L’anima in gabbia

Salve a tutti, mi chiamo Carlo e quella che sto per raccontarvi è la mia storia. Per fare ciò ho bisogno di andare un po’ indietro nel tempo, così che voi possiate vedere con i vostri occhi quello che mi è successo. Solo così, forse, potrete comprendermi veramente.

E’ l’inverno del 2013 e come potete vedere, sono quel ragazzo seduto sul divano che con lo sguardo spento, preso dai pensieri, “guarda” la televisione cambiando ripetutamente canale. Penserete che sia tutto normale, a tutti capita di essere sovrappensiero, ma ci terrei che spostaste la vostra attenzione sul mio sguardo che ha perso la luce, uno sguardo senza luce è uno sguardo vuoto.

Adesso forse qualcuno di voi si sarà incuriosito e quindi dirà: Per quale motivo stavi così? Ed io, per rispondere a questa domanda, non posso fare altro che portarvi ancora più indietro nel tempo, precisamente alla mia adolescenza.

La mia storia inizia qualche anno prima, nel 2011. Era una calda mattina d’estate, mio padre ed io scendemmo per andare a sistemare il garage, che si trovava a un centinaio di metri da casa. Arrivati sul posto ci mettemmo all’opera, ad un tratto mio padre si fermò e mi chiese di tornare a casa perché si era dimenticato una cosa. Non ricordo bene cosa. Allora io, per fare prima, presi il casco e salendo sul mio vecchio motorino cinquanta, senza pensarci due volte, partii. Mi fermai all’incrocio e all’improvviso, mentre aspettavo che arrivasse il mio turno per attraversare, una forza mi spinse in avanti. In quella frazione di secondo sembrò che il tempo rallentasse. Sbalzato in avanti, strinsi forte lo sterzo per non cadere e, nello stesso momento, afferrai le levette dei freni e le tirai con forza mentre sterzavo con l’intento di non andare sull’altra corsia dove le auto che venivano dalla direzione opposta potevano investirmi, così da causarmi un danno ben peggiore. A quel punto, caddi sul fianco e per un po’ strisciai sull’asfalto col motorino, fino a quando, lasciando lo sterzo, non schizzò in aria andandosi a schiantare sul marciapiede al lato della strada.

Rimasi a terra per qualche secondo e, durante quel lasso di tempo, riuscii a percepire l’aria calda che saliva dall’asfalto tiepido che, data l’ora, non era diventato ancora rovente.

Confuso e inconsapevole di cosa fosse successo, mi girai in posizione prona e, un po’ a fatica, mi alzai da terra. Non appena ripresi la posizione eretta, tolsi il casco e vidi dietro di me un’auto ed al volante vi era un uomo di mezz’età con lo sguardo fisso e impaurito, consapevole di quello che aveva fatto.

Tentai di avvicinarmi, ma, non appena misi un piede davanti all’altro, percepii una forte fitta dietro al collo che mi fece irrigidire di colpo e, portandomi la mano dietro la nuca, non riuscii più a muovermi. L’uomo, vedendo ciò, si fece coraggio e scendendo dall’auto venne a sincerarsi delle mie condizioni. Fortuna volle che dei vicini di casa, avendo visto l’accaduto, si attivarono per avvisare i miei genitori che poco dopo arrivarono sul posto e poi da lì, tutti insieme, andammo all’ospedale più vicino.

Arrivati al pronto soccorso, essendo minorenne, la dottoressa mi chiese se i signori che mi stavano accompagnando fossero i miei genitori, perché senza il loro consenso non poteva visitarmi e, solo dopo aver avuto la conferma, iniziò a farlo. Fatto ciò, mi mandò a fare le radiografie e poi dall’ortopedico. Passai più di quattro ore in piedi ad aspettare il mio turno. Anche se venivo dal pronto soccorso, poiché il medico era da solo, dovetti aspettare che ingessasse prima tutte le persone che c’erano davanti a me e solo dopo mi poté visitare. Entrai nello studio e il medico mi fece sedere su di una sedia di fronte alla scrivania per poi chiedermi cosa mi avesse portato lì ed io, spiegandogli che avevo fatto un incidente, gli dissi che dopo l’urto avevo percepito un forte dolore alla schiena e al collo che si era irrigidito a tal punto da non poter girare la testa. Il medico allora si alzò e, avvicinandosi, mi prese la testa tra le mani e cominciò a ruotarla facendomi urlare dal dolore.

Alla fine della visita scrisse la diagnosi e mi rimandò dalla dottoressa che, dopo averla letta, mi mise in uscita e mi diede ben otto giorni di riposo assoluto con l’obbligo di tornare per una visita di controllo dopo una settimana, ma si dimenticò di dirmi la cosa più importante. Dopo sette giorni tornammo e l’ortopedico mi “visitò”, se così si può dire, dato che a stento mi fece delle domande sul mio stato di salute e poi verso la fine mi chiese: «E il collare dov’è?»

«Collare?» dissi io, non capendo di cosa stesse parlando.

«Sì, qui sul referto c’è scritto che doveva portare il collare».

«A me nessuno ha detto niente!» replicai meravigliato.

«E’ scritto qui. Non sa leggere?» insistette lui con fare arrogante.

«A capirla la vostra scrittura… Qui non si capisce niente!» risposi io, infastidito dal suo atteggiamento.

In seguito a questa piccola discussione, il medico scrisse che mi ero tolto un collare che non avevo mai messo e mi diede altri giorni di riposo con comuni antidolorifici come rimedio alla mia sofferenza. Qualcuno penserà, o addirittura spererà, che la storia sia giunta al termine, ma non è così. Siamo appena all’inizio.

I mesi passarono e, nonostante il collo si fosse sbloccato, il dolore alla schiena era sempre presente. Quel dolore cronico m’impediva di vivere. Non riuscivo ad andare a scuola, a uscire con gli amici, non riuscivo nemmeno a fare quattro passi per prendere un po’ d’aria e questa situazione stava diventando sempre più pesante. A quel punto vedendomi in quelle condizioni, cominciai ad andare da un medico, poi da un altro provando terapie e rimedi impensabili che alla fine non portavano a niente; però in tutta questa storia la cosa peggiore non fu questa, ma andiamo per gradi. Prima vi voglio raccontare dell’indifferenza di alcuni medici e a proposito di questo, quale miglior prova se non raccontarvi una delle tante visite cui sono stato sottoposto?

Era il giorno di Pasqua, faceva molto caldo, ed io insieme ai miei genitori andammo in un comune vicino, perché sarebbe venuto uno specialista da Bologna. Ci recammo al suo studio e, dopo aver atteso il nostro turno, entrammo. Il medico ci fece accomodare e, senza nemmeno guardarci in faccia, prese tutte le radiografie che avevo fatto in precedenza e non notando niente di particolare mi fece spogliare per “visitarmi”. In pratica, dopo dieci minuti, ero fuori dallo studio senza una risposta e con ben 150€ in meno.

A questa visita ne seguirono altre che furono anche peggiori. Infatti alcuni medici, non trovando niente nelle normali procedure di routine, non indagavano, bensì credevano fosse meglio dubitare della veridicità delle mie parole, causandomi un forte disagio non che la repulsione verso quella categoria così da evitare addirittura di curarmi. Mia madre, vedendomi soffrire sempre di più, mi convinse, quasi trascinandomi, ad andare da un fisiatra che, a differenza di tutti gli altri, sembrò veramente prendere a cuore la mia situazione, ma ero comunque diffidente. Non era la prima volta che un medico mi dava speranza e che alla prima difficoltà mi abbandonava al mio destino. Lui invece fu diverso. Non trovando niente non si fermò, anzi cominciò a prescrivermi un sacco di analisi e anche se in un primo momento pensò avessi una semplice ernia “retrattile” che fuoriusciva solo nella posizione eretta, scoprì che in realtà avevo la Fibromialgia, una “malattia” invalidante e che in alcuni soggetti può portare anche alla depressione. Il fisiatra pensò che l’incidente non aveva scatenato la mia malattia, ma che in realtà forse c’era sempre stata. Una malattia poco conosciuta che procura forte sensibilità e dolore cronico in qualsiasi parte del corpo oltre ad altri sintomi che non sto qui a elencare. Se non è curata, tende a peggiorare progressivamente. Non hanno trovato ancora una cura a questa malattia e che non hanno ancora capito da cosa sia causata. A me non resta altro che continuare a provare. L’unica certezza è che finalmente, dopo aver incontrato tanti medici indifferenti, strafottenti, attaccati solo al denaro, ho trovato un medico di buon cuore che mi ha dato la risposta che mi serviva per combattere i pregiudizi, l’indifferenza e l’arroganza di certa gente. Questa “malattia” mi aveva tolto tutto: gli amici, l’amore e tante possibilità, ma soprattutto la gioia di vivere.

Qualcuno di voi mi dirà che sto esagerando, ma provateci voi a convivere con un dolore perenne mentre i medici non ti credono, i tuoi sogni sfumano e soprattutto con persone che, non capendo la mia situazione, mi dicevano che volevo solo farmi compatire. Con quella risposta, adesso, i medici non pensano più che menta, ma capiscono la mia sofferenza e la rispettano.

Alla fine, dopo anni bui, sto ancora male, ma la luce nei miei occhi si è riaccesa e, nonostante le difficoltà, cammino a testa alta. I rimpianti ci sono e ci saranno sempre, ma almeno adesso affronto la vita diversamente e, consapevole dei miei limiti, sono tornato a sorridere.

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Discussioni

  1. I racconti che iniziano con “Salve a tutti, mi chiamo X e quella che sto per raccontarvi è la mia storia.” mi catturano sempre. Il Librick è incentrato non tanto sul dolore, ma sulla consapevolezza dell’essere fragili… da qui l’andare oltre, il superare le difficoltà per ritornare a sorridere, a testa alta. Bravo! 🙂

    1. Ciao Giuseppe, dopo le belle parole dette, non posso fare altro che ringraziarti. Grazie di cuore! ☺

  2. Ciao Antonio, è sempre bello leggere i tuoi racconti, riesci a creare una grande empatia, a comunicarmi sempre nuove sensazioni. Tu hai preso in considerazione questa grave malattia, ma credimi, anche per le cose più banali certi medici o non ti prendono sul serio o ti spillano soldi senza una chiara risposta, magari dicendoti di operarti quando invece non c’è ne bisogno, come nel mio caso per una semplice microfrattura ad una caviglia. Purtroppo, anche coi medici, bisogna avere fortuna e trovare quello giusto?!

    1. Ciao Antonino,
      Ti ringrazio ancora una volta per le belle parole che hai nei miei confronti. Ti confesso che nei miei scritti cerco sempre di trovare un legame col lettore, perché credo che tra le tante cose cui uno “scrittore” deve prestare attenzione, l’empatia è quella più importante, se non una delle più importante.
      Per quanto riguarda i medici poi… meglio che sto zitto.

  3. Ciao Micol, in questo racconto mi sono cimentato in una dei racconti più insidiosi per me, poiché descrivere la tristezza, il dolore, ecc… mi risulta difficile. Grazie per aver apprezzato il mio sforzo! ☺

  4. Ciao Antonio, ho conosciuto una persona affetta da questa malattia invalidante. Come nel tuo racconto, il suo “dolore” più grande era quello di non ricevere attenzione da nessuno, medico o altro. Attribuivano il suo stato fisico ad una depressione (che accusava proprio perché nessuno le veniva incontro): solo dopo anni ha incontrato un medico che è riuscito a diagnosticare il suo disturbo. Un disagio che l’ha allontanata dai colleghi, amici e alcuni membri della famiglia. Ho ritrovato nel tuo racconto tutta la sua tristezza, uno specchio esatto della sua pena.