Le furie a strisce

Serie: Il mio avo Marcovaldo


6 maggio 1527, i lanzichenecchi arrivano nei pressi di Roma, Marcovaldo Albani prova a fermarl

A nord di Roma, 6 maggio 1527

«Avete capito? La compagnia si muoverà in avanti, sempre in avanti. Abbiamo dalla nostra il numero quindi la forza e la prepotenza. Li faremo a pezzi».

Alle parole di Marcovaldo Albani, i luogotenenti annuirono. Alcuni consultarono le mappe, altri gli fecero capire che avrebbero obbedito anche fino alla morte. Se non l’inferno.

Marcovaldo ne fu lieto. Aveva dei buoni ufficiali, li aveva conosciuti tutti nelle guerre d’Italia sin da quando Carlo IX era sceso nella pianura Padana nel 1494, da lì passando per le battaglie di Pavia e Melegnano li aveva visti venire forgiati, selezionati e c’era stato chi era morto, chi era rimasto invalido. Alla fine aveva ottenuto un buon corpo ufficiali che non l’avrebbero mai deluso. «Ora andate».

Alle parole di Marcovaldo, i luogotenenti obbedirono. Ciascuno raggiunse il proprio reparto, lui li vide arringare gli uomini e poi montare in sella.

Annuì e si mise a capo del suo gruppo-comando. «Anche voi avete capito, spero».

Gli uomini fecero dei cenni d’assenso, Eriberto il portagonfalone esclamò:

«Sicuro, signore».

L’intera compagnia si mosse. I cavalieri presero posizione, attesero la venuta dei lanzichenecchi. Era loro preciso obiettivo bloccare l’avanzata nemica, i tedeschi non sarebbero mai arrivati a Roma.

Marcovaldo vide sbucare da dietro l’angolo, là dove c’era un bosco di faggi, l’avanguardia di quella che prometteva essere una colonna compatta.

Senza attendere il suo ordine esplicito, gli uomini partirono al galoppo, le lance in resta. Gli zoccoli sollevarono un polverone che sembrava essere la caligine del Ducato di Milano.

Marcovaldo vide i cavalli con la barda e in cima i guerrieri schiantarsi contro i lanzi che indossavano ridicoli abiti a strisce variopinte.

Il solito spettacolo della guerra.

Marcovaldo in fondo era annoiato dalle scene in cui i cavalieri caricavano il nemico, le lance trafiggevano, gli zoccoli stritolavano e in certi casi i cavalieri stessi venivano disarcionati fino a volare e venire infilzati dalle punte delle alabarde.

La scena si ripeté.

Marcovaldo sbadigliò, se lo poté permettere dato che non indossava l’elmo, e poi quella primavera era calda. «Avanti con i plotoni».

Detto, fatto. Le sue parole vennero trasmesse e i piccoli reparti si mossero, caricarono l’avanguardia dei mercenari di Carlo V, presto si sviluppò una mischia tra soldati di ventura con gli italiani che torreggiavano sui tedeschi, agitavano le lance per poi abbandonarle e iniziare a volteggiare le spade.

Marcovaldo lanciò un urlo di gioia vedendo le teste dei lanzi venire spiccate per poi cadere tra i piedi dei commilitoni dove non facevano una bella fine.

Tutto bello, ma quando lui vide arrivare una staffetta equipaggiata alla leggera gli venne un presentimento.

Qualcosa stava stonando:

«Cosa c’è?».

«Signore, la truppa è stanca».

Marcovaldo era deciso a far finta di nulla, solo che quando vide i cavalieri ripiegare, lanciò un gemito di rabbia: «No!». Non ci poté fare nulla, se non salvare il salvabile dicendo: «Ritirata strategica».

Serie: Il mio avo Marcovaldo


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