L’anno che non venne Natale

Nella mente di tutti noi, di certo nella mia, albergano ricordi che hanno quasi il sapore di una leggenda, di un mito del quale non sapremmo trovare l’origine. Uno di questi è quello che ogni tanto provo a raccontare, di solito raccolgo espressioni perplesse e domande sulla mia sanità mentale, velate o meno. 

Quando ero un ragazzino di appena dieci anni il mio periodo dell’anno preferito era, nemmeno a dirlo, il Natale. Ogni volta era la stessa storia: dal primo dicembre, quando mia madre rientrava con un calendario dell’Avvento in mano, si trattava di un lento conto alla rovescia degno dei migliori film d’azione.

A scuola ogni ricreazione era spesa a parlare di sogni: chi avrebbe voluto il nuovo videogioco per la propria console preferita; chi aveva scritto a Babbo Natale per una macchina telecomandata costosa quasi come una vera. In quel periodo tutto pareva possibile, immancabilmente quel mare di possibilità si tramutava in delusione ogni volta che sotto l’albero non si trovava nulla di quello che avevamo sperato. 

Nonostante tutto, come un giocatore d’azzardo con il proprio gratta e vinci, si sperava in un esito diverso, ma i grandi parlavano tra di loro continuamente di una cosa che noi non capivamo: la Crisi. In quel periodo, in particolare, ricordo mio padre rientrare nero in viso, il giaccone chiuso fino al mento come l’armatura di un cavaliere; senza dire niente se ne andava spedito in camera e usciva solo per cenare. Mia madre e mio padre parlavano sempre di quest’oggetto misterioso, a quanto sembrava ce n’era decisamente troppa in Italia. 

Ogni tanto anche tra ragazzini se ne discuteva, qualcuno, con fare da adulto, allungando il viso, diceva che la Crisi aveva colpito tutti e che non era rimasto niente da dare a Babbo Natale in cambio dei regali. 

Il pessimismo regnava sovrano, una volta la mia compagna di banco, Martina, scoppiò a piangere perché era convinta che quell’anno nessuno sarebbe venuto a portare i regali. La additammo tutti come una che voleva solo sabotare i sogni degli altri, ci saremmo dovuti ricredere.

Man mano che i giorni scorrevano la tensione a casa aumentava, spesso mio padre non cenava nemmeno perché aveva da fare, diceva che i soldi non sarebbero bastati. A volte lo spiavo dal buco della serratura che dava sullo studio: la luce della scrivania era accesa e lui se ne stava curvo sui sul tavolo a disegnare il prossimo progetto. L’aria era pesante, talmente pesante che si sarebbe potuta tagliare con il coltello.

Io continuavo a contare i giorni, ad aprire caselle e mangiare cioccolata, ero fiducioso perché sapevo che Babbo Natale non ci avrebbe traditi, che tutto sarebbe andato per il meglio e nessuno sarebbe rimasto senza regali. Dissimulavo con i miei amici, continuavo a raccontare della grande quantità di scatole che avrei aperto e mi vantavo di oggetti che nemmeno possedevo ancora. 

Ci salutammo l’ultimo giorno, ormai mancava poco, la scuola era pronta a riaprire solo dopo la fine di tutte le feste. Fu in quel momento che iniziai a percepire uno strano stato d’ansia che non potevo ignorare. Il clima per le strade non era il solito, nessuno aveva decorato il negozio, nessuno cantava canzoni di Natale, pareva che tutti si fossero messi d’accordo per ignorarlo. 

Quando al mattino del venticinque scesi di sotto con mia grande sorpresa scoprii che non c’era nessun regalo ad attendermi sotto l’albero. I miei genitori arrivarono poco dopo senza nemmeno farmi gli auguri, fu solo allora che il mio sguardo cadde sul calendario: il giorno riportato era il ventisei. Come era stato possibile? I grandi avevano rubato il Natale? Come avevano fatto?

Fu impossibile da capire e ancora me lo domando. 

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Racconto doppiamente piacevole, perché sincero: apre una finestra sull’attuale situazione economica di molte famiglie italiane. Natale non arriva per tutti. Azzeccato aver rappresentato questa realtà assimilandola a un “furto”