L’attimo prima (parte 2)

Serie: L'incoscienza di Eva


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Seconda parte del racconto L'attimo prima. Per una lettura migliore, consiglio di rileggere anche la prima parte.

Ho avuto una sola esperienza in fatto di sesso: il pene dritto e duro di uno sconosciuto pigiato contro la schiena, quand’ ero poco più di una ragazzina. Mi trovavo in un luna park appena fuori città, ero in fila ad una giostra insieme a un paio di amiche. Un uomo molto più grande si è messo dietro di me e ha iniziato a spingermi contro, come in mezzo alla calca, ma dietro di lui non c’era nessuno. Mi sono voltata, ho alzato la voce, urlato fino a farlo scappare. Alcuni tra i presenti si sono allarmati, hanno chiesto cosa fosse accaduto, se stessi bene. Non ho saputo spiegarlo. Mi sono vergognata, come se la colpevole fossi io. Per giorni ho avuto la sensazione di averlo ancora addosso, poi è passato. Non c’è altro.

La notte mi capita ancora di sognarlo. Mi sveglio sudata, preda della stessa vergogna, di quel fastidio. Corro in bagno a cambiarmi le vesti, mi sciacquo il viso. Lo scaccio.

«Questa non è un’esperienza!» Quando gliel’ho raccontato, Juliana è scoppiata a ridere. «Era soltanto un pervertito.»

Eravamo nella sua stanza, mi ha chiesto di farle compagnia mentre si cambiava. Si è tolta il turbante, asciugata i capelli, ora sceglieva biancheria e vestiti frugando dentro un armadio enorme, disordinato. La osservavo in piedi, senza osare sedermi. Di fronte a me un letto sfatto, a baldacchino. Dalle lenzuola saliva un odore denso, dolciastro, di cose bagnate e lasciate al chiuso troppo a lungo. Mi è sembrato di riconoscerlo, senza averlo mai sentito.

«Azzurro o verde?»

Juliana mi ha mostrato due abiti che mi sono sembrati identici, differenti soltanto nel colore. Non capisco nulla di vestiti, ho tirato a indovinare: «azzurro.»

«Hm.» Sembrava poco convinta. «Io, invece, preferisco il verde.»

Ha lasciato cadere l’accappatoio, si è infilata il vestito azzurro. Le ho scorto due seni allungati, i capezzoli tondi, scuri. Una peluria finissima, color del miele, saliva dal pube verso la linea dell’ombelico. Mi è sembrato di toccarla, sentirne il sapore. Qualcosa, dentro di me, ha vacillato.

Non avevo mai guardato un corpo nudo che non fosse il mio. Non in quel modo. Era uno sguardo nuovo, diverso. Somigliava al bruciare della pelle, la sensazione di avere sete, o fame. Non si trattava soltanto di usare gli occhi: venivano altre cose.

«E dopo?» In cucina, mentre la aiutavo ad apparecchiare, Juliana pensava ancora all’uomo delle giostre. «Cos’è successo, dopo?» Era curiosa, voleva sapere.

«Niente.» Ho aperto le braccia, mi sono fatta guardare. La mia maglia grigia, inadatta, senza nulla da offrire. «Il dopo, lo sai.»

«E non hai più—»

«Più.» Ho sentito le guance avvampare, ma non era vergogna. Ne andavo quasi fiera. «Mai.»

Ho sempre creduto che la mia strada, una volta presa, fosse univoca, sola. Corsie parallele, svincoli, uscite, cambi di direzione: non sono mai esistiti, per me, non li ho mai calcolati. Quella sera, seduta di fronte a un piatto di pasta, un bicchiere di vino insieme a Juliana, per la prima volta ho dubitato. Mi sono posta una differente questione.

«Non ti sei mai pentita?»

«Pentita di cosa?» D’un tratto, parlavo la sua lingua. «In fondo, non siamo poi così diverse. È sempre questione di vocazione.»

«E quindi tu…» Ha sorriso. Non era più curiosità, la sua. Era un’idea che si fa strada. «Mai.»

Le ho restituito lo stesso sorriso. «Mai.»

Mi aspettavo continuasse, invece si è alzata, ha iniziato a sparecchiare. Mi sono offerta di aiutarla, ha rifiutato: «Stai.»

Ho temuto d’aver osato troppo, aver sbagliato qualcosa.

«Forse è un bene, non sapere cosa è un orgasmo.» Faceva i piatti, ora. Era di schiena. «Che se ti abitui, non smetti più.» Il tono rassegnato, quasi triste. «Ma aspetta!»

Di colpo ha lasciato ogni cosa a metà, l’ho vista correre verso la stanza. Si sentivano rumori di ante, cassetti aperti, e chiusi, le luci si sono accese e spente un paio di volte. Quando è tornata, tra le mani aveva il body rosa. Mi ha studiata, sembrava entusiasta. «Dovrebbe proprio starti.» Con gli occhi ha preso le misure.

Ero ancora seduta al tavolo della cena, non mi sono mossa. Stretta alla sedia, l’ho immaginata immaginare il mio corpo. Ho immaginato il suo. Quel poco che avevo visto mentre si cambiava, poco prima, insieme a quel niente che conoscevo del mio. Ci ho immaginate dall’alto, sopra le lenzuola del suo letto a baldacchino, l’una accanto all’altra, a combaciare. I seni contro il ventre, le fronti negli inguini, le labbra. Non le metà esatte, identiche di una mela, ma alla rovescia, complementari. Le facce opposte di una stessa medaglia.

E allora è stato, per la prima volta. Tutto ciò a cui avevo rinunciato non mi è sembrato più tale. Nessuna colpa. Nessuna redenzione. Nessun timore. Soltanto un prendere atto. Uno stato di cose.

«Per carità, Juliana.» Non ricordo se l’imbarazzo che ho finto fosse ancora il mio. «Non lo posso accettare.»

Si è avvicinata, mi ha preso le mani. L’aria di una bambina che vuole convincerti a comprarle un giocattolo nuovo. «E dai.»

Sono rincasata stringendo la sua biancheria al petto, chiusa in una busta di carta arancione. Una ladra, fiera del suo bottino, senza preoccuparmi che la gente intorno potesse vedere, pensare. Capire.

La prima notte è stata la più difficile. Seduta sopra il letto, fissavo il pavimento. Non mi sono cambiata, non ho pregato. Non ho dormito. Nei giorni successivi ho aspettato. Verrà la colpa, il timore. Verrà la redenzione. Non veniva niente. La Madre scoprirà tutto, mi dicevo, non potrà tollerare. Sono arrivata a sperarlo. Ci penserà lei, a fermarci. Mettere fine a tutto.

Non è accaduto nulla. Non è venuto nessuno. Per la Madre, come per tutti gli altri, i giorni trascorrono uguali.

«Quando mi rifai la tua pasta ai ceci?»

Prometto: «Presto.»

La sera tolgo la biancheria, faccio le prove. Da qualche giorno, la notte, mi capita di confondere i sogni. Al posto dell’uomo, Juliana. La pelle color del miele, i seni scuri puntati contro. Mi sveglio confusa tra le lenzuola spiegate. Orino caldo nel silenzio dell’alba.

Aspetto, ancora, ma ormai ho capito: a fermarmi non verrà niente, non mi punirà l’ira di nessuno.

Qualsiasi cosa deve accadere, accadrà, e sarà soltanto per volontà mia. 

Continua...

Serie: L'incoscienza di Eva


Avete messo Mi Piace8 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi ha colpito come trasformi una cosa sporca e subita (quel corpo addosso al luna park) in una storia di sguardo e scelta, senza “prediche” e senza sconti. Juliana è scritta benissimo: ti mette addosso curiosità e paura insieme, e ogni gesto resta ambiguo quel tanto che basta a farti tremare. E il finale mi è rimasto in testa: non come liberazione “pulita”, ma come presa di responsabilità — se succede, succede perché lo voglio io. È una frase che fa un po’ paura, ma dà anche forza. Bravissima Irene.

  2. Hai saputo perfettamente costruire non solamente l’evoluzione di un personaggio, quanto quella di un’anima, di una donna in carne, ossa e spirito. ‘Aspetto, ancora, ma ormai ho capito: a fermarmi non verrà niente, non mi punirà l’ira di nessuno.’ E ancora ‘Qualsiasi cosa deve accadere, accadrà, e sarà soltanto per volontà mia.’
    Si tratta di una presa di coscienza direi rivoluzionaria e di una spinta fortissima verso la libertà e l’emancipazione. E non importa se sei una Sorella o una puttana. Perchè a quei livelli, nulla ci definisce.
    Siamo solo all’inizio di questa serie eppure, insieme a regina, ci restituisci donne in carne e ossa, che, come fossero puzzle, contengono pezzi di tutte noi.
    Spendo un apprezzamento sulla tua scrittura che, quando ‘guardi’ da fuori, si fa più controllata e matura. Forse perchè per osservare, bisogna imparare prima ad amare e poi a non giudicare. Le parole hanno una potenza straordinaria e bisogna saperle sciegliere, come stai facendo tu in questa serie. Complimenti Irene.

  3. Ciao Irene, sei bravissima a descrivere la scoperta dei propri sentimenti da parte della protagonista. Lei li scopre lentamente, ma non se ne meraviglia, forse perché la sua vocazione religiosa non era autentica, ma piuttosto un muro che lei aveva eretto tra la finzione e la realtà.

  4. “«Per carità, Juliana.» Non ricordo se l’imbarazzo che ho finto fosse ancora il mio. «Non lo posso accettare.»”
    Sono bastate tre righe per descrivere l’ evoluzione di un personaggio.

  5. “Stretta alla sedia, l’ho immaginata immaginare il mio corpo. Ho immaginato il suo. Quel poco che avevo visto mentre si cambiava, poco prima, insieme a quel niente che conoscevo del mio.”
    👏 👏 👏
    Fossi in te la brevetterei

  6. Hai di gran lunga superato le aspettative della mia fantasia 🙂
    Il mio cervello malato di uomo si aspettava molto di meno 🙂
    Con un mix di sensualità, desiderio, trasgressione e timore hai descritto momenti di intimità tra due donne “duali” ma che si incontrano. Non il caso, non il destino, doveva essere così e basta.
    Bellissimo
    Ciao
    P.

  7. “Tutto ciò a cui aveva rinunciato non mi è sembrato più tale.”
    Qualcosa non mi torna. Probabilmente non ci arrivo io ma forse volevi scrivere “avevo”?
    Ti chiedo scusa se ho frainteso.
    Ciao
    P.

  8. È proprio come dice M. Luisa: il tuo raccontare le pulsioni e gli istinti sessuali dell’animo umano è coinvolgente e sensuale, ma naturalmente bello. Non trovo schegge di un ammiccare torbido, è semplicemente “fame” di sensazioni, di desideri inespressi e rinchiusi a forza in cassetti troppo piccoli, è voglia di capire cosa si prova… una brama difficile da reprimere. Ho messo su il Flamenco della Doccia di Silvestri che adopera un testo sincero:
    Lo vedi, sono già più calmo, sono più sereno
    Non c’è più veleno in queste mie parole
    Sono queste mani che vanno da sole
    Forse un’altra doccia mi rilasserà 😂

    1. Il Flamenco della doccia, grande 😁😁😁
      Che bel pezzo mi hai ricordato!
      È bellissimo questo lato che cogliete del mio scrivere, perché a me viene quasi “automatico” e grazie a voi mi riconosco… e mi capisco anche un po’. Il torbido non fa proprio per me, e meno male riesco a starne alla larga😅
      Grazie Emi ❤️❤️❤️

  9. Sentirsi profondamente attratti da un altro- o un’altra- innamorarsene o anche solo soggiacere a un fascino sensuale è una delle forze psichiche in grado di mettere in discussione anche una vocazione religiosa. E così forse avverrà a Sorella… (solo adesso prendo atto che non ha un nome). E forse l’aiuterà anche a liberarsi dagli esiti traumatici di quella prima “esperienza”. D’altra parte, mi sembra che ve ne siano tutte le premesse. Ma sto fantasticando. Non è finito, giusto?

    1. Ciao Francesca, non ho mai pensato al nome della protagonista, chissa perche. Sorella mi piace tantissimo!
      Purtroppo, questo racconto per ora non prevede seguito, ma non è detto che non lo riprendero’, piu avanti. Certe storie tornano, e lo richiedono. Grazie di cuore per le tue letture, sempre davvero gradite.

  10. Una delle tante cose che mi colpiscono e mi piacciono di questi e di altri tuoi racconti, é la malizia, unita alla naturalezza quasi casta di queste storie cariche di eros che fanno emergere anche la parte piú profonda dei personaggi, mostrando luci ed ombre, fino ai loro lividi nell’ anima. E raccontando l’ amore nelle sue varie sfaccettature, riesci a rendere toccante e molto coinvolgente la lettura.

    1. Grazie di cuore Luisa. Ti confesso che una delle mie paure è proprio non saper rendere i personaggi nelle loro sfumature, o cadere nella trappola dei luoghi comuni. Non so mai, quando scrivo, se sto riuscendo oppure no. Soltanto grazie a lettori attenti come te riesco a capire di essere sulla buona strada. Per me è davvero importante. Grazie di cuore ❤️