Le scie degli aerei (epilogo)

Serie: L'autunno del 2007


E poi che cos’altro era capitato, ancora? Quasi niente, a dire il vero, se non che il periodo di Natale era fragorosamente saltato giù dagli scaffali dei supermercati e adesso era in giro dappertutto. Per le strade, nelle televisioni, nelle case e poi dentro tutte quante le persone. In un modo o nell’altro era anche dentro di me. Inevitabilmente. Come una temporanea variazione dell’aria respirabile.

Ero nuovamente tornato ad essere un disoccupato con le mani in tasca anche se, con tutta probabilità, lo sarei stato ancora per poco. Loredana mi aveva chiamato, il 28 di dicembre, e mi aveva detto che aveva qualcosa in ballo per me. Qualcosa di buono. Dovevo aspettare l’anno nuovo. Dovevo avere pazienza. Si sarebbe fatta viva lei, dopo il sei di gennaio, per darmi tutti quanti i dettagli e le spiegazioni del caso.

«Ok» avevo detto io «va bene, Loredana.»

«Auguri Bartolini, passa un buon capodanno.»

«Grazie» avevo detto, «tanti auguri anche a te.»

In quei giorni continuavo ad alzarmi presto, ma invece di rinchiudermi tra le mura del bar, invece di ciondolare per casa mi coprivo bene, con sciarpa, guanti e cappello di lana, inforcavo la bicicletta e pedalando con molta calma andavo fino alla spiaggia.

Era quasi sempre deserta. Il mare era lì. Riposava tranquillamente sotto il sole freddo di quei giorni. Minuscole onde luccicanti rollavano lentamente verso riva. Mi sedevo su una delle tre o quattro panchine rivolte verso la linea dell’orizzonte, allungavo le gambe e socchiudevo gli occhi. Cercavo le sigarette nelle tasche, pescavo l’accendino. Sopra di me, sopra l’uovo che tenevo faticosamente in equilibrio sulla fronte, plotoni di gabbiani perlustravano in volo la superficie scintillante dell’acqua. Si posavano sulle scogliere, confabulavano tra loro, poi improvvisamente ripartivano urlando. Piegavo il collo all’indietro, guardavo il cielo, ne scrutavo l’altezza. Lunghe scie bianche solcavano in silenzio gli spazi immensi e perfettamente celesti. Erano i grossi aerei di linea, avevano la pancia piena di persone.

Le guardavo, guardavo le lunghe scie bianche mentre impallidivano e lentamente scomparivano e pensavo ad una cosa del genere. E cioè che tutti badavano ad andare da qualche altra parte, che tutti avevano bisogno di latitudini e longitudini diverse.

Io no, io stavo fermo sul posto, mi pareva la cosa più sensata che potessi fare. Che qualsiasi essere umano, date le circostanze, potesse fare. Pensavo che avevamo bisogno, tutti quanti noi, di raccogliere le idee, di ricaricarci almeno un po’, di trovare qualcosa, tra le nostre ossa, i nostri muscoli e la nostra pelle, che non c’era più da tanto tempo, che forse non c’era mai stata. In nessuno di noi. Nemmeno una volta. E che li fuori, comunque la si volesse mettere, sicuramente non c’era.

Pensavo a questo genere di cose eppure più ci pensavo e più mi pareva che qualcosa non quadrasse del tutto. Era come se me la suonassi e me la cantassi da solo. Era come se quello che avevo considerato vero a cruciale fino a poco tempo prima, non lo fosse più così tanto. Non lo fosse del tutto. Una convinzione che mano a mano avesse perso aderenza. Per mancanza di scopo. Allora forse ero io che non avevo scavato abbastanza, che avevo tirato le somme sbagliate, che avevo perso il punto, che non avevo trovato quello che andavo cercando, di qualsiasi cosa si fosse mai trattato.

E così, all’interno della mia ostinata immobilità fatta per metà di abitudine e per metà di furia arresa a se stessa, qualcosa mi diceva sempre più spesso di andare, di andare subito, di andare e basta. Dove non avrei saputo dire. Lontano. Per vivere. Volevo vivere. Dovevo vivere. Era, tutto sommato, un’idea immensa anche quella. Ed era mia. Ne ero certo. L’avevo avuta io. L’avevo avuta sempre.

Spegnevo l’ultima sigaretta con la suola delle scarpe, mi alzavo, montavo in bicicletta e riprendevo la via di casa. Il mare era un’abbagliante fiammata color lavanda, la sirena di mezzogiorno ululava e allora, non so perché, pensavo a quanto ero veloce, da ragazzino, sulla fascia destra del campetto dietro casa mia. Lo ero sul serio, schizzavo via quasi imprendibile, come argento vivo, come fuoco liquido. Ero una prima scelta, un capitano, a quei tempi, e che cosa fosse successo dopo, cosa fosse andato storto, così su due piedi, non lo avrei saputo dire. Davvero.

Pedalavo verso il cavalcavia della stazione e pensavo a tutti quanti i miei amici, in quei lunghi e lontani pomeriggi d’estate. Eravamo una colorita tribù di selvaggi ed eravamo, perlopiù, magri e sudati. Spigolosi nei nostri corpi che cambiavano, che prendevano decisioni al posto nostro, mentre noi, che giocavamo a pallone tra le cicale, la terra indurita, l’erba bruciata e il vento caldo di luglio, non ce ne accorgevamo. Ieri come oggi non ne sapevamo niente.

E poi, ad un certo punto c’erano stati i capelli di Lucia, me lo ricordo ancora bene, il giorno in cui se li era improvvisamente sciolti. Era la primavera del 1995 e i capelli di Lucia erano una nuvola di rame in movimento, liberi e leggeri, fatti apposta per scintillare lungo le rotte tracciate dal vento nuovo che ci spingeva tutti quanti avanti. Tutti quanti verso di lei. Erano bellissimi, i capelli di Lucia come bellissima era lei, Lucia, una dea di quindici anni, gli occhi azzurri, il magico corpo da giovane ballerina, i piccoli seni a punta che, da sotto una maglietta di cotone, sfidavano il mondo, la forza di gravità, l’onda d’urto del 2000 che, ormai, bussava forte alle porte del tempo. Tutto doveva ancora succedere eppure tutto era già successo.

E forse, pensavo adesso, mentre pedalavo su per la salita, il mare ormai alle spalle, l’aria fredda dritta in faccia, era stato allora, davanti alla sottigliezza della fune, alla profondità del vuoto, al miracolo del volo, all’improbabilità dell’esserci, che mi ero rotto in due. Con ogni cosa che avevo che mi colava fuori e che dopo poco si perdeva. Come un lontano bagliore nella notte sterminata. 

Serie: L'autunno del 2007


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Le storie di vita vera sono fra le più difficili da sceneggiare, proprio perché hanno l’arduo compito di racchiudere tutte le emozioni di chi quelle scene le ha vissute per davvero.
    Tu, però, questo compito lo hai svolto alla grande e ne hai tirato fuori una storia davvero molto bella.

  2. I racconti sono come le canzoni: alcuni ti piacciono, altri no, altri ancora li senti tuoi. Inutile scendere nei dettagli, ho rivisto il mio passato e le mie scelte in questo magnifico epilogo.
    Bella storia, Michele.