Le mosche azzurre (Parte II)

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Due bambini, un pomeriggio di agosto. La casa è silenziosa e rovente. La nonna dorme, quando due donne, la signorina Alice e sua cugina Amelia, suonano alla porta per parlare loro di magia e di alcuni fatti inspiegabili, che accadrebbero a loro insaputa nelle camere della loro casa.

Di nuovo una pausa solenne, raggelante, che lasciò tutti sospesi nella stessa musica, in attesa che Alice ricominciasse.

«Quanto silenzio, bambini. Lo sentite quanto pesa? Non solo sugli oggetti, ma anche sulla luce, i riflessi, i pensieri. Non potete immaginare quanto sia putrido di maledizioni e di larve» disse Alice, guardando sua cugina Amelia, nel suo viso magico di bambola.

«Mi raccomando, bambini, non parlartene a nessuno, però. Dovete promettermelo. Tutti e due, avanti» disse la signorina Alice, guardandomi con severità e poi spostandosi verso il viso complicato di Annarita, che rimaneva innamorata e spaventata quanto me nell’ascoltare quei discorsi strani e terrificanti in un pomeriggio così caldo. La cugina Amelia si alzò di scatto, spostandosi accanto alla finestra a guardare fuori, adesso più inquieta, a braccia conserte, come se avesse avvertito una mancanza d’aria o il presagio di un attacco d’ansia, immaginai.

«Che cosa succede?» disse Alice. «Mica il gatto vi ha mangiato la lingua?»

«Non abbiamo nessun gatto. A noi i gatti non piacciono, e poi mamma dice sempre che tu le rubi il pane. Ogni volta che vieni a trovare nonna, il pane fresco sparisce sempre, come per magia» le disse Annarita, con sguardo perfido.

«Che cosa hai detto? Non posso crederci! Ma tu l’hai sentita, Amelia, che linguaccia cocciuta, la streghina?» disse Alice, scattando in piedi, dispiaciuta a morte, poi ritornando subito seduta, rivolgendosi a me, con il viso afflitto, l’affanno: «E tu, invece? Non hai niente da dire? Non mi difendi dalle accuse infamanti di tua sorella? La pensi anche tu come lei, forse? Allora?».

«Vorrei prima sapere che cosa sono le larve, signorina. Non ho capito bene di cosa si tratti. Che cosa le costa spiegarmelo?» le dissi.

La vidi rabbuiarsi in viso, farsi più tetra, ancora delusa dall’umiliazione, abbassando gli occhi sulle sue dita scheletriche. Quando li sollevò verso di me, mi chiese di aprire il palmo della mano sinistra e di porgerglielo. Ero confuso. Non riuscivo a immaginarmi che cosa fossero le larve, in un mese luminoso come agosto, poi, dove di notte ronzavano le stelle e nei cieli del giorno le mosche azzurre. 

«Hai forse paura, bambino? Perché non apri la mano?» mi disse Alice, guardandomi con insistenza, e più il suo sguardo insisteva e si rabbuiava, più io mi ritraevo. Annarita, captato il mio disagio, mi prese la mano del sogno e me la tenne forte, la stessa che Alice mi stava chiedendo in dono, se non in prestito o in pegno, implorandomela come una monetina, una caramella alla frutta, un fazzoletto sporco. Rimanemmo sospesi, senza dirci altro. Dentro gli occhi grigi di Alice lessi fiumi straripanti di dolore. Amelia tornò a sedersi e si accese una sigaretta nel sole.

Quando la nonna entrò in cucina, ci trovò tutti e quattro in silenzio, seduti al tavolo. Il fumo della sigaretta di Amelia ci rendeva un po’ irreali, come il ritratto di due orfani di un altro tempo. Nonna sorrise con affetto ad Alice, che rimase fredda al contatto della sua mano, che si era appena posata sul suo collo rinsecchito. Aveva gli occhi gelidi, assenti. La cugina era sempre immobile, a braccia conserte, fissando solo Annarita, nelle spire blu del suo fumo. Nonna rimase perplessa dalla sospetta immobilità di Amelia, come dal suo modo di fare, di porsi, di tacere. Chiese che cosa stava succedendo, presentandosi con un certo imbarazzo alla cugina fumatrice, senza rendersi conto di chi fosse la sconosciuta, e cosa ci facesse, insieme ad Alice, nella sua cucina, a quell’ora insolita del pomeriggio.

«Purtroppo sono state dette delle cose poco piacevoli sul mio conto. I bambini parlano troppo e a sproposito, e spesso ripetono le crudeltà e le ingiustizie degli adulti. È molto grave quello che ho sentito, sappilo, e non penso di meritarlo» disse Alice a nostra nonna, guardando di nuovo me, con il viso cupo e angustiato.

«Di cosa stai parlando? Vuoi spiegarti meglio, per favore?» le fece nonna, con la voce impastata di sonno e poi, rivolgendosi a noi due, ci chiese che cosa avevamo detto di poco piacevole sul conto di Alice per trasformarla così, dal momento che la donna pareva ormai sprofondata nella più grande disperazione.

«Annarita ha raccontato del pane. Io le ho chiesto delle larve, invece. Alice mi ha invitato ad aprire il palmo della mano e io non ho voluto, ecco; e poi basta» le dissi, con lo sguardo basso, spaventato.

«Che cosa significa: ha raccontato del pane? Guardami negli occhi, Annarita! Mi vuoi spiegare per bene che cosa hai detto alla signorina Alice, per favore?» disse nonna a mia sorella, la quale si ostinò a perseverare in un silenzio tenace, con lo sguardo fermo sul tavolo, fissando gli arabeschi celesti e arancioni dell’incerata nuova.

«Vuoi dirmelo tu?» mi chiese nonna, guardandomi con impazienza e poco affetto, prima che le dicessi:

«Annarita ha detto solo che la signorina Alice le ruba sempre il pane. Mamma ce lo ripete spesso, ma soltanto a noi due e a nessun altro, lo giuro. Quando Alice viene a trovarti, mamma non trova mai il pane. Se lo nasconde a pezzi dentro le tasche, secondo lei. È sicura che le cose stiano così».

«Che razza di assurdità! E io che sto ancora qui ad ascoltarle!» disse Alice, sbottando, ma con gli occhi ricolmi di lacrime. Intanto nonna taceva, sconfortata, tradendo nel suo viso un’immensa delusione nei confronti della sua unica amica.

«C’è qualcosa che devi dirmi, Alice? I miei nipotini non mentono. Non hanno mai mentito, dovresti saperlo. Nella nostra casa non esiste nulla di più utile e importante del pane, Alice. Il pane si bacia, non si butta e nemmeno si spezza con le mani prima di pranzo e della preghiera, e non si sottrae, per nessuna ragione al mondo, mia cara. Sarebbe bastato chiederlo, ed è questo che mi addolora tantissimo, tu non puoi immaginare quanto, Alice» le disse nonna, col viso bianco e mesmerizzato, senza più luce, ormai.

Continua...

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Noir

Discussioni