L’avamposto

Serie: Avamposti

Il matatu risalì con fatica la collina rigogliosa, sfiorando le enormi piante a lato della strada. Scollinando, sbucarono dalla foresta, per dirigersi verso una conca priva di vegetazione.

La striscia della strada, come una sutura sulla pelle, proseguiva diritta, risalendo poi il versante opposto della conca. L’autista imboccò la discesa in folle.

In fondo, evanescente nella calura, l’avamposto.

Un pick-up uscì dalla recinzione che lo circondava. Lo videro correre loro incontro, con il suo codazzo di polvere rossa. Incrociando il matatu, un soldato dalla faccia truce e armato di tutto punto, lo guardò in tralice. Poi, lanciato a tutta velocità, proseguì la sua corsa.

Julius trattenne il respiro.

Sister Ilary gli toccò la mano, facendolo trasalire. Si guardarono un istante, infondendosi coraggio a vicenda.

L’autista prese la mira e si infilò tra le balaustre di uno stretto ponte, costruito sopra il fiume asciutto.

C’erano molti mezzi in sosta. I passeggeri erano seduti all’ombra di una tettoia di paglia, altri in coda all’ingresso della dogana, sotto il sole di mezzogiorno. Un soldato teneva ordine nel corteo, andando avanti e indietro, con passo marziale.

– Preparate di documenti, – disse Modì, il loro accompagnatore, appena furono scesi.

– C’è un bagno in questo posto? – domandò Julius.

Venne indirizzato verso una baracca con la pubblicità della Coca Cola.

– Ti aspetto qui.

Andò al bar, dove una radiolina avvolta di nastro adesivo nero, trasmetteva un discorso appassionato. All’interno, mimetizzato nell’ombra, un uomo sonnecchiava su una poltrona.

– Pardon.

– Maji! – chiamò quello, senza muoversi dalla sdraio.

Un ragazzino pelle e ossa entrò dal retro, svogliato.

Julius gli indicò le bottiglie di acqua alle sue spalle.

– Deux, s’il vous plaît.

Quello uscì e ritornò con due bottiglie gocciolanti. Prese i soldi e li consegnò all’uomo sdraiato.

Sentì del trambusto alle sue spalle. Ordini urlati sguaiatamente. Quando riprese a respirare, Ilary era lì al suo fianco.

– Li hai visti anche tu?

– Chi?

Attorno all’edificio si era radunata una piccola colonia di militari.

Tenevano sotto tiro la fila di passeggeri, che tuttavia sembravano assistere a uno spettacolo che non li riguardava per nulla.

– I due sudafricani che erano a cena con noi ieri sera. Sono partiti all’alba e sono ancora qui.

Julius li cercò tra la folla. Un militare lo stava guardando. Finse di starnutire.

– Avranno problemi di documenti.

– No, ieri sera mi hanno parlato del loro viaggio. Gente così non si lascia sorprendere.

Julius alzò gli occhi al cielo, esasperato. – E allora, cosa immagini che gli stiano…

– Li stanno interrogando.

Ammutolì.

Un breve corteo di soldati stava scortando la coppia di sudafricani verso un pick-up. Li spinsero sul cassone. Poi partirono a razzo, scomparendo presto in cima alla salita.

Julius ci mise tutto quel tempo per riaversi dallo shock.

Quel che era successo ai due sudafricani non aveva bisogno di spiegazioni.

Modì era sotto la tettoia, a discutere allegramente, seduto per terra.

– Vado a parlargli, – comunicò Ilary. – Sapremo finalmente se Modì è davvero dalla nostra parte.

Dio sarà di sicuro dalla nostra, pensò il missionario, ma non lo disse.

Ilary rimase a parlare con il giovane per un tempo incalcolabile, agli occhi di un condannato.

Modì si alzò e raggiunse l’ufficio.

Ritornò accompagnato da un uomo basso e magro, in divisa cachi, che si infilò la mano nel collo della camicia ed estrasse un piccolo crocifisso di legno.

– Da questa parte, prego.

Lo seguirono. Una volta entrati, la frescura del locale procurò un brivido a Julius. Era pieno di poliziotti e militari. Sister Ilary si strinse a lui.

– Riesci a fidarti di Dio, almeno una volta, – le sussurrò, Julius, soffocando però il cuore in tumulto.

– Non mi fido neanche degli uomini! – sibilò lei in risposta.

L’ufficio era composto da una donna che timbrava i passaporti. Dietro di lei c’erano tre tavoli, con altrettanti soldati, al momento inoperosi. Due valigie aperte, il contenuto cacciato all’interno, senza riguardo. Quelle dei sudafricani?

Modì se ne stava appoggiato alla cornice della porta, braccia conserte, tra l’ombra e il sole.

– S’il vous plâit.

Julius e Ilary alzarono di scatto la testa. Anche Modì si attivò ed entrò insieme a loro al cospetto di un tronfio uomo bianco, dai folti baffi e il basco di traverso.

Per un po’ continuò a compilare un registro, fermandosi di tanto in tanto a ricordare quello che doveva scrivere.

– I vostri documenti, per favore, – disse, senza guardarli.

Esaminò il passaporto di Ilary, sfogliando tutte le pagine. Ne cercò una vuota e la timbrò.

Aprì quello di Julius.

Una goccia di sudore gli scivolò nell’incavo dell’occhio destro e la asciugò con disprezzo.

– Italienne?

– Oui, monsieur.

Poi l’uomo con il basco lo guardò con fastidio. Richiuse il documento e lo spinse lontano, come fosse una cosa sudicia.

– Mon père, mon père.

Calò nella stanza un pesante senso di ineluttabilità.

Julius sentì la pelle del braccio incresparsi.

– Sûreté! – comandò il funzionario.

La stanzetta fu subito occupata dai militari che un istante prima erano sugli affari inutili dall’altra parte.

Modì tentò di frapporsi, ma fu spostato di peso e bloccato a terra.

Ilary era scattata in piedi, ma un altro soldato aveva estratto una pistola e la minacciava.

Julius, in mezzo a quel trambusto, fu l’unico a non reagire. Non perché riuscisse a mantenere la calma, ma perché letteralmente paralizzato.

Ammanettarono Modì e lo condussero via, in due, perché opponeva una strenua resistenza.

Ilary assisteva annichilita.

– Porta via la donna, – ordinò all’ultimo militare, – parlerò con lei dopo.

– Julius! – urlò lei, prima che l’uomo le tappasse la bocca con la sua mano enorme.

Tornata la calma, il funzionario riprese in mano il passaporto di Julius.

Il missionario chinò il capo e affondò il volto nelle mani.

– Padre, se può passi da me questo calice…

– Mon père, come vi chiamate?

Parlò nell’incavo delle mani.

– Je. N’ai. Pas. Compris! – urlò l’altro.

Un laccio invisibile gli stringeva la gola. Si raddrizzò. – Padre Giulio Pirani.

Il baffone era impassibile, come se sapesse già come sarebbe finita la storia. – Votre vrai nom.

Il ticchettio di un orologio gli rimbombava nella testa.

– Cosa… cosa volete dire?

– Vous n’êtes pas italienne. Voi siete una spia, – disse, scagliandogli addosso il passaporto.

– Io sono italiano.

– Non esistono negri italiani! – perse per un momento il suo aplomb. – Questo documento è falso.

– Non è falso! Sono italiano!

Il baffone strinse gli occhi come due fenditure. – E allora sei un traditore dell’Africa. C’est la même chose.

Non aveva più forze per replicare. Le braccia gli scivolarono, inerti.

– Non sono un traditore.

L’uomo incombeva su di lui. – Mon père, mon père.

Nella quiete apparente si sentì un battere di tacchi fuori dalla porta e un bussare insistente.

– En avant! – urlò.

Il baffone fronteggiò il soldato sulla soglia. Si chinò sul suo superiore e gli bisbigliò qualcosa all’orecchio.

Il baffone rinculò, andando a urtare la scrivania. – Monsieur le général? – Non sembrava per nulla contento di quella novità.

– Il va arrivé.

Il funzionario si massaggiava la fronte, digrignando i denti.

Julius iniziò a sperare.

– Garde-le!

Ordinò che ritornasse ai suoi compiti, ma il giovane restò piazzato dov’era.

– C’est un ordre direct du général.

Il funzionario cacciò il soldato in malo modo. Afferrò il passaporto da terra e appose il timbro con un colpo secco. Poi lo lanciò in grembo al sacerdote.

– Vitte! Vitte! Dehors!

Aggirò la scrivania e lo trascinò fuori dalla stanza.

Ilary era lì, incolume. Si abbracciarono.

– Non c’è tempo! – li spronò Modì. – Dobbiamo raggiungere l’altra frontiera a piedi. È la procedura.

Davanti a loro c’era una salita assolata, in cima una sbarra sorvegliata da due uomini.

Gli batteva il cuore. Lo sentiva pompare sangue nello sforzo.

Salivano più in fretta possibile, ma Modì li incitava battendo le mani.

Si fermò a respirare a metà percorso, tra i cartelli che riportavano i nomi dei due stati confinanti.

Risalì con lo sguardo la strada oltre il ponticello, su fino all’altra sommità della conca. Un convoglio di quattro veicoli alzava una nube di polvere, scendendo a rotta di collo. I soldati alla frontiera erano in subbuglio.

Modì lo spinse ad accelerare il passo. – Non siamo ancora al sicuro!

Li prese per mano e li trascinò negli ultimi metri.

Vedendoli arrivare concitati, i militari di guardia spianarono le armi.

Modì scattò avanti e scambiò con il primo una battuta, poi il secondo si fece vicino ed entrambi abbassarono i fucili.

– Andiamo, non ci faranno problemi.

La vista da lassù era sconfinata. L’altitudine maggiore rispetto a ogni altro colle attorno, allargava lo sguardo al soffuso orizzonte.

Un uomo in piedi chiamò ad alta voce. Un soldato si presentò con un telefono da campo. Gli ordinò di attendere.

Chiese i passaporti a Julius e Ilary.

Li esaminò con attenzione, la fronte corrugata.

Li guardò negli occhi.

Qualche istante dopo chiese l’apparecchio al soldato. Ascoltò tutto il tempo senza rispondere all’interlocutore, con aria annoiata.

Sospirò e premette con soddisfazione il tasto con il telefono rosso. Lo ridiede al soldato, che salutò con la mano alla fronte, prima di congedarsi.

– Complimenti, – disse il funzionario, compiaciuto. – Avete appena strappato un biglietto di sola andata per la libertà.

Serie: Avamposti
  • Episodio : L’avamposto
  • Episodio 1: Caccia
  • Episodio 2: L’ultimo fuoricampo – 1
  • Episodio 3: L’ultimo fuoricampo – 2
  • Episodio 4: L’ultimo fuoricampo – 3
  • Episodio 5: L’ultimo fuoricampo – 4
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