L’amore non va in guerra

Il passato tornava a torturarla ogni giorno. Erano trascorsi settant’anni da quella tremenda notte, da quell’ultima volta in cui Anna, con le sue mani morbide e fresche, aveva stretto a sé l’uomo che era stato capace di regalarle i sorrisi migliori.

Adesso il suo volto portava un’epoca intera scolpita nelle rughe ed evocava un’antica bellezza rimastale soltanto nel cuore.

Gli anni le si erano arrampicati sulle spalle e sulla pelle asciugandone a poco a poco la carne, e i suoi capelli, bianchi e radi, parevano volersi tenere stretti l’uno all’altro per la paura di cadere giù e disperdersi nell’aria.

Le sue braccia, un tempo robuste e piene, somigliavano ai secchi rami di un albero in autunno, e le sue gambe, stanche di correre dietro ad una vita troppo veloce, erano costrette in un paio di anguste calze di lana massiccia. Da lì comandavano un incessante riposo. Il cervello dell’anziana da tempo aveva iniziato a scherzare con la sua memoria, schernendo e spingendo verso un oblio senza forma e senza nome, tutti i suoi ricordi. Eppure, beffardo, si era rifiutato di cancellare proprio il più doloroso tra tutti. Quando la donna decise di condividerlo con me, raccontandomene la storia, il mio cuore si accartocciò su stesso dal dispiacere: le sue guance erano bagnate dalle lacrime più amare che io avessi mai visto.

Le truppe tedesche avevano liberato le strade, ed il buio si proclamava alleato di chi, come lei, in un palcoscenico d’odio, era costretto a tenere nascosto l’amore nel retroscena. Sapeva bene però che, nonostante l’oscurità, non avrebbe avuto armi per difendersi nel peggiore dei casi. Se i soldati avessero, infatti, avvistato una donna nel folto di un bosco, per di più in piena notte, l’avrebbero torturata e violentata così come avevano fatto con tutte le altre. Pensò a Maria, a Margherita, ad Isabella; pensò a Lucia, la figlia del farmacista. Era stata presa alle spalle mentre riempiva una brocca d’acqua alla fonte. Quattro meschini in uniforme verde oliva avevano, a turno, abusato di lei, un colpo di bacino dietro l’altro e, successivamente, l’avevano costretta ballare a piedi nudi per un intero giorno. Le urlavano di non fermarsi mai, nemmeno per riprender fiato, mentre le loro sadiche voci si mischiavano al suono di un’armonica tedesca che emetteva un’irritante melodia. Quando venne ritrovata, nuda e livida, rannicchiata sotto una roccia, le medicine di suo padre non bastarono a curarle tutte le ferite.

A questo pensiero, il panico bussò alla schiena di Anna ma la giovane non lasciò che quel nero sentimento la facesse sua. Doveva recarsi nel bosco, ai piedi dell’albero più grande, doveva andare. Lo aveva promesso con una croce sul cuore ad Hans, il suo Hans, disertore di una guerra che gli faceva ribrezzo.

Si guardò intorno come a voler cercare una soluzione e, subito, il suo sguardo si posò sulla palandrana nera di suo padre. La indossò e, insieme ad essa, infilò un cappello e un paio di pesanti guanti appartenuti a suo fratello, al fronte già da troppi mesi. Persuase se stessa che un abbigliamento maschile non avrebbe stuzzicato le violente pulsioni dei soldati e che, anzi, li avrebbe tenuti lontani. Si guardò allo specchio e quasi rise di gusto: sembrava un uomo a tutti gli effetti; nemmeno il più curioso degli esseri umani sarebbe stato in grado di intuire che in realtà, sotto quegli abiti grossi e scuri, si celava una dolce, coraggiosa, testarda donna.

Richiuse il portone di casa facendo attenzione a non fare rumore e, con le braccia incrociate sul seno, quasi a voler nascondere ulteriormente quelle protuberanze che le rammentavano la propria femminilità, si incamminò lungo un sentiero, scortata dalla discreta luce della luna. Corse forte rischiando di cadere più volte e, mentre correva, con le mani protette dai guanti, allontanava i rami degli alberi che le si paravano dinanzi a bloccarle il passaggio. Il cuore le batteva in gola come la grancassa usata dalla banda musicale del paese quando accompagnava le processioni in onore dei Santi, e i suoi occhi non vedevano null’altro che ombre e sagome in un indefinito e intricato spazio buio. Poi, come un miraggio, vide l’albero, l’immenso albero dalla folta chioma, il luogo designato per gli appuntamenti segreti. Si avvicinò con cautela e, nascosto dietro ad un masso, scorse il suo Hans e i suoi smisurati occhi color smeraldo. Era vestito di una camicia sfilacciata e un paio di pantaloni raccattati chissà dove. Con quei pochi stracci, il militare, ripudiando la propria patria, aveva sostituito l’elmetto, l’uniforme da montagna e gli stivali neri gettandoli nel fiume. Quelle erano le uniche cose che avevano fatto di lui un servo della causa hitleriana di cui mai aveva condiviso la scelleratezza.

Si unirono con lunghi baci e impazienti carezze, stettero stesi in mezzo al fogliame fresco scambiandosi le consuete, millenarie promesse degli innamorati. Se mai un Diavolo li stesse osservando da lontano, non ho dubbi che abbia avvertito il proprio orgoglio ledersi nel costatare, coi propri occhi taurini, di quanta resistenza fosse capace l’amore. Là, tra quei tronchi secolari, in un minuscolo pezzetto di terra, con le anime incollate tra loro, un giovane e una giovane stavano, per qualche ora, dimenticando la guerra.

Durante ogni loro incontro, entrambi desideravano che il tempo si fermasse e che, commosso da quello spettacolo di braccia strette e volti sognanti, donasse loro qualche manciata di minuti in più, prima di lasciare che le luci dell’alba rompessero l’incantesimo. Ogni volta risultava sempre più difficile separarsi, ogni volta nei loro petti, si incideva un taglio in più.

Dopo averla avvicinata a sé per un’ultima volta, Hans la aiutò ad indossare nuovamente guanti e cappello, le risistemò la palandrana e, guardandola, si stupì di come la sua Anna, anche vestita da uomo, conservasse quella bellezza che lo aveva rapito mesi addietro. Al tempo stesso concordò con lei sul fatto che il travestimento funzionasse alla perfezione e che quegli sciocchi soldati, inebetiti dagli orrori della guerra, non si sarebbero accorti di nulla.

Un ultimo appassionato bacio, uno di quelli che fa raggomitolare il pianto nella gola, fu interrotto da un rumore inaspettato alle loro spalle. Le foglie secche scrocchiavano al ritmo di passi umani. Per qualche istante sentirono il sangue fermarsi nelle vene, si voltarono lentamente e ciò che videro bloccò l’ossigeno all’interno dei loro polmoni. Un uomo in uniforme, da una distanza di circa dieci metri, gli stava puntando contro una mitragliatrice.

“ Zwei männer küsse sich! ” gli abbaiò contro. Aveva nello sguardo una tetra, ironica freddezza.

Anna, che aveva imparato qualche parolina di tedesco ascoltando Hans parlare, capì.

L’uomo aveva detto: “Due uomini si stanno baciando!”. A quella frase ne seguirono altre urlate col disprezzo di chi, in guerra, ha dimenticato di avere un cuore.

Ci furono tre spari. Hans barcollante si accasciò al suolo. Era morto, nulla, neanche l’amore, poteva più salvarlo. Anna non aveva scelta, non le restava che fuggire prima che il soldato esplodesse un altro colpo. Fulminea, ma con un immensa crepa nel petto, scattò in una corsa funerea. Fu la corsa più dolorosa di tutta la sua vita, tanto sfiancante che anche mentre mi parlava, sono sicura, ne avvertiva la stanchezza in quelle fragili gambe avvolte nella lana. Le lacrime le annebbiavano la vista, i colpi di tosse e i singhiozzi non la lasciavano respirare, sembrava che qualcuno volesse tirarle via le tonsille. Senza arrestare la rapida andatura, si stracciò di dosso la palandrana e la gettò all’aria insieme ai guanti e al cappello che liberò i suoi lunghi capelli neri. Se stavano cercando, in lungo e largo, un immorale uomo sfuggito alla propria giusta punizione, non lo avrebbero mai trovato. Giunse all’uscio di casa, sconvolta, tremante e grondante di sudore. Era sfuggita alle violenze, era scampata ad una fucilazione ma sentiva che il tempo che le restava da vivere sarebbe trascorso come un lento e dolente tormento, come una quotidiana, ininterrotta agonia. Si gettò al suolo, dando le spalle al portone e, convulsamente, graffiò il terreno fino a che le sue dita non iniziarono a sanguinare imprimendo tagli e ferite nella carne. Mentre ascoltavo la storia ne vidi le cicatrici. Per tutta la sua vita la rassegnazione non giunse mai a rasserenare il cuore di Anna, della donna costretta a lasciare il corpo dell’amato in balia di uno spietato soldato tedesco e fuggire via, alla stregua di una scandalosa creatura. A quell’uomo in divisa, che aveva posto fine ai giorni di Hans, due amanti dello stesso sesso avevano disgustato più della puzza dei cadaveri, avevano fatto più paura del rumore delle bombe

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