Le fate

Serie: Narzole Untold


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Kire si ercò dalla maga Sigismonda per sapere come parlare con le fate.

Due fasci di luce tagliarono da parte a parte il campo volo quando l’auto di Kire sbucò da dietro l’angolo. Quando parcheggiò a fianco del prefabbricato erano circa le 22. Entrò nella piccola struttura e posò la piramide, le foglie e la ciotola sul tavolo da lavoro. Poi, a fianco, vi posò un accendino che aveva comprato appositamente per l’occasione. Pensava di utilizzare l’intero prefabbricato come divisore fra lui e le fate, usando le veneziane della finestra della porta, opportunamente socchiuse, per intravederle. Accertarsi che queste fossero regolate bene fu la prima cosa che fece, la violenta inclinazione delle fate a punire chi trasgrediva le loro regole lo intimoriva parecchio. Fece più prove, controllando bene la visibilità sia verso l’esterno che verso l’interno. Fu in quei momenti che gli sorse un dubbio. “Sigismonda mi ha detto che io posso solo intravederle, ma loro possono vedere interamente me? Oppure anche in questo caso si potrebbero arrabbiare?” pensò. “Nah… me l’avrebbe detto, mi sto creando paranoie perché me la sto facendo sotto” concluse.

Mise la salvia nella ciotola, poi la posizionò davanti alla porta; al suo fianco posò la piramide di pietra di luna. Accese la salvia e controllò che il fumo che ne scaturiva fosse un filo continuo, poi rientrò nel prefabbricato. Attese per qualche minuto, ma non successe nulla; decise quindi di trovarsi qualcosa da fare per ammazzare il tempo.

Kire stava testando con il multimetro la continuità dei cavi delle batterie. Era passata circa mezz’ora da quando aveva preparato gli oggetti fuori dalla porta. Mentre toccava con i puntali del multimetro due cavi sentì un leggero sfrigolio. Avvicinò l’orecchio al punto di contatto e ci fece sfregare sopra i puntali. Ovviamente, questa volta, sentì il rumore più forte. Quello che incuriosì Kire fu che il fruscio continuò ad aumentare di volume anche quando rimase a distanza perfettamente costante dai cavi. Era sempre più intenso, finché non divenne ben distinguibile e a Kire fu palese che non proveniva dalla batteria ma dall’esterno. Successivamente si accorse anche che più che un “friggere” elettrico era qualcosa che raschiava e grattava sulle pareti esterne del prefabbricato. Il rumore si muoveva, sembrava stesse girando lentamente attorno al prefabbricato, dirigendosi verso la porta. “Devono essere le fate” pensò Kire. “Cazzo…” imprecò nella sua testa per sottolineare la sua paura. Il rumore stava quasi giungendo alla porta, mancavano pochi centimetri prima che svoltasse l’angolo del prefabbricato. Kire aveva il cuore che batteva al massimo delle sue capacità. “Dovrei guardare dal vetro oppure lasciare che prima mi parlino?” pensò con un po’ di panico. Mentre era immerso nei suoi pensieri non si accorse che qualcuno, o qualcosa, si era affacciato alla finestra della porta. Appena la scorse con la coda dell’occhio, istintivamente, si voltò per guardarla.

Esattamente come gli avevano raccontato, la presenza che si intravedeva fra le fasce della veneziana, era ben lontana da tutte le leggiadre descrizioni delle fate. Era pallida, molto, praticamente bianca. Priva di capelli e rughe alcune, il volto inespressivo. Il naso era estremamente appiattito, quasi non sporgeva dalla faccia. Le sopracciglia erano rade, per scorgerle bisognava strizzare un po’ gli occhi, quest’ultimi erano opachi e grigi. La bocca una mera ed austera fessura orizzontale che tagliava il volto poco sotto al naso. Il collo esile e un po’ più lungo del normale, le spalle spigolose e rachitiche.

Erano due figure, una era proprio davanti alla finestra, l’altra rimaneva indietro; la si poteva scorgere da sopra la spalla destra della prima. Passarono infiniti secondi di silenzio, per Kire di studio, per le fate di insondabile neutralità.

“Dovrei iniziare a parlare?” si pose il quesito Kire.

≪No, volevamo solo accertarci che tu fossi a conoscenza delle nostre regole≫ iniziò a parlare la fata. A Kire venne immediatamente un nodo alla gola.

≪Fate, vi interpello per chiedervi informazioni sul mio compito≫ prese coraggio Kire, desideroso di terminare il prima possibile quell’incontro. Le fate lo rendevano irrequieto, poco tranquillo. Non le avrebbe definite delle presenze positive.

≪Umano, conosciamo la missione che ti fu affidata. Sappiamo chi sei, e dove andrai. Non siamo state designate per essere la tua guida, ma aiutarti rientra nei nostri interessi. La nostra stessa esistenza potrebbe dipendere dall’esito della tua missione≫ seguì una breve ed infinita pausa.

≪In una borgata non lontana da qui, a voi conosciuta come Santo Stefano Belbo, ci sono le rovine da un antico castello. Fra quelle rovine dimora il fantasma di un soldato, sorveglia quelle colline da secoli interi. Chiedi a lui, che sicuramente è a conoscenza dei misteri di queste terre≫ spiegò la fata. Dopo quelle parole Kire si accorse che, qualche metro più indietro ed immersa nel buio, ce ne era una terza. A stento era illuminata dalla luce che proveniva dall’interno del prefabbricato. La fata che aveva appena parlato si chinò, sparendo dalla visuale. Kire sentiva il panico salire, il fatto di non vedere ne sapere cosa stesse facendo lo inquietava.

≪Dovrai procurarti il giusto materiale, non potrai parlare ad un fantasma come se fosse una persona normale≫ spiegò la seconda fata.

≪Ti servirà un mezzo, altrimenti non potrai interagire con lui≫ chiosò mentre la prima si rialzava.

≪Riteniamo di averti narrato abbastanza, umano. Il nostro compito qui è ultimato≫ riprese la prima, poi si incamminò nel buio della notte fino a sparire, seguita dalle altre due.

Kire non ebbe il coraggio di uscire subito, si rimise alle prese con le batterie per almeno altri quaranta minuti. Poi ritenne il pericolo sufficientemente scampato e aprì la porta. Prima di uscire diede ancora una generosa occhiata in giro, giusto per essere sicuro. Mantenendosi ancora dietro la porta, controllò il materiale. Esattamente come gli aveva spiegato Sigismonda la salvia era spenta e la piramide di pietra di luna era sparita. Raccolse la ciotola, le foglie, ora, avevano un forte odore speziato. “Quanto puzza quest’affare” pensò, quindi diede lo slancio alla ciotola e lanciò via il panetto di salvia bianca.

Si segnò subito l’informazione delle fate su un taccuino a quadretti. “Certo che sono di poche parole le fate” pensò scrivendo con cura. “Meglio così, non mi sentivo per nulla tranquillo… e sanno pure leggere nel pensiero” rabbrividì al ricordo della risposta della fata alla frase che aveva solo detto nella sua testa.

Scritto l’ultimo punto ripensò all’esperienza appena vissuta, si accorse di una cosa che prima gli era sfuggita, sommersa dalle emozioni del momento. La voce delle fate era strana, inconsistente, quasi soffiata nell’etere. Era come se aspirassero l’aria anziché espirarla, come se avessero più voci, ognuna leggermente differente. Alcune erano più acute altre più gravi, alcune pulite altre più graffiate, altre più afone, altre ancora leggermente in ritardo o anticipo. Tutto sommato in un’unica, sconcertante, voce. Kire ebbe un brivido lungo la schiena, scosse tutta la colonna vertebrale come un cane che cerca di asciugarsi. Quando tornò fermo annotò anche questa osservazione delle voci, avrebbe chiesto spiegazioni a Exilium o Sigismonda.

Strappò il foglio scritto, lo piegò e se lo infilò in tasca. Si alzò dalla sedia e si voltò a guardare tutte le cose che aveva sparpagliato sul tavolo. Batté le mani fragorosamente sorridendo e disse ≪Bene! Mettiamo a posto questo casino e andiamo a dormire≫. Qualsiasi traccia di angoscia sembrava essere fluita fuori da lui e riversatasi sul foglio, esattamente come l’inchiostro dalla penna.

Serie: Narzole Untold


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