Le parole scomparse

La prima parola che abbiamo perso è stato il nome di quella cosa con i pulsanti, quella che usiamo per parlare con qualcuno che è lontano o almeno non nella stessa stanza. La cosa con cui chiami le persone. Ci siamo svegliati un giorno e la parola era semplicemente sparita, e nessuno riusciva a ricordarla. Era persino scomparsa dai dizionari, per quanto ne sapevamo, anche se in tutta onestà nessuno riusciva a ricordare come si scriveva per cercarla. All’inizio abbiamo pensato che potesse essere solo un caso fortuito, ma qualche giorno dopo è scomparsa un’altra parola, e questa volta era la parola che si usa per quelle strisce di asfalto grigio, non le strade, ma quelle che usiamo per camminare. Poi, dopo che erano scomparse altre parole, ci siamo resi conto che avrebbe continuato ad andare avanti così. Non sembrava esserci alcuna connessione tra le cose che non avevano più un nome; alcune erano oggetti, altre erano luoghi e altre ancora erano sentimenti, o cibi, o parti del corpo. Le cose alte con le foglie che crescono dal terreno e salgono verso il cielo, quelle cose da cui ricaviamo il legno. Le cose che mettiamo ai piedi prima di uscire. La giuntura dove le nostre gambe si piegano, quel vuoto che proviamo quando abbiamo bisogno di nutrirci.

Qualcuno ha pensato di provare a trovare delle alternative, ma le nuove parole non hanno funzionato, come se in realtà non fossero state le parole ad abbandonarci, ma fossero piuttosto le cose a rifiutarsi di essere nominate.

Ad un certo punto abbiamo perso il conto di quante parole sono sparite. Non ci sono più dubbi che siano scomparse anche dai dizionari, perchè questi stanno diventando più sottili. Altri libri non si stanno assottigliando, ma stanno semplicemente sviluppando spazi vuoti. Mi chiedo quanto tempo ci vorrà prima che siano pieni solo di pagine bianche, trasformati in blocchi da disegno o diari ancora da scrivere.

Finora siamo riusciti ad adattarci, ci sono modi per descrivere quasi tutto. E’ come nel gioco che facevamo da bambini, quello in cui cercavi di far indovinare una parola ai tuoi compagni di squadra senza usare un certo elenco di parole strettamente correlate, tipo usare la parola “arancione” se stessi cercando di far indovinare a qualcuno “carota”. Quando abbiamo perso la parola per il colore del cielo, ho pensato che forse quel gioco sarebbe potuto diventare un buon allenamento. Non ricordo il nome del gioco, ma non credo che sia una parola scomparsa. Penso che sia qualcosa che ho semplicemente dimenticato da sola.

A volte mi chiedo quante parole siano scomparse ed io non me ne sono nemmeno accorta solo perché sono parole che uso raramente. Probabilmente mi ci vorrebbe molto tempo per rendermene conto, ad esempio se “rastrello” o “ugola” o “cromo” sparissero. Ogni tanto sfoglio il dizionario, solo per ricordarmi di quante ne restano ancora.

Il modo in cui parliamo ora… è come se cercassimo di spiegare le cose a stranieri che parlano a malapena la nostra lingua. Diciamo: la roba limpida e liscia attraverso cui guardi per vedere fuori se ti trovi dentro. Diciamo: la scatola con le immagini in movimento che guardiamo per dimenticare la vita reale. Diciamo: gli edifici in cui viviamo. Gli animali con le piume che di solito possono volare, ma qualche volta no. La ferita che ti procuri quando tocchi qualcosa di troppo caldo o resti troppo a lungo al sole. A volte penso che sembri una specie di poesia, altre volte penso invece che sembriamo tutti ritardati. Siamo tutti stranieri, adesso.

Non mi ha dato fastidio, quando abbiamo perso la parola per le cose di metallo su cui viaggiamo per andare da un posto all’altro. Invece ho pianto, quando ho capito che avevamo perso il nome per quei minuscoli puntini di luce che si vedono nel cielo di notte. Non so spiegare perché, ma quella è stata l’unica parola per cui ho pianto davvero, una perdita che mi ha fatto male come quella di David.

Le parole che se ne sono andate sono come tanti minuscoli arti fantasma, le ho sempre sulla punta della lingua. Una sensazione che mi ricorda gli ultimi mesi che io e David abbiamo trascorso insieme, quando mi sentivo così piena di parole che però non riuscivo mai a formulare nella maniera giusta: era come svegliarsi cercando di ricostruire un sogno, quando sai di essere così dannatamente vicina a ricordarlo ma sapendo già che alla fine sarà uno sforzo inutile. Penso a come io e lui cercassimo sempre di trovare più parole, come se fossero state quelle la cosa che ci avrebbe tenuti insieme, mentre forse ciò di cui avevamo bisogno davvero era parlare meno. Quando penso a lui ora, ciò che mi manca non sono le cose che mi diceva; quello che ricordo è che mi bastava solo stare con lui, un desiderio che sentivo dentro quel muscolo pulsante sotto lo sterno per il quale una volta avevo un nome. E a volte mi chiedo cosa succederebbe ora, se lui fosse qui accanto a me, e se sia possibile in qualche modo che il semplice suono del mio respiro liberi tutte quelle parole fantasma intrappolate nella mia gola, per dirgli tutte le cose che non gli ho mai detto.

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Discussioni

  1. In fondo se vicino non c’è chi vorremmo e al contempo chi è vicino non ha interesse ad ascoltarci, a che servono le… le… quelle cose che mi uscivano da… da… dal buco sotto il naso? Quel buco da cui mi ingozzo di grassi e di dolci per compensare la mancanza di… di… ecco, qui ne servirebbero diverse di quelle cose scomparse.

  2. Buongiorno Sisu, Alla fine non ho avuto la sensazione di leggere un racconto sulle parole che scompaiono, ma su quelle che restano intrappolate dentro di noi quando non c’è qualcuno ad ascoltarle. Bell’idea complimenti