L’AMORE IMMAGINARIO

Serie: IL PROFUMO


Un anonimo ragioniere si rifugia periodicamente nella sua casa al mare. Una verità sconvolgente, però, stavolta lo attenderà. Racconto in due episodi.

L’uomo scoperchiò il quadro degli interruttori generali: tutte le leve erano alzate.

Doveva aver scordato di abbassarle la volta prima. Rimase comunque in penombra, incerto sul da farsi. Il suo stomaco mandava uggiolii tremendi: sarebbe stato meglio andare subito in pizzeria.

Di fronte a sé captò lo scintillio delle due cornici in finto oro che contornavano vecchi scatti di paesaggi liguri.

Scorci del Tigullio, a quanto ricordava.

Foto smunte degli anni ‘70 di baie e ville fiorite.

D’altra parte tutto l’appartamento sembrava essere rimasto congelato in quell’epoca – se non l’intera Liguria.

Mobilio, tendaggi, tappezzerie, soprammobili: ogni cosa sapeva di stantio e pareva immersa in un’aura agonizzante e nostalgica di “bei tempi andati”.

Appena sotto ai quadretti, però, Ceranesi notò qualcosa che non avrebbe dovuto esserci.

Qualcosa che lo costrinse a pigiare l’interruttore a muro per vedere meglio; per appurare che non stesse sognando.

Lì, a terra, stava rovesciata una borsetta da donna, riversa nel suo contenuto di trucchi, fazzoletti, agende e chiavi, come se qualcuno ne avesse frugato l’interno in una ricerca forsennata.

Quella pochette era identica a come l’aveva immaginata per Katia.

Ora Ceranesi sentì come un cedimento delle gambe.

Qualcosa lo fece tremare: uno spiffero di gelo soffiato su per la schiena; un vento novembrino che socchiudeva le porte come una vecchia megera che vagasse immemore per la casa, spiandone le stanze.

Chi c’era con lui nell’appartamento?

D’istinto gli venne da dirigere i primi esitanti passi in direzione della camera da letto.

«K-Katia?» Balbettò, sentendosi subito un idiota per aver appena chiamato una donna inesistente.

L’imbarazzo però si fece terrore nell’istante in cui il Ceranesi vide un braccio nudo sospeso a mezz’aria, teso oltre al rettangolo della porta spalancata: la mano aperta, le dita rigide e il palmo rivolto all’insù, come in un’imperativa richiesta di carità.

A ogni passo dell’uomo si svelava un nuovo dettaglio dell’ospite: prima il piede affusolato, dalle dita smaltate di ocra, anch’esso impalato nel vuoto, poi lentamente si delineò il polpaccio, proteso oltre il bordo del materasso.

La coscia invereconda e spalancata che terminava sotto a un lembo di lenzuolo, esattamente in prossimità del pube, come se la gamba fuoriuscisse da uno spacco audace.

Il ragioniere s’immobilizzò sull’uscio, giusto prima di inquadrare il volto della donna.

Si passò una mano sul viso, notando che i polsi gli tremavano: qualcosa, nella postura dell’intrusa, lo agghiacciava.

Quello infatti non sembrava l’atteggiamento di un corpo addormentato, bensì la tensione di un rigor mortis, la rigidità delle carogne stecchite a bordo strada.

Con un ultimo, straziante passo, l’uomo poté finalmente ammirare ciò che per cinque lunghi anni aveva soltanto sognato: la sua meravigliosa amante fattasi carne.

L’incontro con l’impossibile fu ancora più assurdo, dato che la carne da lui immaginata era ora fredda: un cadavere dagli occhi sbarrati e tumidi, inchiodati sul soffitto, i lunghi capelli neri appiccicati alla faccia, dentro a croste essiccate di bava e a ragnatele di saliva, le braccia aperte, come in una crocefissione, il piccolo seno sfregiato da graffi e lividi, mentre alla base della gola sfilava un collare di ecchimosi.

Il Ceranesi scattò all’indietro: si morse un pugno e mandò una specie di muggito strozzato, la schiena premuta contro allo spigolo della stanza.

Per un tempo interminabile restò così, inebetito e incapace di trovare una spiegazione a tutto ciò.

Poi qualcos’altro richiamò la sua attenzione.

Un suono famigliare, come un tramestio di serratura che faticasse ad aprirsi.

La porta dell’ingresso!

Un unico pensiero rimbalzò nella testa del poveretto: chiunque avesse ucciso quella donna doveva avere le chiavi di casa.

Incespicando, il ragioniere schizzò nell’armadio a muro posto in fondo al letto e ne accostò le ante pregando Dio che i vecchi perni non stridessero troppo.

Dal sottile spiraglio non poté cogliere alcun particolare dell’intruso, se non la sua voce ovattata: un delirante guazzabuglio di frasi singhiozzate, pronunciate da un uomo distrutto.

«Sei soddisfatta, ora?» Ciancicò l’individuo nel bel mezzo del fruscio elettrostatico di un dispiegarsi di stoffe sintetiche.

Seguì lo scorrere chilometrico di una cerniera, poi il rumore si attenuò.

Da dentro l’armadio, il ragioniere distinse una massa scura e lunga coricata per terra.

Un sacco a pelo.

«Ho sopportato. Dio, Katia: non sai quanto ho sopportato! Credevi davvero che mi bevessi quella stronzata delle trasferte? Intere notti fuori casa. Ma chi volevi prendere in giro?

E pensavi di superarla così la nostra crisi? Tradendomi?!»

Crisi? Si disse il Ceranesi.

Questo pazzo deve essere il marito!

L’uomo continuava le sue manovre di occultamento, manipolando il cadavere, spingendolo e strizzandolo tra sbuffi e grugniti, fino a infilarlo a fatica nell’involucro.

Sembra un tipo gagliardo, constatò il ragioniere.

E la voce… ha un suono strano.

In quel traffichìo forsennato si distingueva chiaramente un respiro pesante, affannoso.

Quasi un rantolo.

«Chissà cosa avrà pensato quella cretina della tua collega dopo avermi detto che non c’era nessuna trasferta… ancora un po’ e mi scoppiava a ridere in faccia. Non immaginavi che sarei arrivato a tanto, vero? Che avrei fatto un calco delle chiavi… che ti avrei seguita e aspettata qui, nascosto, mentre andavi a prendere una pizza qua sotto. Povera, povera Katia… nuda nel letto, ad aspettare il tuo stallone. Peccato non avervi trovati assieme…»

Con un brusco ronzio di cerniera, il sacco a pelo si chiuse fin sotto al mento della donna.

Dallo spiraglio, il Ceranesi vide così per la seconda e ultima volta il viso attonito del suo Vero Amore: nello spostarla, l’assassino doveva averla sconquassata parecchio, e ora un bulbo oculare le pendeva lungo la tempia come un purulento verme di arterie e nervi sgusciatole fuori dall’orbita. Un’improvviso conato lo costrinse a tapparsi la bocca.

Quel gesto impercettibile causò una vibrazione nel delicato equilibrio dell’armadio, un fremito che si ripercosse sui cardini delle ante socchiuse, provocando così il tanto temuto stridio.

Un silenzio gelido calò al di là del nascondiglio.

La fronte del ragioniere venne invasa da un caldo formicolio. Grondava. Lo stomaco a soqquadro lanciava borbottii sempre maggiori, non più dettati dalla fame, ma dal bisogno di vomitare, mentre l’intestino sembrava un sacco pieno di liquido pronto a scoppiargli nelle mutande.

Forse non lo ha sentito, forse lo ha confuso per un suono esterno, d’altra parte siamo in un condominio, è perfettamente naturale che…

Le ante si spalancarono con un botto, mentre un volto dai lineamenti spappolati si parò dinnanzi al Ceranesi.

Il ragioniere strillò, crollando in ginocchio, i polsi incrociati sul capo, quasi a parare un fendente mortale. L’assassino restò lì, statico. Gli occhi inchiodati nel vano, una calza di nylon calata sul viso, così da camuffarne i connotati.

Il suo respiro si era fatto ancora più corto e sibilante in quel collant che gli imbudellava la faccia.

Le larghe spalle dell’uomo si alzavano e abbassavano al ritmo dell’ansito, fasciate da uno stretto paltò nero, su cui ricadeva come un lungo flagello la parte terminale della calza.

Strano, pensò l’intruso gettando uno sguardo al corridoio illuminato: avrebbe giurato di aver spento la luce prima di uscire.

E poi quel rumore…

Arretrò a piccoli passi dall’armadio spalancato, tenendo sott’occhio il parallelepipedo vuoto, stretto e alto come una cassa da morto.

Ripulì tutto: rifece il letto, rimise il contenuto della pochette all’interno della borsetta, fece sparire gli abiti di Katia, caricò in spalla il sacco a pelo con dentro il cadavere e spense ogni luce, senza trascurare l’interruttore generale.

Prima di andarsene si levò la calza dal volto e riaccostò le ante dell’armadio.

Infine uscì, richiudendo a chiave.

Verso l’alba, una mano tremebonda riemerse dal mobile.

Un ometto impaurito ne uscì vacillante.

Dai pantaloni gocciolavano i suoi umori, ma a ciò non sembrò dar molto peso.

In quelle ore tremende, qualcosa nel ragioniere pareva essere cambiato.

Katia esisteva, pensò barcollando fino al comodino all’altro capo del letto. Era sempre esistita.

Perché lui non mi ha visto?

Ceranesi frugò nel cassetto, estraendone dal doppiofondo un taccuino che sfogliò sotto ai raggi mattutini filtrati dalle stecche della tapparella semiabbassata.

Quelle sarebbero dovute essere le sue memorie: gli amori immaginari di Anselmo Ceranesi.

Perché non mi ha visto? Si domandò di nuovo.

Lo aprì. Tutte le pagine erano immacolate.

Tutte tranne una: il frontespizio.

Gli amori immaginari di Katia D’Andrea.

Perché non mi ha visto? Ripeté, piangendo.

Nella facciata seguente campeggiavano solo quattro parole tracciate con grafia femminile: una semplice frase contrapposta al vuoto abbacinante della carta bianca.

Frase che lesse forte, con sgomento:

«“Ho un segreto”».

FINE

Serie: IL PROFUMO


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ho sentito anche io una nota romantica in questo strano incontrarsi senza mai realmente farlo. Belle le descrizioni e soprattutto come hai reso lo stato d’animo e fisico del protagonista che, fino in fondo sembra non capire. Fino all’epilogo e alla scoperta di avere un segreto. Complimenti

    1. Ciao Cristiana! Grazie mille per aver letto il mio racconto e per i bellissimi commenti! Tornando all’ironia, credo che una recente lettura di Wilcock mi abbia subdolamente ispirato 🙂

  2. due che si immaginano l’un l’altro senza mai incontrarsi. C’è una vena malinconica e romantica in questo tuo sorprendente e affascinante racconto. Molto bravo come sempre.

    1. Ciao Francesca! Grazie per aver letto il mio racconto! In effetti volevo evidenziare proprio quella vena 🙂 Nelle mie intenzioni c’era l’idea di rappresentare la solitudine dello scrittore, la sua impossibilità di incontrare fisicamente le proprie creazioni, vivendo con esse un rapporto “solo” platonico, eppure misteriosamente ancora più intenso. Proprio come certe infatuazioni non dichiarate, destinate a concludersi in nulla, ma che a volte sembrano contenere la potenza di una vita intera. Grazie ancora!

  3. Cosa c’ e` di piu` intrigante di in segreto? Il modo in cui l’ hai svelato, nel primo episodio, ha lasciato la curiosita` di scoprire il resto, di sorpresa in sorpresa, nelle fughe di un uomo, tra fantasie e situazioni surreali, che hai reso avvincenti, pur lasciando qualche dubbio interpretativo sul finale.

    1. Ciao! Grazie mille per aver letto il mio racconto e per il bel commento! Ho cercato di percorrere un genere leggermente diverso, ma alla fine sono caduto come al solito nel mio vizio di imbastire finali ambigui 🙂

  4. La ricerca dell’equilibrio fra svelare e lasciare alla libera interpretazione ha qualcosa di erotico, come quella fra celare e scoprire il corpo femminile nella scelta di un abito. Nel caso di questo racconto l’equilibrio è veramente ben trovato, così come il bilanciamento fra weird ed ironia.
    Bravo. Come sempre.

    1. Ciao Giancarlo! Grazie mille per aver letto il racconto! La similitudine che hai proposto è azzeccatissima 🙂 Io tendo a subire il fascino delle narrazioni ellittiche, e trovo che un giusto equilibrio tra detto e non detto sia il più grande elogio che un autore possa tributare al lettore, proprio perché così facendo gli dimostra di fidarsi ciecamente del suo gusto e soprattutto della sua intelligenza. Grazie ancora!

  5. Una finale davvero sorprendente, che lascia ampio spazio all’interpretazione.
    Direi che i tag che hai usato sono assolutamente adatti al racconto.
    Ho apprezzato molto le descrizioni, sia quelle del personaggio, che hai scritto nella prima parte, che quelle dell’appartamento. Hai saputo tratteggiare molto bene ogni aspetto rilevante della storia.
    Mi è piaciuta davvero tanto!

    1. Ciao Giuseppe! Grazie mille per aver letto il racconto! Spero di non essere stato troppo criptico nel finale 🙂 Ogni volta mi trovo combattuto: spiegare di più o lasciare al lettore l’onere/la libertà di interpretazione? Sono contento che questa storia ti sia piaciuta. Ti ringrazio ancora!