Le biglie

Serie: I ragazzi della via Polli


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I topi che popolano il cortile della casa di Bianca sono diventati molto più simpatici, da quando ha trovato una scia di monete dal gabinetto fino alla legnaia, come consolazione per il suo piccolo dente caduto.

“Nel pomeriggio di ieri – cominciò Nemecsek – io, Weisz e Richter, siamo andati al museo ove incontrammo anche Kelnay e Barabas. Ci mettemmo a giocare con le biglie. Ognuno tirava una pallina e chi riusciva a colpire una di quelle già ferme a terra, vinceva tutte le altre.”*

Bianca smise di leggere, raddrizzò la schiena, il collo e la testa che aveva chinato sul libro, poggiato sopra le ginocchia. Rimase un attimo assorta nei suoi pensieri.

«Ma’, me le compri le biglie?»

«Ah, ita e’ chi olisi

«Le biglie, ma’, quelle di vetro colorate, me le compri?»

«Toca toca, le birillie… Sighi a liggi, sighi, ca ti fai’ pru’ beni

Bianca aveva ripreso in mano il libro già letto un’altra volta, per intero, in pochi giorni e senza alcuna passione per la storia contenuta in esso. Aveva ricominciato daccapo, sbadigliando, in una delle interminabili giornate invernali, fredde e piovose, di quelle vacanze scolastiche che sarebbero durate fino al sei gennaio. I libri che circolavano in casa sua erano ben pochi; i giornaletti anche meno. Solo una volta, come per miracolo, sua madre le aveva dato i soldi per comprare il Corriere dei piccoli, con le avventure del signor Bonavventura. L’avrebbe riletto volentieri, a distanza di tempo, ma dopo qualche settimana, era finito in cenere. Suo padre, vedendolo un po’ sgualcito sopra una delle sedie basse, accanto al caminetto, lo aveva usato per accendere il fuoco.

Qualche volta, in mancanza d’altro, per noia e per curiosità, leggeva il calendario. In ogni foglio di ciascun mese, c’era tanto da curiosare. La rubrica della salute, i consigli per i contadini, La Sibilla scherzosa, l’oroscopo di frate Indovino e molto altro. Al calendario di Sant’Ignazio – Voce Serafica della Sardegna – Benedetta, da diversi anni, aveva fatto l’abbonamento, recandosi a Casteddu, al convento dei frati Cappuccini, in viale Fra Ignazio. La zia Luigina aveva spiegato a Bianca che sua madre aveva fatto un voto quando lei era ancora molto piccola e si era ammalata. Non voleva mangiare, né bere il latte e quando sua madre la forzava, il cibo che aveva dovuto ingoiare a forza lo rigurgitava.

Il calendario era grande, con la foto in copertina del fraticello di Laconi, divenuto santo. Al suo interno molte altre immagini e disegni e vignette, tutte a colori. Oltre le rubriche anche qualche poesia e aneddoti vari che potevano diventare un passatempo piacevole. Gennaio era già pieno di scarabocchi e di promemoria scritti a penna con una grafia irregolare e qualche errore. Primo giorno di gennaio: “medicina per i toppi”, come se il veleno messo fra i tronchi della legna, fosse un rimedio curativo per qualche malattia dei muridi. Tre gennaio: nati i conilli ; che a volte erano dodici, e Benedetta finalmente vedeva un motivo per rallegrarsi e sorridere. Alcuni, però, spesso nascevano morti e quella numerosa prole che avrebbe potuto dare un piccolo guadagno, si riduceva a due o tre soltanto. Venti gennaio: pagare l’alliga, come se dovessero ricordarsi che la spazzatura andava retribuita. Sua madre non era brava a scrivere; a far di conto, però, non c’erano calcolatrici che riuscissero a batterla in velocità e precisione. Aveva studiato nella scuola dei campi, dove lei e suo fratello Larino, ancora molto giovani, coltivavano e vendevano carciofi, pomodori e molti altri ortaggi.

«Dai, ma’, me le compri?»

«Ita?»

«Le biglie.»

«Ancora? Candu mi d’accabbasa?»

«E dai, o ma’.»

«Ita sesi unu perdu mascu? Le femmine non giocano con le birillie.»

«E con cosa giocano le bambine?»

«A cucire i vestitini per le bambole; a fare la ninna-nanna al bamboccio…»

«Io non le so dire le ninne-nanne.»

«Te le imparo io, Bianchedda.

Su sole e’ calende

sa luna er bessendu

ai custa pippia

deu seu anniiendu

a custu pippia

anninnia anninnia (…)»

Benedetta, non ricordando altre parole di quell’antico canto della sua terra, aveva continuato a ripetere le ultime due parole, come una nenia, sempre più lenta e monotona.

«Eh o ma’, così mi addormento io.»

«E inza’ gioga a sattafuni

«E mica posso saltare con la fune per un’ora… così mi dovete raccogliere col cucchiaino, come dice nonna.»

«E desinuncasa gioga a fai sa maista. Hai pure la lavannia che ti abbiamo bittìu da Casteddu.»

«Per fare la maestra ci vogliono gli scolari. Qui i bambini sono tutti maschi. Babbo ha  detto che se mi vede un’ altra volta in mezzo alla strada con loro mi struppia.»

«E te gioca a fare sa maista qui in prazza, con i truncheddus de linna, aranti a te. E li parli come che erano i tuoi alunni.»

Da quel giorno Bianca aveva iniziato le sue lezioni all’aperto, in cortile, mettendo in doppia fila, davanti a lei, come le aveva suggerito sua madre, i tronchi presi dalla catasta della legna. Spiegava e scriveva con i gessetti, sulla piccola lavagna. Lodava, rimproverava e scriveva i voti sul quaderno, poggiato sopra una pila di cassette della frutta.

«Tu sei come Pinocchio, non vuoi fare i compiti. Ti cresceranno le orecchie lunghe come quelle degli asinelli, vedrai» diceva col tono di una maestra severa a un ciocco di legno con un ramo mozzato che sporgeva come il naso lungo del burattino. «Tu, invece, sei brava, da grande sarai pure tu una maestra di scuola e tutti i signori, nello stradone, si toglieranno il capello e ti faranno l’inchino. “Buongiorno maestra, ti diranno, come se fossi una principessa.”.» Diceva Bianca, rivolgendosi a un altro pezzo di tronco con il muschio secco intorno, che dava l’idea dei riccioli biondi di una bambina.

Diventare una maestra era stato il suo primo sogno, la sua prima idea di cosa fare da grande, per essere ben vestita e sentirsi importante. I soliti quattro stracci, di seconda o terza mano, delle cugine, delle suore Paoline e delle sue vicine, la facevano sentire strana e più malconcia di una befana, con taglie che non sempre corrispondevano alla sua misura. Si sentiva diversa soprattutto rispetto all’ amica sua più cara, che poteva indossare indumenti nuovi a ogni stagione e persino in alcune occasioni importanti, come certe sagre. Per la festa grande, dedicata alla santa patrona di Dexiatu.

Diventare una maestra era stato, per Bianca, il suo sogno più grande; poi, però, aveva cambiato idea, quando la madre l’aveva portata dal medico: una donna giovane che avrebbe sostituito il vecchio dottor  Malus. Dietro la sua scrivania, aveva intravisto un vassoio pieno dolci, con ciambelle, amaretti e tanti guefus avvolti nella carta velina di vari colori. L’ omaggio alla nuova dottoressa di un paziente benestante. Il camice bianco candido, inamidato, della dottoressa, la penna d’argento nel taschino, e una piccola spilla con un serpente intorno a un’asta, avevano colpito Bianca come un miraggio. Da quel dì il suo sogno era cambiato. Distesa sul suo letto, chiudeva gli occhi e immaginava se stessa, dietro una scrivania simile, a compilare foglietti con una penna argentata.

*Dal libro I ragazzi della via Pal, di F. Molnar, edizioni Malipiero 1970

Serie: I ragazzi della via Polli


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Discussioni

  1. “Distesa sul suo letto, chiudeva gli occhi e immaginava se stessa, dietro una scrivania simile, a compilare foglietti con una penna argentata.”
    Ma si, meglio questo desiderio. I tempi della maestra apprezzata sono ormai morti.👏 👏 👏 Non so perché, ma si addice di più a Bianca. Sarebbe una grande maestra ma… il camice le dona. Almeno nel mio immaginario.

    1. Sì, Giuseppe, potresti avere ragione sul camice di Bianca. Un uccellino mi disse che vestiva la taglia quaranta/quarantadue. Il modello un po’ sagomato, non troppo lungo, bianco candido, ben stirato, le dava un tono dignitoso. Non sembrava che da piccola fosse cresciuta in mezzo ai topi.😂

        1. Credo di no. L’ uccellino mi disse che qualche volta, nel tempo libero, si toglieva il camice e indossava indumenti da contadina; anche da adulta si arrampicava ancora sugli alberi, soprattutto degli ulivi. L’ idea di fare la modella no, pare che non l’avesse mai sfiorata.

  2. Mi sono ritrovata tantissimo, e lo hai reso benissimo, nel modo che ha Bianca, e i bambini in generale, di costruirsi e crescere mescolando, e trasformando, le fantasie in realtà. Bianca legge delle biglie, e subito le vuole per sé, passiamo al gioco della maestra, infine le pastarelle che le fanno decidere che anche lei sarà un medico. Lo abbiamo fatto tutti, miliardi di volte, e il ricordo che ne conserviamo è un tesoro prezioso. Io ti ringrazio Luisa, perché attraverso Bianca rivedo la bellissima bambina che sono stata, e che troppo spesso scordo, e ritorno a pensarla e a volerle bene.

    1. Provo sempre una sensazione di gioia a leggere le tue parole; ora credo di sapere perché, da dove arriva la bellezza delle tue espressioni, la generositâ, la gentilezza. A proposito: oggi é la giornata mondiale dedicata alla gentilezza. Per me l’unica rivoluzione pacifica che potrebbe cambiare il mondo.
      Grazie Dea, che l’amore sia in te, sempre.

  3. Che meraviglia tornare bambini per il tempo in cui ti si legge (forse l’ho già detto, nel caso è giusto ribadirlo).
    I sogni e i desideri dei bambini sono semplici e privi di secondi fini, purtroppo spesso non si realizzano. Mi domando se anche i bambini di oggi abbiano sogni e desideri…
    Tornando alla tua serie, sei arrivata al fine stagione! Spero, però, che non sia finita per davvero, perché c’è ancora tanto che vorrei sapere su bianca e della sua famiglia! 😸

    1. Grazie Mary, non vorrei annoiarvi raccontandovi sempre di questa povera Bianca, che viveva tra i topi, con un cesso in cortile e dei genitori che non erano il massimo nelle effusioni affettive. Peró vorrei ancora meritare la vostra attenzione raccontandovi ancora, in questa serie, il potere della fantasia, indispensabile ad ogni autore di racconti letterari, cinematografici o teatrali. E Bianca questo piccolo dono l’aveva ricevuto.

  4. Una parola l’ho capita senz’altro: struppia è praticamente li stesso che in siciliano. 😀 Battute a parte mi piace questo dialogo in cui il sardo si deve dedurre dalla risposta in italiano, ha la sua funzione scenica.
    Belli i sogni dei bambini, che siano di diventare maestra o medico o astronauta non ci sono mai i soldi nelle loro idee.

    1. Sì, esatto, Francesco, ho provato a far capire il sardo deducendolo dalle frasi in italiano che fanno parte del dialogo. Credo, peró di non essere stata abbastanza chiara, quindi sto pensando di aggiungere almeno una nota a pie’ di pagina per tradurre le parole di una delle tante antiche cantilene usate per far addormentare i bambini, che ho riportato nel testo.
      Interessante scoprire quante parole uguali ci siano nella lingua delle nostre due isole. Nell’ultimo episodio scritto da Roberto Toso, c’era una parola in siciliano identica al sardo che mi ha colpito. Ora non ricordo piú quale fosse.
      Grazie Francesco, per tutto.

  5. Che incipit potente, il racconto che si specchia in se stesso, una mise en abîme molto efficace. Come il dialogo tra madre e figlia di cui anch’io, come Melania, non ho compreso tutto ma ho goduto il ritmo e l’ affetto rude che esprime.

    1. Grazie Francesca, i tuoi commenti hanno sempre l’effetto piacevole di farmi ripensare questi semplici racconti di vita vissuta altrettanto modestamente, come qualcosa che uno sguardo attento come il tuo puó valorizzare, cogliendo un senso piú importante, rispetto alla descrizione di una quotidianitâ materiale fatta di piccole cose.
      Aggiungeró presto una nota in piú per tradurre la ninna nanna in sardo.

  6. Mi prende sempre una gradita dolcezza nel leggerti. La tua attenzione per i desideri, così poco pretenziosi, e per le ambizioni lucide di Bianca è commovente. Mio padre mi comperava sempre il Corriere dei piccoli, la domenica mattina quando lo accompagnavo a messa. Bellissimi ricordi. Grazie Maria Luisa.

    1. Grazie a te, Giuseppe, che mi conforti sempre con le tue parole e mi dai la sensazione e la speranza che rievocare certi ricordi non sia soltanto un esercizio di scrittura fine a se stesso o un tentativo di comunicare invano storie passate, ancora vivide in tanti come noi che a quei tempi c’eravamo già.

  7. E sei arrivata anche all’ultimo episodio di questa fortunata serie. Io di polli non me ne intendo (ho solo scritto il trinciapollo) però da “pollastro” che sono ti porto un dono: un milione di applausi da parte mia e del Sig. Bonaventura. E che l’avventura continui.

    1. Che bello! Lo leggevi anche tu Il Corriere dei piccoli? Quante cose qui sul pianeta Open abbiamo da ricordare e condividere delle nostre piccole avventure, lette o vissute, “qualche anno fa”.
      Grazie Fabius, queste tue parole sono state di grande conforto.

  8. Ciao Maria Luisa, stavolta ho avuto un po’ di difficoltà con le parti in dialetto ma, a parte questo, ho apprezzato molto questo nuovo tuffo nella vita e nei sogni di Bianca. Molto brava!

    1. Grazie Melania, ero un po’ combattuta se inserire la traduzione delle parti in sardo, poi ho preferito lasciare che ognuno cogliesse il senso del discorso soprattutto attraverso le frasi di Bianca che precedono o seguono le parole in campidanese della madre. Mi rendo conto che in questo modo non si puó capire il significato preciso, parola per parola. Se vuoi posso aggiungere qualche nota finale.

  9. Che belli, i sogni dei bambini. Ai miei tempi si diceva veramente: “Da grande sarò…” e c’era sempre, in ogni gruppo, un medico, una dottoressa, una maestra, e magari un astronauta, un pompiere. E c’erano la stilista e l’ingegnere (donna), e la ricercatrice che trova la cura a tutte le malattie.
    Oggi ci sono calciatori e veline, influencer e politici. E persino mafiosi.
    Scusa Maria Luisa, scusate tutti. Ho fatto un commento qualunquista. Non se lo merita un commento così, un racconto così bello come il tuo.

    1. Grazie Giancarlo, tu sai quanto sia importante ogni parola di supporto da parte di chi ci legge.
      Sul tuo biasimo espresso nel commento non possiamo darti torto. Non si puó dire che tra le nuove generazioni siano tutti come li definî Michele Serra nel suo libro ” Gli sdraiati” e neppure tutti fannulloni come disse Brunetta. Molti hanno grandi sogni e progetti e studiano per realizzarli dedicandosi all’ambiente, alle innovazioni tecnologiche, alle attività artistiche. Purtroppo peró, i dati statistici sulla condizione giovanile e troppi fatti di cronaca fanno rabbrividire.
      Che dire? Parafrasando il grande poeta cantautore sardo-ligure-piemontese: anche se ci sentiamo assolti siamo comunque coinvolti.

    1. Non pensavo, quando ho iniziato questa serie, che avrei potuto condividere e rievocare con tanti autori e anche con te molte ricordi ispirati dal mio passato remoto.
      Sono doppiamente felice di questo, perché nonostante le tante differenze e le distanze geografiche che ci separano, abbiamo in comune molte piú cose vissute in luoghi e periodi diversi, di quanto potessi immaginare. Grazie anche per questa bella sensazione che mi trasmetti.

      1. In fin dei conti, sono sicura che questi ricordi siano trasversali a tutti gli effetti. Che attraversino i luoghi, ma anche il tempo e che forse, sotto una forma diversa, non saranno tanto differenti dai ricordi futuri dei bambini do oggi.

    1. Grazie a te, Cristiana. Sapere che abbiamo in comune alcune ricordi di grandi libri letti durante l’infanzia, per un attimo mi fa sentire piú giovane. Poi passo davanti allo specchio e dico guardando con rassegnazione le mie rughe: la giovinezza é sepolta, ormai, nella profonditâ dei ricordi che riaffiorano, a tratti, come flash, peró é sempre bello andare avanti a leggere ancora tanti altri libri e libriCK, e poi scrivere e trovare affinità nelle persone con cui si possono condividere interessi e passioni e ricordi.😘