
Le ragazze fanno grandi sogni
Sono in piedi una accanto all’altra, davanti allo specchio, mentre dalla finestra alla loro destra entra l’ultima luce di settembre.
Il bagno è bianco: piastrelle bianche ai muri, una lastra di marmo bianco nel quale è scavato il lavandino tondo, la lampadina bianca che pende dal soffitto, le tende bianche della doccia.
A Gemma sembra di essere in Paradiso, lei, uno dei mille e più angeli che lo riempiono di sorrisi e gioia, leggerezza. Spunta dalla linea del lavandino di una decina di centimetri, solamente; Luna vi si appoggia con le ossa del bacino, godendo della sensazione del marmo contro la pelle fine che copre le sue sporgenze, mentre con una mano apre l’anta dello specchio per prenderne un paio di trucchi, che appoggia con delicatezza accanto al rubinetto.
La bambina alza le braccia e le piega sul bordo arrotondato: il contatto con la pietra la fa rabbrividire un poco, come le piastrelle fredde, sotto i suoi piedi nudi.
Alza gli occhi, la testa appoggiata sui propri avambracci che le fanno ora da cuscino, scrutando attentamente Luna, che, con fare serio, si sta scurendo le palpebre: il pennello che ne delimita i contorni sembra una penna di corvo in una stanza imbottita di piume candide. Gemma sorride al pensiero di star ora appoggiando il capo sulla schiena di un cigno magnifico ed elegante.
«Perché fai questa cosa ?» chiede all’improvviso, lo sguardo puntato sul volto di Luna, che le risponde con un caldo sorriso, ma senza staccare gli occhi dal proprio riflesso: «Se metti dello scuro attorno all’occhio, il colore dell’iride, come la forma stessa, vengono evidenziati». Poggia il pennellino nel bicchiere che ne è ricolmo, e si volta a guardare Gemma, gli occhi aperti e poi socchiusi, per mostrare alla sorellina la differenza.
«Vedi come il mio sguardo diventa subito più misterioso ?»
La bimba annuisce, convinta.
«Ma perché deve essere misterioso? Sembri più triste, e cattiva», aggiunge però poi; Luna alza le spalle, mentre cerca qualcosa nel piccolo astuccio dove tiene i correttori.
«A nessuno piace una ragazza che ride, sempliciotta, alla quale la vita non ha insegnato una o due cosette con un po’ di lacrime», risponde poi, ruotando la testa ripetutamente per vedere se non ha dimenticato un qualche brufolo, «e dato che i ragazzi che soffrono sono i più interessanti, anche le ragazze devono soffrire per farsi scegliere».
Gemma annuisce: il discorso ha senso, non fa una piega, ed oltre tutto, Luna sembra felice di poter uscire con i ragazzi tristi altrimenti non lo farebbe, se non le piacesse. Se non la rendesse felice.
Perché lei tenta di evitare tutto quello che non la rende felice, non vuole mica fare delle cose che la fanno piangere. Anche per Luna deve essere lo stesso.
La cipria sembra cadere come neve sulla testa di Gemma, ora che la sorella ha il pennello in mano; allunga il braccio sul lavandino, appoggiandolo vicino a quello di Luna. Li mette uno accanto all’altro.
«Perché tu non hai peli sulle braccia?» fa poi, con fare preoccupato, «vuol dire che non siamo sorelle vere?». Luna volta la testa quando sente la voce incrinarsi e farsi improvvisamente più acuta.
«Ma no, cosa vai a pensare. Certo che siamo sorelle vere», esclama dolcemente, prendendole il viso tra le mani e stringendola a sé, «anche io ce li ho, solo che ogni tanto me li faccio strappare via, tutto qui». Gemma alza gli occhi e la guarda da sotto in su.
«Perché li strappi via? Non ti piacciono? Anche io devo farlo allora?»
Luna scuote la testa e risponde ridendo : «Assolutamente no, tu non devi farlo. Solamente le donne grandi lo possono fare; e non è che non mi piacciono, semplicemente, una donna con i peli non piace agli altri».
Gemma si raddrizza e poi si osserva le braccia, che le sembrano all’improvviso pelose e bruttissime.
«Ma posso provare, una sola volta ?» chiede, rivolta alla sorella, mentre con le dita tenta ora di togliersi i peli finissimi che le spuntano dalla pelle color pesca.
«No, sei troppo piccola, ed in più fa male», risponde Luna.
Gemma alza di scatto la testa, gli occhi grandi dallo stupore. « Davvero, fa male? Ma allora perché lo fai?», chiede.
La sorella alza nuovamente le spalle mentre si stende con precisione una lunga linea nera all’angolo dell’occhio destro.
«Perché bisogna soffrire un po’ per essere belle Ge, altrimenti lo potrebbero essere tutte, e poi non ci sarebbe più nessuno di speciale.»
Decora anche l’occhio sinistro, e ne controlla la simmetria, sorridendo soddisfatta quando vede che entrambi sono perfetti.
«La differenza tra le ragazze belle e quelle brutte, la fa quanto sei disposta a soffrire, per essere poi ripagata più tardi», aggiunge, guardando però direttamente lo specchio e non Gemma, che pensa che sua sorella abbia iniziato a parlare da sola.
«Cosa si vince dopo, se si è belle?» chiede con voce un poco più forte di prima, per essere sicura che Luna si accorga della domanda, dato che le sembra un po’ persa.
«Si è scelte dai ragazzi belli, perché, anche se ancora non ti riguarda, i belli stanno con i belli, ed i brutti con i brutti. Molto semplice», le risponde Luna. Si scurisce ora le ciglia, e, con le mani bagnate di schiuma, ravviva i capelli.
Gemma la guarda: è davvero bella, e quindi starà con qualcuno di bello. Anche lei vuole essere bella, e stare con un bambino bello, e tutti li guarderanno e diranno che sono la coppia migliore di tutto il paese.
Si volta quando sente un gorgoglio provenire dalla pancia di Luna, che sbuffa e alza gli occhi al cielo.
«La tua pancia borbotta», le dice sorridendo e ridacchiando; la sorella la guarda e scuote la testa, poi risponde : «Lasciala borbottare, non ne ho bisogno».
Gemma sa che mamma ha preparato una torta. Ne propone una fetta a Luna, che però non ne vuole. « Nemmeno le ragazze con la pancia gonfia piacciono ai ragazzi tristi», aggiunge poi.
«Ma allora non mangi più le torte, o i biscotti di Natale, o i cannoncini con la crema del nonno?» chiede Gemma preoccupata. Lei non vuole smettere di mangiare i dolci delle feste, sono talmente buoni e rendono bella tutta la giornata.
Le labbra di Luna si colorano di rosso scuro, e brillano come se bagnate dalla pioggia; le muove, sussurrando : «Posso vivere anche senza dolci Ge, bisogna solo saper fare delle scelte, nella vita».
La sorellina annuisce, anche se confusa: non sa bene cosa decidere per il suo futuro. Da un lato vuole essere bella, ed essere scelta dai bimbi belli, ma dall’altro, non pensa di poter riuscire a sopravvivere ad un Natale senza dolci, o ad un compleanno senza torta. Ma forse, se Luna può farcela, anche lei ne sarebbe capace.
Sua sorella corre velocemente fuori dal bagno e ritorna con due vestiti corti. Se li prova entrambi, guardandosi allo specchio, mentre Gemma si siede sul bordo della vasca e batte le mani divertita ad ogni giravolta che Luna fa, i piedi nudi sulle piastrelle immacolate.
«Che ne dici, quale ti piace di più?» le chiede poi, sorridendo e facendo finta di inchinarsi alla sorellina, come se fosse la giuria di un concorso di bellezza.
«Quello nero con i fiorellini bianchi e viola», risponde Gemma senza pensarci.
Luna annuisce, convinta.
«Anche io lo preferisco, ma questo lo devo poi mettere con una larga camicia sopra», risponde, mentre esce nuovamente dal bagno per ritornare con addosso una camicia di jeans che le arriva fino a metà coscia, esattamente dove finisce il vestitino.
«Così è perfetto», esclama finalmente.
Gemma scuote il capo.
«Ma così non si vedono le spalline fini con i fiorellini», fa, con una nota di tristezza nella voce.
«Lo so», le risponde Luna, «ma non ho voglia di far vedere le mie braccia grosse, con la camicia almeno sono coperte».
«Ma non si vedono nemmeno le tue braccia senza peli però così», ribatte Gemma, inclinando la testa di lato e aggrottando le sopracciglia. «Non ha molto senso», continua, «e se in più hai detto che fa male toglierli, puoi anche smettere allora. No?».
Luna la fissa per un secondo, in silenzio, e poi alza le spalle per l’ennesima volta, mentre volteggia in una nuvola di profumo dall’aroma marino.
«Sei ancora troppo piccola per capire Gemma», fa, prima di uscire dalla porta del bagno.
La bambina resta ancora un attimino seduta sul bordo della vasca, ad osservare la polvere e le macchie nere lasciate dai trucchi di Luna sul marmo del lavandino, come pece sulle piume dei suoi candidi cigni, sporco sulle ali degli angeli.
Spera che non sia rimasto del nero anche sulle mani della sorella, che altrimenti si ritroverà con la faccia tutta sporca in poco tempo; Gemma non ne sa nulla, ma pensa che nemmeno ai ragazzi tristi piacciono quelle con le macchie in faccia.
Ma forse si sbaglia; lei, d’altronde, non ne sa nulla.
Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Questa storia è la storia di tutte noi. Bimba e Ragazza sono le donne di ieri, di oggi e di domani. Ahimè, in questo pensiero c’è del dolce amaro! La purezza di una bambina rimane come un ricordo prezioso nel cuore di chi l’ha cresciuta. Quella innocenza, quella spontaneità, quella libertà, verranno sostituiti da catene, convenzioni sociali, insicurezze, ambizioni. È una realtà che hai mostrato molto chiaramente in questo dialogo tra sorelle. Complimenti. Hai toccato un punto sensibile nel mio cuore.
Ciao Rita,
Grazie d’esserti lasciata trasportare ed emozionare… volevo si, mettere in piedi un dialogo “tra anime femminili”, le quali differenze già vedo nonostante la mia ancora giovane età.
Formativo ed evocativo come il titolo del brano di Bennato a cui credo sia ispirato. Secondo una mia personalissima visione avrei sostituito con un’altra denominazione “bimba/ragazza”
Ciao Hugo,
è Bennato, hai proprio ragione.
So che l’opposizione Bimba-Ragazza non è naturale per tutti, ma era un modo che ho trovato per rendere il più universale possibile queste due figure.. dando loro un nome che tutte noi abbiamo rivestito almeno un momento nella vita.
E’ molto bello questo racconto, la sua magia è il modo in cui riesce a coinvolgere il lettore strappandolo dal suo status di genere, età, interessi. Complimenti.
Ciao Roberto,
Grazie mille, era si l’idea.. di far vivere qualcosa che non tutti hanno, e per altri, forse, di rivedersi nel passato, e comprendere la “pece” che l’ha macchiato.