Le nuvole di Caterina

Serie: Caterina


Caterina è una ragazza semplice che ama la i colori e i suoni della natura. Questa è un frammento di storia della sua vita.

Caterina guarda le rocciose gobbe della montagna, dove le nuvole lentamente ammanniscono il temporale e pensa a ciò che raccontava suo nonno, quando c’era aria di pioggia. 

L’aroma del caffè e l’odore del sigaro erano il preludio alla sua voce impastata di fumo. «L’azzurro non è un colore come un altro, ma è il colore del cielo!» Era  l’esordio solenne. «Le nuvole, navi di pirati al soldo dei mercanti di stoffa,  invadono il cielo per rubare l’azzurro con il quale  impreziosire i loro tessuti!» declamava con tono affettato.
«Ma non ci riescono: il vento, amico del colore, le 
spinge  l’una contro l’altra, così che si frantumano in polvere di segatura. Allora il mare si arrampica in cielo  per lavarlo  dai residui di quei rottami, per poi tornare giù: ed ecco  il temporale!» concludeva con enfasi.
A nonno piaceva l’estate, perché gli “scaldava le ossa”, ma una mattina di agosto non le aprì più la porta, lasciando il sole sull’uscio di casa, per sempre.

Caterina conosce i fiori del bosco e distingue il verso della civetta, quello del gufo e quello dell’assiolo.
Caterina guarda il mondo per abbellirlo un po’, se è brutto, o per immaginarlo diverso, se non si può cambiare. Le piace credere
che la semplicità non abbia bisogno di trucco per apparire bella.

Abita in un piccolo borgo, un po’ distante dal centro del paese, ma  vicino ai sentieri che salgono verso i monti, passando per il bosco, dove la natura ha messo le radici, o attraversando le aride chiazze di terra, dove la vegetazione non ha attecchito. 
 
La sua è una casa rustica con una facciata rivolta verso il viale alberato di tigli,  dirimpetto al rione “fiorito” al posto dei campi coltivati.
Di lato, un adulto noce affianca una vecchia e ormai muta fontana, ombreggiando un muro di pietra che  fungeva da confine alla fascia di terreno in disuso.
Sulla sua cima  le lucertole sono solite sdraiarsi al sole, come bagnanti d’estate sulla riva del mare.


La  cameretta è il suo rifugio, dove mettere in pausa  il mondo esterno, se occorre, per dedicarsi a sé stessa,  all’elaborazione delle esperienze vissute o alla progettazione di quelle future. Lì dentro ci sono  i suoi intimi affetti, i  sogni da realizzare e le tristezze da digerire.
Lì c’è anche il vecchio cappotto di suo papà, rattoppato  qua e là perché non vada  in pezzi. Nelle notti fredde diventa una coperta un più, in quelle calde, se ne sta sull’appendiabiti a stelo. 
Non è un cappotto qualunque,  ma una presenza importante.
È il pensiero tangibile che suo papà possa sentirla, guardarla, starle vicino. Ovunque lui sia,  è accanto a lei: con i pantaloni macchiati  di cemento e la camicia a quadri; con il sorriso dai denti non curati, ma raggiante e bello, mentre  la guarda. Sente persino le carezze delle sue mani tozze, ma delicate, e le sue braccia, culla accogliente e sicura. 

Lorenzo è un giovanotto di bell’aspetto, sempre ben vestito secondo la  moda del momento. Per lui, le montagne sono ammassi di pietre, coperti da alberi e cespugli  popolati
da insetti che danno prurito;  le nuvole sono sacche di  fastidiosa pioggia  che quando scende sporca  le scarpe. 
L’azzurro del cielo non è un colore ma  una bella giornata in cui poter sfoggiare gli occhiali con le lenti scure.

Abita in un villino del rione nuovo, in una traversa del viale dei Tigli, poco oltre la casa di Caterina.
Si
muove su una MiTo rossa con la carrozzeria tirata a lucido e con l’impianto stereo a tutto volume che preannuncia il suo passaggio per le strade del paese.
Suo padre gestisce una rinomata  falegnameria con quattro operai alle sue dipendenze. Insiste affinché Lorenzo impari  il mestiere, se non per passione, almeno per convenienza, considerate le difficoltà oggettive  di trovare un diverso  impiego, ma il figlio non si applica a sufficienza.  Gli interessa stare all’aria aperta, piuttosto che nel chiuso dell’officina, perciò ogni scusa è buona per assentarsi o per starci il meno possibile. Si adopera solo per divertimento; il suo sport preferito è, naturalmente, andare a caccia di ragazze da conquistare, specie quelle che gli danno “la scossa”. 

Non appena finiscono i rintocchi  della campana, Caterina smette di guardare la pioggia saltellare sul davanzale, per affrettarsi  a preparare la cena per sé e per  sua madre che, a breve, arriverà stanca e affamata, dopo  ore trascorse a lavorare come donna delle pulizie, saltando da un appartamento all’altro.
Da quando il marito non c’è più, si fa in quattro per provvedere a loro due.
Non si lamenta, ma Caterina è  consapevole dei sacrifici e delle rinunce che è costretta a fare e a sopportare.  
Vorrebbe aiutarla, ma più che alla ordinaria pulizia della casa, lavatrici e pietanze da riscaldare, non le è permesso, perché il suo compito principale deve essere  la scuola. «Con lo studio riempi  un salvadanaio di ricchezza che spenderai  per comprarti un futuro migliore»  le dice, orgogliosa di provvedere al necessario per una loro vita normale.

Continua...

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