L’armadio che faceva il freddo

La memoria a volte giace sopita finché non si inciampa in una parola, un accento familiare, un odore, un’immagine, un vecchio manifesto o un bel racconto letto sul sito di un editore. A volte, poi, basta girare l’angolo e trovarsi davanti alla pubblicità di un elettrodomestico interattivo in un centro commerciale.

Grazie alle nuove tecnologie, questo leggeva i cibi che vi si riponevano, consigliava ricette, segnalava le scadenze e preparava persino la lista della spesa.

Vedendo quel mostro della tecnologia integrata, Cé fu risucchiato all’interno di uno tsunami di ricordi. Gli tornarono alla mente gli anni dell’infanzia e quell’episodio lontano: la prima volta che vide un frigorifero.

Oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dei data center e dell’integrazione tra sistemi, può sembrare strano pensare che esistano persone che hanno trascorso buona parte dell’infanzia senza aver mai visto un frigorifero.

Eppure, nei primi anni Sessanta, in provincia era ancora una rarità, che per molte famiglie rappresentava un lusso lontano. Del resto, quando sul tavolo arrivava appena il necessario, chi pensava a comprare un armadio con la luce?

Gli alimentari spesso si acquistavano all’ultimo momento. Cé era un bambino e, come quasi tutti quelli del suo tempo, correva come Mercurio da un negozio all’altro a fare commissioni, con la voce di sua madre che lo rincorreva: «Corri a prendere la conserva da Ruscinello, poi cento grammi di trita da Osvaldo, svelto, che arriva il babbo e non ho ancora cucinato!»

Per ogni commissione Cé doveva precipitarsi giù per le scale.

Quattro salti lunghi e uno corto per scendere, e poi sessantaquattro gradini per arrampicarsi fino all’ultimo piano.

Gli piaceva sentirsi un eroe; quelle vecchie scale sgangherate, per lui, erano la nave dei pirati e, mentre saltava le rampe una a una, ascoltava sua madre e le vicine gridare quasi all’unisono:

«Non saltate sulle scale che vi fate male!»

A quei tempi la vita scorreva lentamente, le mamme avevano occhi per tutti i figli del vicinato. Il palazzo dove abitava Cé era un po’ come la Città del Sole di Campanella: i bimbi erano considerati un bene comune a tutto il vicinato.

Era il 1965, o giù di lì, quando un giorno un compagno di scuola gli chiese: «Ce l’hai il frigorifero?»

«Il frigo-che?»

«Il frigorifero. È un armadio tutto bianco che, quando lo apri, si accende una luce e raffredda quello che ci metti dentro.»

Cé abbassò lo sguardo e scosse la testa, non aveva mai sentito nominare quel coso, il frigo… frigo… fero.

Qualche settimana dopo il padre di Cé venne incaricato di fare alcuni lavori di falegnameria nella fattoria di Giuseppe.

Quando lo seppe, Cé gli chiese di portarlo con sé.

L’idea di passare un pomeriggio con Giuseppe gli piaceva, ma soprattutto c’era un’altra ragione: voleva vedere quell’armadio bianco che si illuminava da solo e faceva freddo.

Arrivati alla fattoria, Giuseppe lo accolse con entusiasmo e gli fece fare un giro della proprietà, giocarono un po’ con gli animaletti di cortile, poi visitarono la stalla.

Cé osservò le mucche bianche enormi con meraviglia e scoppiò a ridere quando Giuseppe, per scherzo, gli spruzzò del latte sul viso usando una mammella come una pistola ad acqua.

Dalla stalla una scala interna saliva direttamente in cucina, la stanza gli sembrò enorme.

Lungo una parete c’era una grande madia; al centro, un tavolo capace di ospitare la famiglia e diversi braccianti. A una parete era appeso il quadro di una Madonna avvolta in un mantello azzurro con il Bambino in braccio.

Vicino alla stufa a legna una grossa poltrona di legno, poggiata su una pedana; sui braccioli erano appoggiate una vecchia coperta damascata e un’altra di quelle militari.

Vedendo che Cé fissava attonito quella strana costruzione, Giuseppe sorrise.

«È del nonno, si lamenta sempre. D’inverno per il freddo e l’umidità, d’estate per il caldo. Qualunque tempo faccia, dice di sentire le vecchie ferite della Grande Guerra.»

Poi indicò un angolo della stanza.

«Eccolo.»

Giuseppe lo prese sottobraccio con aria complice e lo accompagnò davanti all’elettrodomestico. Afferrò il grande maniglione e aprì la porta lentamente, come un prestigiatore che sta per mostrare il suo numero migliore.

La lucina interna si accese.

Cé trattenne il respiro; l’interno era completamente bianco, bianche le pareti, le griglie, il silenzio sembrava abitare quell’oggetto misterioso.

Eppure il frigorifero era quasi vuoto. Giuseppe lo invitò ad avvicinarsi.

«Metti una mano dentro.»

Cé esitò per un istante, allora Giuseppe gli prese la mano e gliela accompagnò a una delle pareti.

Era fredda, fredda davvero.

Davanti a lui c’era un armadio capace di produrre il freddo anche nel pieno dell’estate.

Gli venne subito in mente la finestra di casa, quella che sua madre chiamava “la Siberia” tanto era il gelo che entrava dagli spifferi. Durante l’inverno vi metteva il burro, il latte e, qualche volta, la fettina di carne che suo padre riceveva quando donava il sangue all’Avis.

Ma quella era soltanto una finestra, questo era un armadio, un armadio che faceva il freddo.

Sul ripiano più basso notò un paio di grossi anfibi militari.

«Sono del nonno» spiegò Giuseppe.

Cé lo guardò senza capire.

«Ti ho detto che d’estate ha sempre caldo. Dice che gli prendono fuoco i piedi. Così mette qui le scarpe prima di indossarle.»

Per un momento rimase serio, poi scoppiò a ridere, e rise ancora più forte vedendo che Giuseppe rideva con lui.

Molti anni dopo avrebbe ripensato a quella scena.

Per chi era cresciuto tra guerra, fame e privazioni, la porta del frigorifero non rappresentava soltanto la chiusura di un elettrodomestico, ma un portale interdimensionale verso la società del consumo.

Oggi davanti a lui c’era soltanto un armadio bianco con una luce accesa e due scarponi sul ripiano più basso.

Un’immagine nella memoria, come una carezza su un mondo di confine

E gli sembrava la cosa più straordinaria del mondo.

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