L’amore di qualcun altro

Prima di essere il mio primo amore, era di qualcun altro. 
Ci eravamo conosciuti in spiaggia, con i grani dorati e caldi che coprivano come una coperta sdrucciolevole i piedi. A malapena ci eravamo rivolti la parola. Ricordo solo che sorrideva e non gli permetteva di baciarla in pubblico. Lui si avvicinava e lei chiudeva il petto stringendosi le ginocchia con le braccia, voltando la testa altrove. Nonostante fosse pieno agosto, non c’era verso che si abbronzasse. La sua pelle era liscia e chiara, con qualche pelo biondo sulla cosce e sulle braccia. Senza melanina, appena ambrata verso il crepuscolo, ma comunque più lattea rispetto alla mia, dato che molti in paese mi confondevano per tunisino. 
Aveva le labbra carnose e umide, sempre toccate da gocce di saliva e dal sale del mare, e capelli biondo cenere, più lucenti a mezzogiorno, più dolci e scuri verso sera. Quando sorrideva, gli occhi blu si assottigliavano e pareva una bambina. Le guance tonde e le fossette agli angoli della bocca la rendevano una piccola capricciosa. Pensavo che fosse bella, certo, ma destinata comunque a qualcun altro, al ragazzo che, ai tempi, faceva una discreta strage di cuori. 
Eravamo nel fiore della nostra educazione sentimentale. Da quelle fugaci cotte estive sarebbe sbocciato il nostro modo d’intendere l’amore. 

Una settimana dopo, passeggiavo per l’unica e trafficata via del centro del paese, diretto verso la gelateria più frequentata dai miei coetanei e dalle famiglie che volevano rinfrescarsi. Era da solo, camminavo ciondolando lo sguardo dalla strada alla folla. Mia cugina mi aspettava davanti all’ingresso. 
Lei, la ragazza del mare, che marciava nel senso opposto al mio, incrociò il mio sguardo e sorrise. Ci fermammo a parlare, mi presentò una sua amica di vecchia data con la quale era cresciuta. Ammetto che, senza arroganza né offesa, non ricordo il suo nome. In mente ho solo la sua statura, alta e snella, i suoi capelli lisci legati alla buona, le dita affusolate e fredde. Lei, invece, la ricordo. Indossava un maglietta azzurra e un pantaloncino giallo canarino. Parlammo del più e del meno, un po’ imbarazzati e fingendoci sciolti. Dentro di me non desideravo altro che dirle che le donava quella semplice e anonima maglietta, e che i capelli, seppur resi crespi dalla salsedine, scompigliati com’erano, mi ricordavano le onde del mare quando fuori piove. 
Chiesi di lui, del ragazzo che frequentava. Trovavo che fosse decisamente più attraente rispetto a me, perché vestiva di lino e portava le camicie con eleganza e disinvoltura. Aveva un taglio corto e alla moda, come quelli dei modelli che si vedevano nei cartelloni sulla statale. Io invece ero scarmigliato, con i capelli mossi e indomabili, che si arricciavano dietro al collo e facevano pensare alla criniera trasandata di un leoncino. Vestivo leggero e casual, con tinte spesso scure, con pochi spiccioli e un paio di sogni in tasca. Mi dicevano che avevo gli occhi e le labbra di mia madre e tutte le donne adulte, specie le amiche di mia mamma, mi riempivano di complimenti. Dicevano che avrei avuto successo con le donne perché occhi e labbra femminili sono indici di sensibilità e sensualità, due caratteristiche che piacciono molto alle donne. Io arrossivo, sorridevo dall’imbarazzo di esistere e mi stringevo nelle spalle. A quell’età, quelle parole mi sembravano lontane e patetiche, frottole bianche che si raccontano ai figli di altri. Di lì a poco, sarebbero diventate profetiche. 
-Ti va di prendere un gelato insieme domani sera?
Un occhio esperto avrebbe capito subito che ero al settimo cielo, era palese persino alle persone che mi sfrecciavano accanto. Risposi che sì, mi sarebbe piaciuto, naturalmente. Ci scambiammo i numeri di cellulare e ci salutammo con un semplice cenno con la mano. 
Quando arrivai davanti alla gelateria, mia cugina, con la quale avevo condiviso l’infanzia, mi guardò in viso e fece: “Che hai? Sembri euforico!”

Tutt’oggi non saprei dire se quello che sto per affermare, faccia di me una persona superficiale. Nel mio intimo so che non è così.
Non ricordo nulla di quella serata, se non l’infinita serie di baci e carezze sul viso che ci eravamo scambiati. Sentivo le labbra tumide e la saliva copiosa, la lingua morbida aggrovigliata alla mia, l’eccitazione costante e le nostre braccia attorno al fianco dell’altro. Passeggiavamo poco e parlavamo tanto. Ma ancora più del proferir parola, la bocca prometteva baci. Il primo amore è un bacio perpetuo. Avevamo appena tredici anni, ma avevamo capito tutto dell’amore. Totalmente immersi nell’abisso dell’altro, volevamo isolarci e stare insieme. Soltanto questo. 
Camminavamo senza prenderci la mano, perché il paese era piccolo e lei temeva che qualcuno riferisse ai genitori. In strada, in pubblico, eravamo poco più che conoscenti, ma nel privato avremmo voluto stringerci, prenderci la mano e urlare al mondo il nostro idillio. Agognavamo la fusione dei corpi. Trovammo rifugio tra gli scogli nascosti del porto, dove le coppie giovani cercavano un po’ di intimità e dove alcuni anziani pescatori pazientavano con la canna nel palmo, in attesa di qualche pesce. 
Quello era il nostro posto. Alle nostre spalle marciavano genitori annoiati e passeggini con neonati silenziosi, bambini con le palle di gelato che sgocciolavano dalle cialde, ma nessuno avrebbe osato disturbarci. La calura della sera si placava con la brezza del porto, l’umidità si posava sulla pavimentazione del molo, e l’unica luce che rammentava l’esistenza del mondo era quella che segnalava i confini del porto stesso, che orientava le imbarcazioni in entrata e in uscita. La movida del paesello era a pochi passi dal molo e il mormorio era lontano e indistinguibile. Vi era solo il fruscio della lenza dei pescatori e il lieve ‘ciuf’ del pesce che ricadeva nell’acqua salata del secchio azzurro di plastica. 
Il mondo era bellissimo, poetico e insignificante nel suo significato. 

Lei si staccò dalle mie labbra e sorrise, ci dolevano i lati della bocca, verso i molari. Baciarsi per ore stanca. Rivolse lo sguardo al riflesso della luce sulla superficie del mare. Riemerse un sub per riprendere fiato nell’oscurità delle acquee. Chissà cosa andava cercando. Avevo le sue gambe sulle mie, seduti sull’orlo cementato del molo, con gli scogli sudati a un  passo da noi. Avremmo potuto tuffarci, se solo avessimo voluto. Dietro di noi potevo sentire i passi della gente, le chiacchiere da adulti, le grida verso i figli spericolati. Mi pareva di sentire anche i loro occhi su di noi, i loro pensieri: “Sono così giovani e innamorati, lasciamoli soli”, “Ricordo quando ero anch’io come loro”. Non ci pensavo allora, ma ora mi chiedo quanta solitudine condivisa pretenda la coppia in amore, come se custodisse un tesoro inavvicinabile. 
-Ci facciamo una foto?- mi chiese lei. 
Non ero per nulla fotogenico, ma non mi importava. Volevo immortalare quella notte, la passione, Lei, in uno scatto. Scattata, buona la prima. Non ci fu bisogno di ricercare l’inquadratura perfetta o la posa ideale. Era perfetta così com’era, spontanea. 
Ora, quella foto l’ho perduta. Conservo ancora nel cassetto della camera il cellulare che l’ha scattata, ormai usurato e spento. Sono passati dodici anni ma quella fotografia è ancora indelebile nella mia mente, seppure la mia memoria a volte sia traditrice. Ma con lei no, non esiste forza maggiore della resistenza dell’amore. Che sia vivo o sepolto da anni, dentro di noi, l’amore non abbandona la memoria. 
E’ stupefacente che io ricordi ancora quel fotogramma e certi dettagli. Così come ricordo le lacrime al momento della partenza, entrambi singhiozzanti davanti alla panchina di legno ora logora, a pochi metri da casa sua. Ricordo d’essere tornato indietro, dopo averla salutata, almeno sei o sette volte prima di vederla svanire nel vicoletto. E più intensamente ricordo mio padre, venuto a raccattarmi all’aeroporto con la sua Twingo viola, che mi abbracciava mentre io, per la prima volta, soffrivo per amore. 
In macchina, sul sedile posteriore, piangevo come un bambino, tanto da sentire le tempi pulsare, tanto da scivolare nella stanchezza e nel torpore delle lacrime. Lui che chiedeva a mia madre: “Perché piange?”, ed io, anche se avevo le cuffie, lo sentivo come si sente il battito di una farfalla in fondo al bosco. “Una ragazza”, credo abbia risposto lei. 
Mio padre, la persona che mi conosceva meglio di chiunque altro, non disse nulla. Mi guardò dallo specchietto retrovisore, strinse gli occhi e sorrise. Persino quel sorriso mi ricordava lei. Tutto, in quella macchina, nelle canzoni, fuori dal finestrino, nel presente e nel futuro, nella memoria e nel silenzio, nella notte e nel sonno, mi ricordava lei. Lui mi strinse forte la gamba, mentre guidava, come a dire: “Io ci sono”. 

Un anno dopo lui morì e, otto anni dopo, lei tornò. 
Ci siamo amati, voluti, per reinventare l’amore. 

L’amore che conosco oggi, è nato da loro. 

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