
Le onde e i gabbiani.
«Che vedi laggiù Bruno?»
«Le onde»
«E se cadiamo?»
«Dammi la mano»
Non aveva mai fretta Bruno.
Sembrava avere la capacità di azzerare il tempo. Anche quando l’orizzonte minacciava pioggia e i passanti affrettavano il passo. Rallentava pure nei momenti in cui gli eventi di per sé necessitavano di organizzazione, come nell’ultima settimana che gli avevano detto di prepararsi a lasciare questa terra. Aveva sollevato gli angoli della bocca in un sorriso che poi aveva spento subito dopo. Mi aveva guardata, cercando di capire se a quella notizia io avessi voglia di piangere. Lui no. Mi chiesi cosa lui avesse al posto del cuore.
Sul lungomare, dove mi aveva portata a passeggiare mettendo il suo braccio sotto al mio, volevo dire qualcosa di sensato, ma lui buttò fuori i suoi pensieri prima di me.
«Hai notato che non ci sono gabbiani?» disse.
Strizzò gli occhi cercando di mantenere vivida la messa a fuoco.
Fui costretta a osservare meglio, in ogni direzione, spinta dalla volontà di assecondarlo. Feci cenno di no col capo, non ce n’erano.
«Oggi, no…» continuò, «…ma domani verranno».
A sentirlo dava la convinzione che fosse lui ad avere ragione, anche quando la vita gli remava contro, così pure in quella situazione mi convinse che i gabbiani fossero l’unica faccenda importante.
Mi fissò negli occhi, di nuovo. Era solito farlo. Me lo aveva insegnato.
“Se guardi nel fondo degli occhi capisci cosa aspettarti”, a forza di tentativi avevo trovato il senso di quel suo dire, lui, a forza di esperimenti ne aveva fatto una verità.
Soltanto un occhio allenato, diceva, poteva cogliere le vibrazioni impercettibili che si muovevano nell’iride di un altro occhio, mentre tutto il corpo restava immobile. Bloccato nelle intenzioni. Fu a quel modo che, quasi due mesi avanti, aveva capito di dover tirare fuori il suo Cold Steel a serramanico, per primo, dinanzi ad Orso, benché quest’ultimo gli avesse offerto da bere e lasciato andare una pacca sulle spalle, da vecchio amico a cui tutto si perdona.
Le abitudini erano vecchie ruggini, così Orso sapeva che Bruno, prima o dopo, avrebbe messo piede dentro al Vecchio Carlino, anche solo per respirarne l’aria di fumo e di puttana. Voleva dargli il benvenuto. Se il gemello di Orso viveva incollato a una sedia a rotelle da ormai cinque anni era colpa di Bruno. Era accaduto come accadono gli imprevisti, con nuove impellenti decisioni da prendere. Così Bruno aveva mandato a sbattere la macchina in testacoda contro il guard-rail prima di imboccare la panoramica, per svincolarsi dalla pattuglia che gli stava addosso a sirena spiegata. Aveva aperto lo sportello prima dell’impatto, lanciandosi a braccia aperte nelle onde, spingendosi sotto le acque del mare, coperto dagli scogli. Aveva avvertito il duro impatto con l’acqua e una fitta lancinante alla testa. Il fratello di Orso, invece, si era fatto quasi un anno al traumatologico, poi era passato diretto agli arresti domiciliari per estorsione e minacce al proprietario del bowling di Santa Croce, che prima aveva pagato per non farsi saltare in aria il locale, poi si era stufato raccomandandosi alle forze dell’ordine. Le gambe a terra, il gemello di Orso, non le aveva più poggiate. Erano stati equi ad assegnargli il carcere forzato a domicilio per via dell’handicap, dato che non pareva nuocere più a nessuno. In quegli anni si era rintanato in un silenzio perpetuo. Bruno era sparito dalla circolazione. Parlavano che avesse ucciso un vecchio per divertimento, che non gli voleva dare il borsellino coi soldi della pensione; raccontavano che si faceva di cocaina e che doveva finire di pagare i debiti accumulati al tavolo del black jack. Chi diceva, invece, che era all’estero, qualcuno sentenziava che lo avevano ammazzato che ognuno muore com’è vissuto e lui se lo immaginavano morto da traditore, cioè colpito in piena schiena.
Io ascoltavo, alzando le spalle.
Poi, un mattino come un altro, però era fine inverno, qualcuno disse che Bruno era tornato in città.
Come i gabbiani.
Fino a quel momento, ero stata la donna di Orso.
Con Orso ci avevo parlato: certi conti non si pareggiano!, non è roba tua!, ma lui mi aveva risposto che il fratello era roba sua e mi aveva mollato un manrovescio senza preavvisi. Nel viso aveva dei lampi di disprezzo nei miei riguardi. Ormai quel fratello se lo portava addosso come un cappotto passato di moda, guardava se stesso e vedeva lui, con la differenza che lui camminava. Orso stava diventando senza anima, come i tatuaggi sbiaditi che aveva impressi sui pettorali, molli come mammelle. La verità era che Bruno, quella sera della fuga, con un giro del volante e un colpo di piede sull’acceleratore, aveva messo due uomini a sedere per l’eternità.
Nel vicolo buio dietro al Vecchio Carlino, Orso rideva e Bruno lo fissava dentro gli occhi. Più lo fissava, più Orso rideva e pareva dire “se mio fratello è storpio sono rischi del mestiere, tranquillo che sei sempre un amico”, ma nell’iride un balenio tradiva le parole. Poi, Orso smise di ridere e il tremolio umido nel suo sguardo divenne un buco nero che fece capire a Bruno di non poter esitare. Due secondi dopo lo aveva trapassato alla gola. Orso stringeva l’impugnatura di un pugnale che non aveva fatto in tempo a scattare.
All’alba, Orso non era rientrato. Neppure a quella successiva, capii che si era distratto.
Venti giorni dopo averlo seppellito, nel quartiere si bisbigliava che Orso se l’era andata a cercare.
Per venti giorni di fila, avevo sceso le scale che dal molo portavano alla scogliera, finché non lo trovai.
Stava con la schiena poggiata nell’intercapedine tra i due scogli, riparato dalle alte rocce, scivolose. Bruno avvertì la mia presenza e si voltò.
«Bruno…, che guardi?»
«Le onde che muoiono».
Girò lo sguardo dai marosi, puntandolo nei miei occhi. A lungo. Voleva capire se avessi intenzione di piangere. O se io fossi felice di trovarmi lì. Come allora.
«Non hai pianto» disse.
«Per Orso? Lo avevo avvertito di lasciarti perdere».
«Mi sono difeso».
«Lo so. Ho sentito dire molte cose sul tuo conto, sono vere?»
«Certo che sì!»
Cercò la mia mano, sorridendo.
Sentii la commozione straripare.
Bruno se ne accorse e anche i suoi occhi s’inumidirono.
«Non venivamo qua da molto tempo».
«Già, da quando eravamo bambini. Io avevo sempre paura, ricordi?»
Strizzò gli occhi, una smorfia gli agguantò il viso per un lasso di tempo che pareva una eternità.
Nelle settimane a venire, che però ormai era quasi estate, continuammo a trovarci lì, sul molo, una volta al giorno. Facevamo cose semplici, come camminare vicini e parlare di quando ci nascondevamo da ragazzi nell’intercapedine, giurando pena la morte di non rivelare ad anima viva la presenza di quel luogo. Nessuno dei due parlò mai della volta che le nostre lingue si erano cercate. Dopo, mi aveva scaricato con la scusa che noi due eravamo amici e gli amici non s’innamorano per nessuna ragione al mondo. Pensai di aver capito male. Orso in quei giorni aveva preso la patente e mi aveva invitato a fare un giro in auto per consolarmi dicendo che Bruno era un bastardo. Lo aveva detto sotto il cielo stellato. Orso non era mio amico e forse potevo amarlo.
«Ti ricordi Bruno? dicesti che Orso era un tipo affidabile».
Bruno, con sforzo, rispose parole sconnesse. Poi, si addormentò sulla panchina.
Due giorni dopo il medico disse che la risonanza magnetica aveva evidenziato una massa anomala nella profondità delle cellule cerebrali dell’emisfero destro. Fece anche delle domande, tra cui se Bruno avesse avuto la percezione di vedere cose strane, come non appartenenti al reale. Anche in quell’occasione, non rispose, ma fissò il medico nel fondo degli occhi, poi storse la bocca, poco convinto. Disse che si era fatto tardi e che sarebbe tornato il giorno dopo, come il medico gli aveva richiesto. Non accadde. Bruno davanti alle cose importanti della vita, spariva, lasciandoti il dubbio di aver capito male.
Il giorno che Bruno se ne andò davvero fu la prima volta che il tempo lo tradì. Feci come mi aveva insegnato.
Provai a fissare le sue iridi a lungo.
Volevo vederci le onde, salire, accavallate le une sulle altre, poi aprirsi per far cibare un gabbiano.
Non trovai niente, come di solito avviene negli occhi di un uomo che muore.
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per ringraziare te, Penelope (Penny), mia gatta, amica e anima affine che te ne sei andata appena ieri.
al tempo passato insieme.
2 ottobre 2021.
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Profondo ed intenso come solo certi sguardi.
Un abbraccio.
Grazie per la tua lettura!
Complimenti!
Grazie, Sara.
Guardare negli occhi una persona è un atto di coraggio. Guardare negli occhi di un gatto è tuffarsi in un mare sconfinato. Bellissimo racconto, dolce amaro, in cui Bruno delinea con esattezza che nella vita gli attimi e i silenzi possono essere tutto
Vero, in certi attimi i silenzi sono davvero tutto e sono gli unici che ci restano. Grazie per la tua lettura.
“er ringraziare te, Penelope (Penny), mia gatta, amica e anima affine che te ne sei andata appena ieri.”
❤️
La mia dolcissima Penny.
Mi stupisco sempre davanti ai tuoi racconti. Bravissima
Grazie mille per la tua lettura.
Ciao Bettina, è una storia molto densa, in cui la linea di confine tra buono e cattivo è inconsistente. Restano la rassegnazione di fronte alla malattia e l’ineluttabilità della morte, l’unica vera malvivente, che non possiamo arrestare. Un abbraccio affettuoso per la perdita di Penelope, ti posso capire.
Grazie Tiziano, un abbraccio.
In questo racconto ci ho trovato passione e crudeltà allo stesso tempo. Hai saputo unite i punti giusti di ogni personaggio, la cattiveria e l’amore. Complimenti. Ciao Penelope…
Grazie, Pacini!
Per prima cosa, il racconto: è superfluo sottolineare come tu sappia far sposare tra loro le parole per trasmettere le sensazioni. Arriva tutta l’amarezza di scelte sbagliate, a volte subite, altre compiute con rassegnata consapevolezza. Bruno è quello che si definirebbe un “cattivo”, eppure è difficile non provare empatia verso di lui.
E, per seconda (ma più importante) cosa: ciao, Penelope. Un abbraccio a te, Bettina.
Grazie Sergio!