Le fate non esistono

Serie: Le fate non esistono


Un racconto di montagna e di leggende sibilline

Oggi è una calda e ventilata giornata estiva; dal rifugio, riesco a vedere parte degli appennini, quasi il mare.

Un cielo terso accompagna questa quiete mattinata montana ma, la mia piccola pausa, è quasi finita: è ora di rimettermi a lavoro.

Niente mi rilassa e mette in pace con il mondo come ammirare le mie amate montagne.

L’acqua fredda del rubinetto scorre tra le mie mani: tra i bicchieri da risciacquare, mi accingo a rimettere in ordine dopo che gli ospiti del rifugio hanno fatto colazione.

Il cigolio della porta distrae il mio sguardo ma non le mie mani che proseguono come prima: è un giovane turista.

La lunga camminata fin quassù l’ha provato fisicamente ma si vede che è soddisfatto. Con appena un filo di voce mi chiede un po’ d’acqua: sciacquo l’ultimo bicchiere, lo riempio dal rubinetto e glielo porgo.

Si siede appoggiando il pesante zaino, beve tutto d’un sorso e accennando un sorriso chiede: “Ancora per favore!”

Sorrido e senza parlare gli riempio nuovamente il bicchiere.

Il turista è un giovane ragazzo, di bell’aspetto, con un curioso cappello da cowboy. Dopo essersi rifocillato inizia a chiedere informazioni:

“Ho saputo che molte leggende narrano di questa montagna: sai dirmi qualcosa?”

E io con orgoglio rispondo: “Questo è il monte Sibilla, la leggenda narra che qui visse l’omonima Maga e le sue fate. Se arrivi in cima puoi ancora ammirare qualche traccia della sua grotta.”

E lui interessato risponde : “Dimmi di più: sono curioso!”

Io: “Tu credi alle fate?”

Lui: ”Le fate sono creature fantastiche.”

Io, per prenderlo un po’ in giro, sarcasticamente rispondo: ”Non esserne troppo sicuro.”

Si mette a ridere a crepapelle e mi prega di continuare. Faccio una breve pausa e con il tono da narratore misterioso racconto: “La Sacerdotessa Sibilla era una veggente e incantatrice, detentrice della conoscenza, conoscitrice dell’astronomia e della medicina capace di predire e curare. La sacerdotessa viveva nella sua grotta con le sue ancelle: le fate sibilline.

Queste affascinanti e misteriose creature, potevano uscire solo di notte per poi doversi ritirare in montagna prima dell’alba pena l’esclusione dal regno incantato della Sibilla.

Si possono riconoscere le fate dall’incantevole bellezza e, in particolar modo, dai piedi caprini che a loro volta cercano di nascondere con lunghe gonne: temono di essere riconosciute e cacciate dall’uomo.

Di notte escono dalla grotta, corrono per i crinali e si divertono a intrecciare le criniere dei cavalli, ad ammaliare giovani uomini i quali, una volta sedotti, sono costretti all’immortalità passando le loro giornate nella grotta per poi poter uscire solo di notte.”

Rimaniamo qualche secondo in silenzio e poi scoppiamo entrambi a ridere. Lui esclama: ”Bellissima storia, stanotte salirò in cima e mi accamperò: magari qualche fata mi farà innamorare!”

Scoppiamo di nuovo a ridere, io proseguo con il mio lavoro, lui prende un panino dalla credenza, una bottiglia d’acqua dal frigo, si rimette lo zaino in spalla.

Lascia i soldi sul bancone e salutando si incammina per la cima.

Lo saluto ma solo dopo qualche minuto mi accorgo che aveva lasciato il cappello sopra il bancone del bar.

Esco di fretta ma è già troppo lontano per riuscire a sentire la mia voce quindi, mi dirigo verso la stalla, appendo il cappello dietro all’uscio così da poterlo restituire quando tornerà dall’escursione: è un luogo sicuro perché nessuno a parte me può entrare qui dentro.

E’ notte, come tutte le notti i rumori della natura hanno il sopravvento e l’immaginazione umana a volte si lascia trasportare dall’ignoto altre volte ignora, lascia spazio al sonno e ai sogni.

I turisti stanno tutti dormendo ma io no: mi sento strano, la mia mente ritorna all’immagine del ragazzo di questa mattina finché i nitriti e l’agitazione dei cavalli nella stalla mi fanno passare completamente il sonno.

Forse si aggira qualche animale selvaggio: meglio uscire.

Mi vesto prendo torcia e fucile e mi dirigo verso i miei amati cavalli: non si sa mai.

Sento calpestii repentini nelle tenebre, faccio un giro agitando la torcia ma non vedo niente: tutto calmo.

Sicuramente sono dei cervi o qualche altro animale che ha creato scompiglio: rientro e provo a riposare.

E’ giorno, preparo la colazione per gli ospiti del rifugio e cerco di sistemare i tavoli. Arriva una comitiva di ragazzi , mi colpiscono i loro sguardi diversi dai soliti avventori: sono terrorizzati.

Si guardano intorno e poi vengono verso di me chiedendomi se avevo incontrato un giovane con il cappello da cowboy. Ripenso subito allo strano tipo di ieri.

Mi fanno vedere una foto sul cellulare: si è proprio lui. Rassicuro i nuovi ospiti dicendo che l’ho visto ieri e che andava a dormire in cima. Uno di loro mi guarda con le lacrime agli occhi, singhiozzando mi dice: ”Sono appena sceso: ha trovato la tenda vuota e il sacco a pelo ancora piegato.”

Sdrammatizzo affermando che probabilmente è uscito a fare una passeggiata e dico: “dategli il cappello quando lo vedete: l’ha lasciato qua”.

La comitiva di ragazzi mi segue fino alla stalla. Entro e non posso fare a meno di notare i cavalli nervosi e tutti disposti da un lato. Mi avvicino, osservo i peli delle criniere annodati tra di loro in maniera certosina: ho un brivido. D’impeto giro lo sguardo verso la porta e l’appendiabiti vuoto conferma che il cappello da cowboy è sparito.

I ragazzi non hanno capito niente ma, vedendomi scosso e tentennante, mi chiedono se è tutto ok.

Io rispondo: ”Le fate non esistono.”

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa, Fantasy, Fiabe e Favole

Discussioni

  1. Splendido racconto. Mi ricorda le storie irlandesi dove l’immagine delle fate e le altre creature mitiche è avvolta da quell’alone di inquietudine e sospetto che ben si confà a esseri ultraterreni. Complimenti davvero.