
Le disillusioni
Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)
- Episodio 1: Le disillusioni
- Episodio 2: Stupida
- Episodio 3: Andreas
- Episodio 4: Requiem
STAGIONE 1
«Se si potesse, ti bacerei.»
Lo hai detto di un fiato, guardandoti i piedi. Perchè sei una stronza, e la sapevi benissimo la miccia che andavi a toccare.
«Ti leveresti anche il vestito?»
L’ho chiesto d’un fiato, guardandoti dritto negli occhi. Perchè sono più stronzo di te.
«Sì.»
E lo hai fatto.
Non ti dirò dove sono.
Non ti dirò che l’ho fatto.
Non ti dirò che da un mese a questa parte sorrido, ma del resto della mia vita non me ne frega più un cazzo di niente.
«Ti aspetto sveglio stasera.»
«Meglio di no, dai.»
«Va beh, scusami.»
«Ma va, figurati. Scusa tu.»
Spunterai di sfuggita, quest’inverno, da qualche fotografia.
Dirò, e questa? No, non l’ho mai vista, proprio non mi pare.
«Ma non è quella della lavanderia?»
«Credo di sì. Sì. Può essere. Ma sono tutte uguali, chi se la ricorda.»
Non ti dirò che sparse a terra come cocci, ci sono parti di me che neppure sapevo di avere.
Non ti dirò il fiato, la vita che mi costa raccoglierle.
Ricordi il nostro primo incontro? Eravamo in fila al buffet e mia figlia per sbaglio ti ha macchiato il vestito con il succo di frutta. Mi sono scusato. Mi sono offerto di pagarti il conto della lavanderia. Non dovevi, hai detto. Ce ne sono anche di più cafoni.
Non ti dirò che ti ho scordata. Non ti dirò neppure quanto, e a quale prezzo ti sto ricordando. Il prezzo delle lame, dei chiodi arrugginiti, ficcati dentro la testa al pari di certi meccanismi inutili, a girare, girare a vuoto senza rimedio e in panne come chiavi monche, senza trovare la strada di casa, senza trovare la via di uscita, soltanto un punto malato e storto dove attecchire, come si inietta il tetano, come il veleno. Farsi gioco delle mie difese morte, entrare in circolo. Farmi impazzire.
«Ti posso offrire un caffè?»
Il giorno dopo ti ho trovata seduta nella hall. Eri sola. Erano già tutti andati avanti.
«Grazie. Ma ne ho già bevuti due.»
«Quindi?»
Hai riso.
«Quindi, offrimi il terzo.»
Mentre venivo qui, in autostrada un tir ha perso pezzi di copertone. Si sono staccati all’improvviso, e schizzati ovunque come schegge impazzite, di fonte ai miei occhi impotenti. Ho sterzato in seconda, per salvarmi la vita, credo. Li ho evitati per un pelo. Ma non ho avuto paura, non ho pensato neppure per un secondo all’incidente che sarebbe potuto succedere, se solo se. Li guardavo allontanarsi, rotolare sopra l’asfalto, sfaldarsi dentro lo specchietto retrovisore e disperdersi lungo le corsie, e pensavo, semplicemente, sì. E’ così. E’ quello che sta succedendo. Sta andando esattamente così.
«Ti posso chiamare ogni tanto?»
«Meglio di no.»
«Prometto che non ci provo.»
«Allora sì.»
Non ti dirò che ho visto un futuro, perché non l’ho visto.
Non ti dirò che ti ho amata dopo soli cinque minuti, perchè soltanto gli idioti amano dopo cinque minuti e muoiono dopo dieci. Ed io non sono un idiota.
Non ti dirò che ho pianto. Che è bastato mezzo pomeriggio per correre come un ragazzino a raccontarlo agli amici.
«Sei impazzito?»
«Sì.»
Non ti dirò che quel niente, di niente fatto di sbagli bugie e briciole e ritagli strozzati di tempo che avremmo potuto avere io l’ho sperato con tutto il midollo di cui sono capace.
«Proviamo.»
«C’è troppo in ballo. Non me la sento.»
Non ti dirò che quando l’hai detto, io lo avevo già fatto.
«Se non fossimo.»
Guardavi sempre per terra. Era soltanto il giorno dopo.
«Ma siamo.»
Così ti lascerò in pace, perchè è quello che hai chiesto, e non ti dirò che l’ho fatto. Che in questo posto del cazzo, pescato a caso e a metà strada tra le nostre impossibili vite, alla fine ci sono venuto davvero. Non ti dirò che ci ho creduto, al punto di comprarti come i bambini scemi un regalo.
Ieri sera, quando sono uscito con la scusa del cane, l’unica cosa rimasta aperta era l’edicola. Ti ho comprato un portachiavi a forma di scheletro umano, ancora da montare. L’involucro trasparente, dentro gli organi interni, da sistemare e incastrare uno per uno, in bella vista. Non chiedermi perchè, ma lì per lì mi è sembrata un’idea originale. Quando hai chiamato per dire, scusa, per dire non ce la faccio, per dire è l’ultima, stavo ritirando il resto. Lo avevo appena finito di pagare.
Quel nostro primo caffè. Ricordi?
Ho preso lo smartphone, ti ho mostrato Google Maps.
«Trecento chilometri a testa. Metà della strada. Si può fare.»
«E’ tutto sbagliato.»
«Ci possiamo provare.»
Ti sei guardata intorno, l’hai detto piano, come per non farti sentire. Ma io ti ho sentita. Hai risposto che sì.
Ed io ti ho creduta.
Mi sono svegliato all’alba – la scusa già pronta di una trasferta per lavoro – e ho guidato per quattro ore filate. Il portachiavi-modellino in fianco a me, sul sedile del passeggero. Una volta arrivato, mi sono seduto nel primo bar della piazza e ho ordinato un caffè. Avrei voluto andarmene subito. Invece sono rimasto.
«Se cambi idea, sappi che.»
«Non ce la faccio.» E ancora: «Scusami».
Mi sono portato appresso il modellino e ripromesso che non me ne sarei andato finché non fossi riuscito a montarlo. Con le ossa è andato tutto bene. I polmoni, il cervello, il fegato, pure. Milza, pancreas, a occhi chiusi. Si sono incastrati alla perfezione. Ma deve esserci stato uno sbaglio, a un certo punto. Perchè continuo a cercare tra i pezzi rimasti, mi guardo intorno, per terra, sono già tornato in auto tre volte, ho guardato sotto i sedili, nelle tasche, dappertutto – forse dovrei chiamare l’edicolante, ho anche pensato a un certo punto, perchè non mi torna, non è possibile. Deve esserci stato uno sbaglio, una svista, un’imperfezione, e io davvero ora non so che fare. Non riesco più ad andare avanti. Vorrei, ma non ce la faccio. Non posso alzarmi da qui. Perchè non trovo più il cuore.
Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)
- Episodio 1: Le disillusioni
- Episodio 2: Stupida
- Episodio 3: Andreas
- Episodio 4: Requiem
«Se non fossimo.»
«Ma siamo»
Ma c’è il puzzle del regalo senza cuore volato via.
«E’ tutto sbagliato»
«Ci possiamo provare»
Ma c’è il puzzle del regalo senza cuore volato via.
Ecco Dea, commentare questo tuo racconto, sparso tra i desideri di chi si ama ma non può, che vola su una speranza «Se cambi idea sappi che» , non è semplice. Quanti amori finiscono in quel puzzle, ma quanti! In queste righe emerge, oltre ad un’attrazione incontenibile, la bellezza dell’amore visto anche dal lato «Scusami, non ce la faccio» , ma forse è uno dei più interessanti, infiniti. Come sempre magnifica! Splendida narrazione e scrittrice. Anche a saper essere concisa, virtù a me ancora sconosciuta. Ciao.
Grazie Nino, hai colto dei passaggi che per me erano fondamentali. Sono contenta ti sia piaciuto!
Ciao Dea, inizio a leggerti solo ora, scusami ma per leggere tutto quello che vorrei leggere, mi servirebbe una giornata di 48 ore e non basterebbe. Ti faccio i miei complimenti!!! Bellissimo questo racconto e sono sicuro anche gli altri!!!
Ciao Alberto, mi fa molto piacere tu sia passato di qui! grazie di cuore per il tuo commento.
Trovo molto interessante l’uso della seconda persona, con cui riesci a coniugare flusso discorsivo con un buon grado di intimità e di immediatezza tra i personaggi. La tua formula è molto congeniale e adatta per la tipologia del librick integrato nella serie, dove è importante concentrare il nucleo narrativo e le possibilità di sviluppo senza eccedere in un periodare troppo denso e descrittivo, privilegiando, per quanto possibile, le risorse del discorso diretto. Con questo attacco avverto tutti i tuoi strumenti ben affilati e in perfetto ordine per collaudare lo spirito del tuo intento all’interno di questo spazio.
Ti ri grazio molto Luigi per queste tue considerazioni. Questo pezzo è stato una specie di “esperimento”, ho voluto provare a narrare per fotogrammi, e i dubbi di non riuscita erano molti. Personalmente, fatico molto a stare nei limiti delle mille parole, sto ancora cercando una misura a me congeniale. Ma questo tuo commento davvero mi aiuta e mi da la giusta carica. Grazie di cuore.
Molto bello, la curiosità che ti lascia alla fine è poi davvero unica. Forse i pensieri di lui hanno un pò di femmineo, mancano forse di maggior virilità in alcuni punti. Oppure sono solo io che desidero c’è ne sia di più. È il tuo primo scritto che leggo, adesso vado al secondo capitolo e frugherò le altre serie compiaciuto.
Interessante questo appunto che mi fai sul personaggio maschile. Molto prezioso, credo ci riflettero’. Anche perché, da donna, narrare al maschile non mi risulta mai facile, quindi può essere che manchi davvero un tocco più “maschio”. Grazie Loris!
Per narrare al maschile o al femminile ci son dei piccoli segreti, bisogna saper vestire dei panni che mai abbiamo indossato. Per farlo si potrebbe provare ad immedesimarsi nell’altro sesso, cogliendo le sfumature più diverse che lo riguardano rispetto, al nostro. A quello che ci appartiene.
Grazie per il consiglio, ci proverò!
Benedico il tuo ritorno. Mi ha trafitto questo tuo scritto e sono andato a leggermi anche il precedente perso per la mia pausa estiva. Sai fissare momenti di straziante dolore nel correre consueto delle giornate, delle vite. Ti piacciono quei momenti, anche a me, perché forse sono quelle fitte dolenti che ci tengono in vita, che danno un senso. Abbraccerei forte tutti i tuoi protagonisti e vorrei dire loro con dolcezza: “Non è nulla, è la vita”. Grazie Dea!
“Non è nulla, è la vita…” hai proprio ragione Giuseppe. Porterò le tue parole ai miei personaggi, e soprattutto, le terrò strette anche per me. Grazie ❤️
Per fortuna non è possibile selezionare tutto il racconto, altrimenti non ci avrei pensato due volte: non c’è una sola parte che non sia meravigliosa e non degna di un commento specifico, ma poi diventerebbe troppo.
Trovo incredibile come tu riesca a scrivere sia di donne che di uomini e toccarne le profondità dell’anima in maniera così delicata ma d’impatto.
Dea non solo nel nome, ma anche di fatto. ❤️🔥
Grazie mille Mary, non sai quanto mi fa piacere quello che scrivi…quando scrivo al maschile temo sempre di non riuscire credibile. Bellissimo sapere di esserci riuscita. Grazie Grazie grazie ❤️
Leggendo, ho sentito il desiderio di dimenticare e l’incapacità di farlo. Scritto molto bene, mi trasmette un senso di malinconia… Brava.
Grazie di cuore Giuseppe!
Molto bello lo stile narrativo e anche la separazione netta delle scene, un elemento tipico della tua scrittura che, ormai, ti contraddistingue.
Molto bella e toccante anche la storia, che scorre veloce e con un ritmo incalzante fino alla fine.
Grazie mille Giuseppe!
Mi fa davvero piacere 😊
Complimenti, ammiro così tanto la tua capacità stilistica, forse perchè è così lontana dal mio modo di scrivere. Mi ha emozionato.
Grazie di cuore Alessandro. Mi fanno un immenso piacere e mi onorano queste tue parole.
Bellissimo episodio Dea. Una garanzia leggerti! Complimenti!
Grazie mille Alfredo!!!
“Non ti dirò che sparse a terra come cocci, ci sono parti di me che neppure sapevo di avere.”
quando la linea differenza tra prosa e poesie è impalpabile
🙏
Fin dalle prime parole si capisce che sarà un duello all’ultimo sangue, da cui qualcuno uscirà malissimo. Forse entrambi, perché è così che va spesso: chi se ne va sulle proprie gambe non è detto che sopravviva.
In questo caso saliamo per certo che è lui ad avere la peggio subito, colpito al cuore. Ma chissà cosa succede a lei?
Un colpo ben assestato. La tua prosa è un’arma.
Ottima domanda Giancarlo, chissà cosa succederà a lei…perché sia vincitori che vinti, si esce sconfitti entrambi, credo, da cose così. Grazie mille per le tue bellissime parole.
È proprio bello seguire la linea tratteggiata di questo tuo racconto! Ritagliare questa figura che fino all’ultimo non si capisce perché è mascherata da altro, solo rigirandola tra le dita capisci alla fine che è l’organo mancante di quel portachiavi! ♥
Grazie mille Emi, che piacere ❤️❤️❤️
È commovente, Dea. Non so come si dica dalle tue parti, da noi si dice “penoti d’oca”.
Ho finito di leggerlo con i penoti d’oca e trovo che illustrarlo con un tuo disegno sia un’ottima idea.
Come colonna sonora dovresti usare il Bolero di Ravel.
Da noi di dice pel d’oca, credo. Praticamente quasi uguale😅. Comunque sia, il concetto è il medesimo, e sono davvero contenta ti abbia fatto questo effetto. Grazie di cuore Francesca.
Disillusioni, appunto. Le hai raccontate dal punto di vista maschile, ma i cuori non hanno sesso. La verità è che non tutte le illusioni possono realizzarsi e restano sogni, a volte amari.
Quando scrivo un pezzo nuovo ci sono sempre riflessioni, frasi, punti di vista o concetti che ho bene in mente, e sui quali punto per la buona riuscita del racconto. Nascosti o no, tu chissà come riesci sempre a trovarne l’esatta essenza. Ed io per questo ti sono davvero grata.
C’è sempre qualcosa di sbagliato quando si legge un tuo racconto. C’è sempre qualcosa che non torna e che ti lascia lì, come un tonto, a cercare il pezzo che ti manca. E hai ragione tu: il pezzo che manca è sempre il cuore e se anche lo cerchi sotto al sedile della macchina, non lo trovi più perché si è perso in questo casino. I tuoi racconti sono un puzzle e si incastrano uno all’altro, mentre ti leggo penso che l’avevo già letto da qualche altra tua parte e mi viene voglia di andarmelo a cercare. Lo stesso singolo racconto è un puzzle o meglio un foglio di carta che si accartoccia su se stesso quando lo stringi nel palmo di una mano. Faccio un azzardo e dico che questo pezzo di carta non solo è particolarmente bello (aggettivo che non dice niente di quello che uno pensa), ma è forse una sorta di manifesto del tuo scrivere. Per l’immagine non spendo parole, tanto non ce n’è bisogno. Non vedo l’ora che venga venerdi 🙂
È stupefacente Cristiana come dalle tue riflessioni io riesca sempre a trovare e scoprire parti di me che, forse sì, sapevo di avere, ma di cui al contempo ignoravo l’esistenza. È come imparare ogni volta qualcosa di nuovo, crescere un po’. Non so se mi sono spiegata, ma so che tu mi hai capita 😉
Grazie di cuore per esserci sempre ❤️
L’ho dovuto rileggere, adesso, con il cuore del poi.
❤️
Ho letto volentieri questo racconto. Ho trovato interessante soprattutto il modo in cui hai articolato le scene muovendoti fra diversi piani temporali.
Grazie mille Giancarlo, mi fa piacere che tu sia passato di qui!
Leggere i tuoi racconti è il modo migliore per capire cosa serva per essere uno scrittore vero.
Grazie infinite Roberto, come sempre ❤️
Bel racconto e bellissimo il finale. Mi domandavo perché proprio uno scheletro. Un simbolo, un segno o un portachiavi a caso? E invece la scelta dell’ oggetto era – direi perfetto – per un finale ad effetto.
Eh si…c’era il trucchetto finale🤭
Grazie mille Luisa, mi fa piacere che abbia funzionato!
Wow, è un racconto ipnotico, bellissimo, emozionante. Ho adorato i dialoghi, il ritmo, come hai fatto sentire le emozioni del protagonista. Tantissimi complimenti!
Grazie mille Melania per essere passata di qui. Mi fa davvero piacere che questo racconto ti sia piaciutoe sia riuscito a emozionarti!