
L’amore ti mangia.
La prima volta che incontrai Filippo fu al bar sulla spiaggia.
A dividerci c’erano due tavoli e un’insalata di polpo. Mi ci volle un po’ a realizzare che non guardava me, nonostante i suoi occhi fossero incollati a sud est, ovvero nella mia direzione. Fissava la linea piatta dell’orizzonte adriatico, oltre la mia testa, sfidando lo scirocco che attraversando il mare ci colpiva le facce caricandole di umidità.
La fine di agosto lasciava che il litorale mostrasse le sue forme, interrotte soltanto dai moli per gli attracchi dei pescherecci.
I bagnanti si erano ridotti a una manciata, sparsi qua e là come i tronchi portati a riva.
Frequentavo quel posto da quando ero una bambina e sapevo distinguere al volo chi si trovava lì per vacanza, chi per lavoro, chi di passaggio. Filippo non aveva l’aria del turista, neppure pareva alla ricerca di aria nuova e l’aspetto fisico diceva che aveva superato da un po’ l’età lavorativa. Dava piuttosto l’impressione di essere a caccia. Cercare un luogo da cui godere di una certa prospettiva, praticare il silenzio, fissare una direzione, era la modalità tipica dei cacciatori in appostamento. Lo avevo visto fare decine di volte a mio padre quando da bambina m’invitava con lui tra i boschi di faggio.
Filippo aveva il vizio di tamburellare l’aria con le dita in cerca di un ritmo che conosceva solo lui e che lo faceva somigliare a un vecchio visionario. Le braccia che gli fuoriuscivano dalle maniche della t-shirt sfilacciata erano magre, così come il viso, scavato da solchi secchi. In quella settimana, Filippo comparve al tavolo sempre da solo, facendo la stessa cosa, ovvero puntando l’orizzonte.
«Lo conosci a quello?» mi chiese Silvia indicando con la testa il tavolo dove Filippo era seduto. Silvia gestiva il bar da una decina d’anni. Feci cenno di no. In quei giorni mi ossessionava il pensiero di come si facesse a valutare una relazione sentimentale. Il fatto era che io all’appuntamento sotto al tiglio non c’ero andata. Nicola aveva detto: Se ti presenti vuol dire che la tua risposta è sì. In caso contrario…
Mi aveva chiesto di sposarlo e d’un colpo erano sparite tutte le mie certezze. Provando il sentimento di un traditore, immaginavo Nicola da solo dove c’eravamo dati il primo bacio, esattamente due anni prima. Il tiglio rilasciava il polline a grappoli e io giocavo con la punta delle mie scarpe e i fili d’erba. Nicola mi aveva baciata all’improvviso, anticipando il tempo. In fondo mi stava bene.
«Ma non è che si tratta di un vecchio che si è perso? Sai di quelli che escono di casa e poi non rammentano più da che parte son venuti?»
Silvia aveva ripreso a parlare. «Gli tremano troppo le mani, sta sempre a fissare il vuoto» aggiunse.
«Non gli tremano affatto, il suo è un ritmo, non vedi?»
Un cliente chiamò Silvia al tavolo bloccandola nei discorsi. L’unico che aggiunse fu: «Troppo scirocco, tra poco si metterà a piovere.»
Come se Filippo avesse un connettore nella testa si girò a guardarmi proprio in quel momento. Non chiese neppure il conto, lasciò le banconote sul tavolo prima di alzarsi.
Si era portato una mano alla schiena per forzare l’equilibrio in due movimenti precisi, cioè voltarsi per andarsene e girare il collo per farmi un cenno di saluto.
A mezzodì due nuvole pesanti si erano addensate rinforzando il mare che adesso generava balenii elettrici in lontananza, correvano rotolando sui marosi pronti a schiantarsi sulla terraferma. Qualcuno si coprì velocemente le spalle, altri chiamarono Silvia per consumare il pasto in fretta, una bambina avvolta in un asciugamano a righe si mise a piangere puntando il dito sulla palla che il mare le stava inghiottendo.
Fu a quel modo che Filippo e io ci ritrovammo, spalla a spalla, sotto la stessa tettoia, quella del bagno Cristallo, venti metri oltre il bar di Silvia.
Pesanti goccioloni guidati dal vento ci bagnavano le punte dei piedi, Filippo si appoggiò al muro per scansarle. Lo feci anch’io. Rimanemmo in silenzio a scrutare il piombo del cielo, mentre una fastidiosa nebbiolina fatta di particelle d’acqua ci inzuppava i vestiti.
«Mi chiamo Filippo» disse all’improvviso come se quelle fossero parole di necessità.
Aveva molti anni in più di me e si intuiva dai lineamenti che era stato un uomo a cui le donne non erano mancate. Era alto e con spalle squadrate rese sottili dall’età. Riprese a battere l’aria con le dita.
«Perché fai quel gesto continuamente Filippo?»
«Batto il tempo. Un modo per segnare il tempo che passa, per sentirlo scorrere.»
Si voltò, chinandosi per raccogliere da terra una busta di plastica che lo scirocco gli aveva incastrato tra i piedi. 3Più c’era scritto sopra, il logo del discount all’angolo, quello in cui mettevi nel carrello tre pezzi al costo di uno.
In quel movimento naturale, la maglietta salì sulla schiena scoprendo la colonna vertebrale.
Notai delle linee simili a sfregi, gli risalivano dal fondoschiena lungo le vertebre ed erano marcate in maniera maldestra da un inchiostro sbiadito.
«Beth, mi chiamo Beth.»
Filippo mi sorprese mentre distoglievo lo sguardo dalla sua schiena.
«Anche quelle sono un modo per segnare il tempo» disse.
Fu così che pronunciai la cosa più stupida che potessi dire.
«Che non ce l’hai l’orologio?»
Eravamo così vicini che il brivido che gli stava scorrendo addosso attraversò anche me facendoci diventare una cosa sola.
«Quando ti fai vent’anni di prigione il tempo che passa devi sentirlo nella carne. Me lo sono fatto incidere da un compagno sulla schiena, una tacca per ciascun anno. Il tempo l’ho battuto coi polpastrelli sui tavoli della mensa, sul ferro del letto, sulle piastrelle della doccia, il tempo fa rumore. Non lo sapevi?»
Non lo sapevo. «Vent’anni per cosa?»
«Per amore. Tu lo conosci l’amore, Beth?»
La faccia di Nicola fece capolino nella mia testa, procurandomi un dolore sottile al centro dello stomaco. Inghiottendo la saliva, il dolore svanì.
«Non saprei. Invece, tu sì?»
«Lo conosco eccome», affermò Filippo con fare deciso.
Mentre la pioggia batteva incessante, sotto la tettoia, prese a raccontarmi di quando per amore era salito a bordo di un catamarano come skipper, con un machete avvolto nella juta. La notte mosse l’imbarcazione contro lo scirocco che piegava le onde, verso sud est, oltre la linea battuta dai pescherecci fino a che non rimasero a motore spento a solcare la massa d’acqua.
«Un machete? Vuoi scherzare.»
La mia bocca si piegò di lato in un sorrisetto forzato.
«Diana era comparsa sul ponte, era bellissima» sottolineò con un tremolio nella voce che mi fece capire che parlava sul serio.
«Il marito l’aveva seguita per capire come mai lo skipper, cioè io, avesse spento il motore contro lo scirocco. Non c’era tempo per pensare. Un colpo di machete e lo spinsi in mare con il collo aperto in due.»
Ad ascoltarlo la testa aveva preso a girarmi.
«Cioè, vorresti dire che lo hai ucciso?»
«Mi aveva chiesto Diana di farlo. Avevamo una relazione da mesi. Avrebbe ereditato ogni bene del marito, un industriale. Avremmo potuto amarci fino a consumarci, invece non è stato così. Ci hanno messo poco a risalire a noi, Diana ha dichiarato che ero il suo amante e che avevo progettato tutto da solo. Sono fuori dopo vent’anni perché mi resta poco tempo per vivere. Una malattia si è presa il mio fegato, per forza. Mai sentito dire che la rabbia fa sputare bile? Più o meno funziona così.»
«Ma porca puttana Filippo, hai commesso un omicidio. Te non stai bene di testa, ecco la verità altro che proverbi del cazzo!»
«L’amore non ti fa ragionare, capisci?»
«Ah no? E allora che fa?»
Aveva fatto un giro con lo sguardo, strizzando gli occhi.
«L’amore ti mangia!»
Poi aveva proseguito. «Ricordo i rotori del catamarano contro il mare, un vento caldo che ci colava addosso e i seni di Diana svettare, bianchi, verso la luna. Le avevo chiesto cosa eravamo diventati. Lei aveva risposto, due assassini.»
Più Filippo andava avanti nel suo racconto estremo e più mi sentivo distante da Nicola, guardavo ora a me e a lui come se fossimo altre due persone che nulla avevano da spartirsi.
«E adesso cosa fai qui?»
«E’ qui che tutto è cominciato. Il catamarano si staccò dal molo di Ancona, navigò oltre il golfo del Conero, in direzione Patrasso, 912 km avanti, a sud est.»
La sua memoria era lucida, non apparteneva all’anziano descritto da Silvia.
Mi sentivo profondamente a disagio.
Ma come ho potuto lasciare che Nicola mi baciasse?
«E’ la prima volta che racconto questa storia fuori dal carcere di Montacuto», aveva detto «grazie per averla ascoltata.»
Aveva allungato una mano oltre la tettoia, col palmo rivolto all’insù.
Senza aggiungere altro, mosse un piede in avanti preparandosi a sfidare il muro d’acqua.
Lo vidi scomparire sotto la pioggia. Con lui il viso di Nicola, inghiottito da un tiglio.
(04 aprile 2022. Rivisitazione dei fatti di cronaca del “delitto del catamarano, giugno 1988”)
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“il tempo fa rumore. Non lo sapevi?”
Il tempo fa rumre, il tempo suona, il tempo canta….per chi ha orecchie per sentirlo. Questo passaggio mi è piaciuto 👏
Grazie per averlo sottolineato. Noi stessi siamo suono.
Una storia narrata davvero egregiamente, le parole sono plastilina sotto le tue dita, sai dare forma a racconti davvero ben scritti. Bello il modo in cui la vicenda di Filippo spinge Beth a riguardare al proprio passato.
Grazie per la tua costante presenza, Sergio. Sono contenta che anche questo racconto sia stato di tuo gradimento. Non era scontato, soprattutto riferendomi a fatti reali. Di nuovo, grazie.
“«L’amore ti mangia!»”
❤️
E’ arrivata così, come se qualcuno lo avesse detto nella mia testa, e io ho ascoltato. Tutto nella norma😊 Grazie
L’amore ti mangia, è vero. E non se ne va mai, fino a quando c’è respiro. Nemmeno io conoscevo questo fatto di cronaca, trovo che il tuo prendere spunto da spezzoni di storie dimenticate sia un modo per dare loro una nuova voce e dimensione. Nelle fredde righe di un articolo di giornale, spesso si nascondono molte “storie” e “verità”. Come quella di Filippo.
A volte servono come spunto per allenarsi, ma non solo: come hai ben detto tu, attraverso una rivisitazione si vanno a trovare luoghi, personaggi e pulsioni. Rivivono sulla carta. Nel bene e nel male. Grazie!
“«L’amore ti mangia!»”
❤️
“«Batto il tempo. Un modo per segnare il tempo che passa, per sentirlo scorrere.»”
Molto bella questa immagine. Mi ha ricordato l’utilizzo che alcuni paesi asiatici facevano delle candele, mute di vita
Grazie Micol, a volte occorre sentirlo il suono o rumore del tempo. Come nell’ingranaggio di un orologio meccanico.
Fantastico, bravissima Bio, pochi tratti per raccontare una storia, che già dal titolo cattura. Un bellissimo brano
Come sempre, grazie per aver letto anche questa storia, Ale.
“Aveva allungato una mano oltre la tettoia, col palmo rivolto all’insù.”
questo gesto e l’allontanarsi del galeotto, hai sottolineato la differenza di stato d’animo tra i due protagonisti👏
Testava il clima con un gesto che, almeno io, faccio spesso. Sì, completamente differenti. L’uno alleggerito dall’essersi liberato, la protagonista bloccata dopo l’ascolto. Grazie per averlo notato.
Non conosco il fatto di cronaca e questo mi ha permesso di rilassarmi all’inizio, sentire il mare e il vento che si alza, sedere al tavolino e chiedermi chi era quel tizio strano che fissava l’orizzonte. Certo mai mi sarei immaginata che quel “rimbambito” si rivelasse un assassino! I miei complimenti davvero, soprattutto per la costruzione del dialogo, e per la scelta di ambientarlo in quello spazio ristretto che è una tettoia per ripararsi dalla pioggia. Come nell’ascensore. Si è senza scampo.
Grazie molte per la tua lettura, mi fa piacere che tu lo abbia letto con quello spirito iniziale, ciò ha permesso di trasportarti dentro la storia.
Una narrazione che suscita brividi. nella descrizione credibile di situazioni sentimentali e al contempo criminali, che l’ essere umano puo´ determinare, in un momento, forse, di lucida follia?
Follia di sicuro. Si ispira al “delitto del catamarano” e vale sempre l’assunto che nella realtà c’è di peggio che dentro la scrittura. Grazie molte per il tuo commento.
Mi sono andato a cercare “il delitto del catamarano” su internet e capisco come mai questa storia ti abbia attratto e spinto a scrivere una rivisitazione. Trovo che dare un’impronta narrativa a dei fatti di cronaca sia davvero un bell’esercizio di tecnica, stile e fantasia.
A volte serve per trarre ispirazione con alcuni paletti oggettivi. Nella vita reale purtroppo c’è di peggio che dentro alla scrittura. Per me in alcuni momenti è un modo per esercitare la scrittura. Grazie molte Tiziano.
“Avremmo potuto amarci fino a consumarci”
Questo passaggio mi è piaciuto
“Non lo sapevo. «Vent’anni per cosa?»”
Ti faccio i complimenti per la gestione dei dialoghi. In particolare, in questo passaggio fai precedere il dialogo da una riflessione che lascia intendere chi sta per pronunciare la frase. Io solitamente, al posto della riflessione, uso un’azione (es. Mi soffiai il naso. “Vent’anni per cosa?”) ma l’effetto è lo stesso e ci aiuta anche ad omettere il verbun dicendi “disse” “domandò” ecc…
Sì, è un po’ come “Mi soffiai il naso”, ma il risultato è lo stesso.
“«Che non ce l’hai l’orologio?»”
😂 In effetti, dopo un dialogo interiore così denso è sembrata una battuta pronunciata da una versione alternativa di Beth
🤣
“«Mi chiamo Filippo» disse all’improvviso come se quelle fossero parole di necessità”
Questo passaggio mi è piaciuto
E’ vero che a volte “serve” pronunciare il proprio nome. Grazie!
Bella scrittura complimenti.
Ti ringrazio per la lettura e per il tuo commento.