Le buste

Il circolo era praticamente vuoto.

Qualche sedia intorno ai tavoli, una televisione accesa che nessuno guardava e una fotografia ingiallita sopra il bancone: una tavolata di persone sorridenti, bottiglie di vino e piatti sparsi su una tovaglia bianca.

Dietro il bancone una donna riempiva di caramelle alcune buste colorate.

«Una Moretti, per favore.»

La donna posò le caramelle e aprì il frigorifero.

«Ci prepariamo per la festa?» domandai.

«Eh, sì. Halloween. Sempre che venga qualcuno.»

Mi guardai intorno.

«Non c’è molta gente, in effetti.»

«Adesso no. Una volta, a quest’ora, non avresti trovato nemmeno una sedia libera.»

«Ma organizzate anche pranzi o cene?»

La donna smise di sistemare le buste.

«Ci proviamo. Sono la presidentessa del circolo, ma ormai è dura. Una volta bastava dire che domenica si faceva una cena. Arrivava quello che portava il vino, quello che apparecchiava, quello che cucinava. C’era perfino chi veniva soltanto per rompere i coglioni, ma almeno veniva!»

Scoppiai a ridere.

«Quelli non mancano mai.»

«Macché! Adesso mancano pure quelli.»

Indicai la fotografia.

«Una di quelle cene?»

«Eh, sì. Saranno passati vent’anni.» Si avvicinò e indicò un uomo a capotavola. «Lui cucinava sempre. E guai a dirgli che mancava il sale!»

Parlammo ancora. Dei paesi che si svuotano, delle persone che abitano a pochi metri senza conoscersi. Lei continuava a preparare le buste, io bevevo la birra.

A un certo punto mi accorsi che non ricordavo più a cosa stessi pensando prima di entrare.

«Speriamo vengano a prenderle» dissi, guardando le caramelle.

«Eh, speriamo.»

La salutai e uscii. Era già buio.

A casa la televisione era accesa e mia madre parlava di femminismo, di sacrifici e di quanto sarebbe stato giusto riconoscere una pensione alle donne che avevano dedicato la vita alla famiglia.

«Una pensione per aver cresciuto dei figli?»

«Secondo te non è un lavoro?»

«Non ho detto questo. Ma nessuno ti ha obbligata.»

«Ah, quindi tutto quello che ho fatto non vale niente?»

Eccoci.

Era bastata una frase per trasformare la cena in uno di quei processi familiari in cui tutti conoscono già il verdetto.

«Potevi lavorare, se volevi.»

«E chi badava a voi?»

«Non è questo il punto.»

«Ah, no? E quale sarebbe? Perché tuo padre lavorava fuori casa e io no?»

Sentii montare la rabbia. Avrei avuto materiale sufficiente per una guerra civile, ma rimasi in silenzio qualche secondo.

«Ti rendi conto di quanto sia importante essere madre?»

Mia madre mi guardò sorpresa. A dire il vero, la domanda aveva sorpreso anche me.

«È quello che sto cercando di dirti.»

«No. Tu parli di quanto dovresti essere ricompensata. Io sto dicendo un’altra cosa. Una madre è fondamentale. Come un padre. Ognuno ha un ruolo.»

«E allora perché il mio non dovrebbe essere riconosciuto?»

«Ma io non sto dicendo che… Aspetta.»

Appoggiai la forchetta.

«Prendi un ingegnere.»

«Un ingegnere?»

«Sì. Può progettare il palazzo più bello del mondo, ma se nessuno lo costruisce resta un disegno. E chi lo costruisce ha bisogno di materiali, di un progetto, di qualcuno che organizzi il lavoro.»

«E questo cosa c’entra con me?»

«C’entra perché… perché vale per tutti. Persino per chi raccoglie la spazzatura. Noi la produciamo, qualcuno la porta via. Nessuno fa tutto da solo.»

«Io non ho raccolto la spazzatura. Ho cresciuto dei figli.»

«Lo so, mamma! Non sto paragonando te a uno spazzino!»

Mi passai una mano sulla fronte. Stavo cercando di spiegare qualcosa che fino a pochi minuti prima non sapevo nemmeno di pensare.

«Voglio dire che siamo tutti collegati. Che quello che facciamo ha bisogno degli altri, anche quando non ce ne accorgiamo.»

«Appunto. Senza di me tante cose in questa casa non sarebbero state fatte.»

La guardai. Non trovai subito una risposta.

«Ma non è una gara a chi ha fatto di più.»

«E chi ha detto che è una gara?»

Già. Chi l’aveva detto?

Abbassai gli occhi sul piatto. La cena era pronta quando mi ero seduto. Non avevo cucinato né apparecchiato.

«Io continuo a pensare che una madre meriti un riconoscimento» disse.

Sospirai. «Va bene, mamma.»

Mio padre, che fino a quel momento aveva continuato a mangiare, alzò la testa.

«Mi passi il pane?»

Il cestino era accanto alla mia mano.

«Certo.»

Glielo passai.

Più tardi ripensai al circolo, alla fotografia, alle buste allineate sul bancone.

«C’era perfino chi veniva soltanto per rompere i coglioni.»

Sorrisi.

Non avevo cambiato idea sulla pensione. Dubitavo che mia madre avesse cambiato la sua. Forse non eravamo nemmeno riusciti a metterci d’accordo su cosa stessimo discutendo.

Andai in cucina per bere un bicchiere d’acqua. Nel lavello c’erano ancora i piatti della cena. Mia madre era già a letto.

Aprii il rubinetto e cominciai a lavarli.

Uno, due, tre.

Sul quarto il sugo si era incrostato.

«Porca miseria.»

Strofinai finché non venne via.

Quando spensi la luce, mi tornò in mente la presidentessa china sulle sue buste. Forse erano rimaste tutte lì. Forse ne mancava qualcuna.

Mi chiesi se il giorno dopo il circolo sarebbe stato di nuovo vuoto.

Poi pensai che avrei potuto tornarci, qualche volta.

Non necessariamente per Halloween.

Anche solo per una Moretti.

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Discussioni

  1. Complimenti, davvero ben fatto: niente fuochi d’artificio, niente frasi ad effetto, ed una trama essenziale che in un attimo trascina verso il finale. Bel lavoro.
    Oh, e a proposito: quanto alla pensione, la penso come la madre. La casalinga è un LAVORO, tout court, e come tale dovrebbe essere considerato anche economicamente: in realtà in alcuni stati come il Giappone esiste già, ed anche nel mio paese sono previsti dei crediti pensionistici per gli anni dedicati ai figli.