Le mani in pasta
Cé aveva letto qualche opera di Cesare Lombroso, pur non ritenendo realistiche le sue teorie, amava osservare, la gente e studiarne i comportamenti. Cercava di intuire dal colore degli occhi, dalle fisionomie i tratti che suscitavano in lui una spontanea diffidenza. Preferiva mantenersi distante dalle situazioni, per conservare un punto di vista il più possibile asettico.
Un giorno giunse nella Città Eterna, i suoi occhi si ubriacarono della bellezza dei monumenti e delle antiche dimore che andavano incontrando.
Dopo aver attraversato un ponte sul Tevere, Cé si trovò di fronte all’Ara Pacis, dove anticamente magistrati, sacerdoti e vergini vestali celebravano sacrifici e cerimonie pubbliche, il monumento, appariva prigioniero di una moderna struttura sul lungotevere.
Cé si chiese se quello scrigno di cemento fosse stato concepito per proteggere l’altare o il simbolo che rappresentava, una prigione, in un mondo perennemente in guerra.
Cé si soffermò a osservare i rilievi del monumento e rimase stupito dal fatto che non vi fossero rappresentate scene cruente, bensì processioni di sacerdoti e membri della famiglia imperiale.
Pensò che gli antichi Romani, descritti dalla storia come conquistatori, sempre pronti alla guerra e ferocia nelle arene, preferirono lasciare di loro una narrazione di pacificatori.
Mischiandosi a una comitiva guidata da una signora che agitava una bandierina a stelle e strisce, si trovò di fronte a palazzo Borghese. Poi si attardò qualche istante a osservare quadri e disegni esposti alle pareti di edicole verdi poste li vicino.
Fatti pochi passi, si trovò davanti alla basilica di San Lorenzo in Lucina, aveva letto che al suo interno vi era custodita una opera di Guido Reni, entrò facendosi il segno della croce per buona creanza, era agnostico o, come amava dire scherzando: «Sono ateo, grazie a Dio.»
Entrato, rimase rapito dal Crocifisso di Guido Reni. Gesù non mostrava i segni cruenti della Passione, ma volgeva lo sguardo verso l’alto, in una sorta di estatica ricerca del Padre.
Cé entrò in questa chiesa spinto anche da un’altra curiosità. Tempo prima i media avevano parlato del volto di un angelo modificato da un sacrestano, talmente devoto ai potenti del suo tempo, da modificare il volto di un angelo conferendogli le sembianze della Presidente del Consiglio.
Cé poté verificare personalmente che quella specie di colpo di Stato celeste, fosse rientrato e le gerarchie celesti ripristinate.
Uscito dalla basilica, passeggiò ancora un po’ lungo via dei Prefetti, attento a non inciampare sui sampietrini sconnessi. Passò davanti al Consolato di Spagna, poi continuò senza una meta precisa, se non quella di scoprire dove fossero dirette tutte quelle auto con i lampeggianti blu che gli passavano a fianco.
Arrivò in Piazza del Parlamento. Si avvide che era altamente frequentata da uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur dai colori pastello. Un viavai incessante animava il grande palazzo che dominava la piazza: sciami di esseri che si muovevano come blatte all’accensione della luce in un laboratorio di pasticceria.
Cé, incuriosito, si mischiò a uno dei gruppi di turisti che entravano nell’edificio, stranamente, nessuno gli chiese nulla, riuscì insieme a loro a raggiungere la tribuna affacciata sull’anfiteatro ligneo.
L’aria era impregnata dell’odore acre del potere: un misto di Chanel n. 5, interessi privati e disonestà latente.
Si sedette in fondo, cercando di osservare da vicino i comportamenti del popolo “eletto” o designato.
Vide uomini e donne che consultavano fascicoli, parlavano tra di loro a bassa voce, si stringevano le mani con sorrisi calibrati al millimetro. Cé osservò quella coreografia con la stessa attenzione con cui avrebbe osservato una colonia di amebe al microscopio. Notò che molti di coloro che nei corridoi apparivano muoversi sicuri, una volta entrati nella sala, cambiavano atteggiamento. Alcuni diventavano prudenti, altri servili, altri ancora assumevano un’espressione severa e urlavano appena vedevano le luci delle telecamere; altri cercavano di imparare a memoria discorsi preparati da altri da snocciolare davanti ai media, qualora fosse tornato utile.
Gli tornò alla mente una vecchia frase: gli uomini entrano nella storia, ma è la storia che esce da una porta secondaria per non disturbare le loro ambizioni.
Mentre rifletteva, gli occhi gli caddero sul soffitto decorato. Figure allegoriche, dorature e personificazioni di virtù vegliavano dall’alto sui presenti. Fu colpito dal contrasto tra quelle immagini e le conversazioni che riusciva a captare qua e là: incarichi, candidature, strategie, sondaggi, favori, promesse.
Ad un tratto le luci sfarfallarono, forse un calo di tensione, l’aula gli apparve diversa, forse l’immaginazione, magari un effetto ottico.
Le poltrone di velluto scomparvero, i banchi si trasformarono in lunghi tavolacci di legno che ricordavano madie antiche, apparvero sacchi di farina, i fogli si mutarono in ingredienti.
Gli onorevoli divennero pastai; le maniche arrotolate, i volti arrossati dall’inusuale attività fisica, le braccia affondate nell’impasto e il volto concentrato di chi svolge il lavoro per il quale è stato scelto.
Cé osservò incuriosito, credette stessero preparando pane per il popolo. Finalmente un’opera meritoria, pensò; dopotutto era per quel motivo che erano stati mandati lì.
Ma si accorse presto che nessuno impastava pane, nessuno stendeva sfoglie per nutrire la gente: preparavano enormi trecce, nodi, matasse intricate, intrecci.
Gli impasti si congiungevano a quelli dello scranno vicino. Ogni nodo era legato a un altro nodo.
Ogni filo di pasta si allungava verso porte laterali dalle quali entravano personaggi che non appartenevano all’assemblea.
Uomini eleganti, donne raffinate per artificio, figure senza nome. Portavano altra farina, e gridavano un mantra: “uno vale l’altro”
Lavoravano senza sosta, la materia prima non era la farina: erano le relazioni. L’intero palazzo sembrava una gigantesca cucina nella quale si cucinavano rapporti di forza.
Cé individuò il tavolo destinato al popolo, era sistemato in fondo alla sala, nascosto dietro una colonna, soltanto una scodella, di tanto in tanto qualche pastaio vi gettava dentro i ritagli avanzati dalla lavorazione. La pasta secca fastidiosamente incollata tra le dita: gli scarti, tanto per sfamare la coscienza.
La visione durò appena un momento. L’aula tornò normale, i tavoli tornarono banchi, l’impasto fascicoli.
Roma era ancora lì, immensa, indifferente.
La luce del pomeriggio colorava di miele i palazzi, camminando senza meta, passò davanti a una piccola bottega.
Dietro la vetrina una donna preparava tagliatelle, le sue mani impastavano con pazienza.
Cé si fermò a osservarla, sorrise.
Riprese il cammino, esclamo: «Chi va al mulino s’infarina»
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Buongiorno Cesare, ho apprezzato molto questo viaggio traslucido. L’ironia è raffinata e spietata al tempo stesso. Alcune tue frasi sono già citazioni.
Intuisco si tratti di una descrizione personale di un vostro Parlamento, ma non conoscendo la realtà italiana non posso esprimere un parere. Non conosco molto Roma, pur essendoci stata da turista, mentre conosco abbastanza bene Milano: ma questo esula dal tuo racconto.
Che ancora una volta, mi sembra contenga parecchia realtà e molta meno fantasia.
Grazie Sisu per aver letto questo breve racconto, che vuol essere una metafora degli intrecci tra politica e centri di potere. Il tema ha per sfondo è Roma, ma potrebbe essere inserita in molti altri paesi del globo, almeno credo
Molto avvolgente la vena storica su Roma, mi piace molto la descrizione della città eterna. Aiutano molto anche le piccole descrizioni come i sampietrini sconnessi. Affascinante anche il contesto spirituale che hai ben inserito all’interno della narrazione, tutto molto bello 👏
Skǫll, grazie per la tua lettura sempre attenta .