calmo, ora aspettiamo l’americano». Lui non era il capo, era uno dei quadri, era un veterano della guerra civile.
Domenico annuì e strofinò il revolver.
Il bar era come sempre puzzolente di fumo, qualcuno commentava dell’ultimo film di Marisa Allasio, altri che la Rai trasmetteva dei bei programmi ed era una bella novità che in Italia ci fosse la televisione. A Domenico non interessava nulla di tutto ciò.
Entrò un uomo. Era molto anonimo ma Domenico e i camerati lo osservarono con aspettativa: era l’americano.
L’americano li avvicinò, senza dire niente sedette al tavolo e li guardò con un’occhiata fredda. «Credo siate pronti».
«Sì» rispose il veterano. «Per eliminare Togliatti…».
«No. Va bene lui». Indicò Domenico, che si riempì d’orgoglio.
«A dire il vero avevamo stabilito che sarei stato io». Il veterano era rimasto a bocca aperta.
«No. Lui».
Il veterano sospirò. «D’accordo. Domani…».
«No. Oggi».
Adesso stava iniziando ad arrabbiarsi. «Si era deciso un altro modo».
«No, ti dico. Sono io a decidere. L’ambasciatore mi ha dato carta bianca e ho deciso che sarà lui. Come ti chiami, ragazzo? Nicola?».
«Domenico». Non si offese.
«Capisco. Ora vieni con me».
«Subito?». Era sbigottito.
Si tirò in piedi, gli fece un cenno.
Domenico lo seguì sapendo che i camerati lo fissavano con invidia.
Uscirono in strada e l’americano sembrava disgustato. Domenico rise: «L’Italia è fatta così. Questa è Roma».
«Washington è più ordinata».
«È l’America». Domenico procedette con le mani in tasca. «Mai stato in America. Com’è?».
«È il paese più bello del mondo». Non aggiunse altro.
Si fermarono in via delle Botteghe oscure, l’americano gli disse: «Hai il revolver?».
«Certo». Domenico si accarezzò la tasca. «Ce l’ho sempre con me».
«Aspetta qui. Fra poco esce Togliatti. Sparagli. Dopo, scappa in quella direzione, ti attende una macchina».
Domenico fece l’occhiolino e obbedì.
***
Mezz’ora dopo, dalla sede del PCI uscì Togliatti.
Domenico gli venne incontro. «Amico dei russi!». Gli sparò un colpo nello stomaco, lo fece piegare in due, scoppiarono delle urla, Domenico tirò il grilletto colpendolo in testa, in faccia, alle spalle.
Togliatti era morto.
Domenico scappò, si guardò attorno e udì un clacson.
Una macchina con il motore acceso.
Le si avvicinò e montò a bordo. «Ho ucciso il capo dei comunisti».
Nessuno disse niente.
***
Non successe nulla, alla fine, e Domenico indagò: «Ho ucciso Togliatti, io».
L’americano scosse la testa. «No. Hai ucciso un suo sosia».
Domenico si spalmò le mani in faccia. Che errore!
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Bravo Kenji, ancora una volta. Molto credibili i dialoghi.
Ti ringrazio. Sarà che sono bravo con lo spionaggio mentre in altri generi ho delle lacune
Ricordo l’ attentato in cui Togliatti ha rischiato di morire. Non avevo mai sentito di un sosia ucciso per errore. Una storia inventata o ispirata a un fatto di cronaca?
Mi e` piaciuta la variazione rispetto si temi che tratti di solito.
Sì, una storia inventata ispirata all’attentato a Togliatti. Grazie per avermi letto!
Un bell’inizio per una sceneggiatura. Complimenti.
Ti ringrazio 🙂