Le mosche azzurre (Parte I)
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
- Episodio 2: Il tuo amore per la neve (Parte seconda)
- Episodio 3: Il tuo amore per la neve (Parte terza)
- Episodio 4: Irene (Parte I)
- Episodio 5: Irene (Parte II)
- Episodio 6: Irene (Parte III)
- Episodio 7: Irene (Parte IV)
- Episodio 8: Irene (Parte V)
- Episodio 9: Irene (Epilogo)
- Episodio 10: Doppia eclissi
- Episodio 1: Le mosche azzurre (Parte I)
- Episodio 2: Le mosche azzurre (III)
- Episodio 3: Le mosche azzurre (Parte II)
- Episodio 4: Senza di me (I)
- Episodio 5: Senza di me (II)
- Episodio 6: Senza di me (III)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Dell’ultima estate ricordo il viso contrariato della signorina Alice e le sue scarpe invernali coi lacci – che noi immaginavamo scarpe da strega, da maestra o del terrore – e le bellissime mosche azzurre che sovvertivano l’aria d’agosto.
Alice era l’amica indovina della nonna, che a detta di nostra madre ci rubava sempre il pane. Scendeva spesso da noi – abitava al terzo piano – quando mamma aveva i suoi capogiri d’ansia, per darle un filo di coraggio e per leggerle – o tenerle – un po’ la mano, respirando l’aria rassicurante e cattolica della nostra casa, con il suo senso vago di famiglia comune, che faceva sempre gola alle persone solitarie e disastrate come lei.
Le visite ricorrenti di Alice mandavano mamma su tutte le furie, perché oltre a essere sicura che rubasse il nostro pane e se lo ficcasse a pezzi nelle tasche, non gradiva per niente le conversazioni inquietanti, in buona parte di natura esoterica, che Alice e nonna lasciavano ventilare per casa e senza alcun ritegno per la nostra presenza innocente, dal primo pomeriggio fino a tarda sera. Ma per non far dispiacere nonna e non umiliare oltremodo la sua unica amica – la quale non immaginava dei terribili sospetti nutriti sul suo conto –, da parte dei miei si cercò sempre di soprassedere, tollerando nei limiti del possibile la loro stravagante amicizia.
Quel pomeriggio di agosto nonna dormiva da circa un’ora, come sua abitudine. Io e mia sorella Annarita vagavamo tra le stanze in penombra, senza sapere cosa fare o inventare per combattere la noia; poi ci sistemammo accanto alla finestra della nostra camera, per vedere le persone che ritornavano dal mare con le retine grondanti di ricci, di granchi e di stelle marine, gli asciugamani sotto un braccio, i capelli bagnati di tuffi e di libertà, attraversando dai vetri sporchi la loro giornata nella luce di agosto, che immaginavamo non finisse mai.
I nostri genitori erano ritornati su in città, per una questione urgente di lavoro e così eravamo stati costretti a rimanere in casa – nonna ormai non usciva più e non c’era nessuno che potesse portarci fuori. Quando suonarono alla porta facemmo un balzo. Era presto, quando il suono del campanello affondò come un pugnale nella pace della casa. Mi precipitai ad aprire, trovandomi davanti la signorina Alice con accanto una donnina sconosciuta, magra, piuttosto pallida, che portava degli occhiali da sole dai vetri rossi e delle scarpe invernali, alquanto simili alle vecchie scarpine del terrore che portava sempre Alice – la quale intanto si abbassò verso di me e mi sorrise, chiedendomi con affetto di nostra nonna. Io ero intimidito, non sapevo che cosa dirle; non era nemmeno il suo orario di visita. Fu Annarita a riferirle che nonna stava riposando nella sua camera, ma che potevano accomodarsi in cucina, se lo volevano. Senza farselo ripetere Alice e la sconosciuta si fecero strada da sole, avanzando nell’antro incandescente del corridoio, con lo stesso passo baluginante e stregato, come se non aspettassero altro.
Io e Annarita ci mostrammo educati, disponibili. Scostammo due sedie dal tavolo, dicendo alle due ospiti di sedersi. Alice mi sorrise. L’altra era assente, dietro i suoi occhiali infernali dai vetri rossi, che non smettevo di guardare, percependovi la fine dell’amore, della vita, dell’estate.
Io e mia sorella prendemmo posto vicini, ai due lati liberi del tavolo.
Ci fu molto silenzio prima che Alice parlasse, per motivarci la loro visita improvvisa, nella controra di agosto.
«Siamo venute per le larve. So già che ve ne sono a centinaia, sparse un po’ ovunque, in questa casa. Vostra nonna mi ha raccontato tutto nei minimi dettagli: di ogni cosa che succede quando si spengono le luci delle camere. Come delle voci e dei sussurri, fino ai rimbombi dagli armadi, che si susseguono nel cuore della notte. E delle mani intrise di colla o di pomate di serpi nei capelli. Alcune notti alla nonna glieli tirano a ciocche, fino a farle scendere le lacrime. E della pioggia di aghi nei fazzoletti, o nelle federe dei cuscini e nelle lenzuola, come nelle scarpe, nei bicchieri e nelle calze. E dei frequenti capogiri, come della depressione ansiosa di vostra madre, e delle sue mille medicine, poverina, come dei suoi barattoli di vetro, con dentro le sue mosche azzurre che lei ama tanto, di un amore paralizzante, assoluto, tra l’altro. Io lo avevo sempre detto e ripetuto, allo sfinimento, che ci sono alcune situazioni da affrontare nel modo corretto, prima che sia troppo tardi. Intanto, dimenticavo: lei è la signorina Amelia, una mia cugina di secondo grado. L’ho portata con me per via delle larve, naturalmente. È una vera specialista. Io leggo la mano e le carte, come ricorderete – immagino che vostra nonna ve lo avrà raccontato. Amelia, invece, snida le larve dalle case come poche, e non sto esagerando, bambini. Alcune, di notte, entrano e si nascondono persino nei denti o sotto la lingua, e ai vecchi rompono le protesi, le fanno in mille pezzi, come le saponette, i pettini e le ceneriere, proprio come è successo con vostra nonna. È tutto frutto del loro lavorio segreto, minuzioso, come quello di tanti orafi e orologiai degli abissi. Pensate forse che sia un gioco, bambini? Non mi credete? È una situazione davvero seria, invece, altrimenti Amelia non sarebbe arrivata fin qui per tentare di risolverla, mi spiego? Lo ha fatto solo per voi! Mi state ascoltando?»
Alice si fermò e riprese fiato. Si passò entrambe le mani sulla faccia, in un gesto di profonda afflizione. Quando riemerse alla luce e si rese conto dell’effetto di spavento e incantamento che era riuscita a ottenere sui nostri visi, dopo il suo primo resoconto, riprese il punto del discorso:«Adesso, bambini, devo pregarvi di non raccontare nulla ai vostri genitori, soprattutto a vostra madre, mi raccomando. Deve rimanere un nostro segreto. La nonna mi aveva annunciato da tempo della loro partenza, e come avrete ben capito questo è il pomeriggio ideale per intervenire. Non ve ne saranno altri così perfetti.»
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sono cresciuta ascoltando i discorsi “non adatti ai bambini” di mia nonna, delle sue sorelle e delle sue amiche, credo che la mia immaginazione sia maturata seguendo questo percorso strambo proprio grazie a loro. Amo tantissimo leggere qui questo scorcio di passato
Ciao, Laura. Spesso anche solo i sussurri, che serpeggiano, al di là dei loro contenuti, rafforzano il fascino dell’ombra, della camera buia, della porta socchiusa verso uno spazio negato. L’infanzia è sempre disposta ai margini di un bosco, dove la fiaba imprigiona e libera l’immaginario nello stesso istante. Sono contento che la prima parte del racconto ti abbia evocato questi momenti così particolari. Un saluto e grazie.
Personaggi delineati perfettamente, così come l’ambientazione. Le scarpe della signorina Alice pare di poterle toccare. E la storia scorre davvero bene. Aspetto il seguito.
Ciao Luigi.
Ciao, Antonio. Il tuo commento è davvero un lampo di luce nelle tenebre del racconto. Sono molto contento delle tue percezioni sensibili sugli oggetti di scena, i respiri, le atmosfere. Dalla loro prima apparizione, i vari personaggi sono tutti disposti sul ciglio dello stesso abisso, almeno per ora. Intanto un grazie.