Legami indissolubili

Serie: Helena Everblue


La moria di bambini era un segno inequivocabile dell’avvento dell’oscurità: questa era la convinzione che colmava i pensieri di Erphinia. Indossata una tenda da circo come abito, e caricati i palmi di oro, aveva imboccato la via che l’avrebbe condotta nella zona sud, il porto. Due ore scarse di cammino ciondolando come un grosso birillo. Quando fu costretta a fermarsi a un incrocio per colpa di un carro carico di letame, ne approfittò per dare l’ennesima occhiata alla mappa che il nonno le aveva lasciato in eredità. Non che nutrisse grandi speranze: lei era un’aristocratica non una cartografa.

Giunta a destinazione, attese sulla banchina l’arrivo dei pescherecci. Sopportò gli sguardi sudici di rozzi uomini e tappò le orecchie alle risate sghembe di vecchie prostitute. Se l’oscurità si fosse limitata a prendere solo quella piccola parte di mondo avrebbe potuto sopportarlo; lo sporco andava lavato.

Giunse una nave accompagnata da sbuffi di fumo oleoso. Requoll era il nome inciso sullo scafo. Erphinia trascorse la mezz’ora successiva a osservare un gruppo di uomini nerboruti intenti a scaricare quintali di merce. Un ometto tarchiato lanciava ordini condendoli con invettive.

Alla fine la donna prese coraggio e si decise a fare la propria mossa.

«Perdonatemi signore» disse rivolgendosi a quello che le sembrava il capo. Srotolò la mappa. «Avrei bisogno di andare nel luogo qui indicato».

«Io avrei bisogno di un bel pompino, invece» le fece eco volgare uno dei marinai.

«Basta!» lo rimproverò in maniera non troppo convincente il Forse capo. «Vi sembra questo il modo di comportarsi con una signora?».

Le risa esplosero, tra sudore e puzzo di fatica.

«Ohh, il primo marinaio Isma è rimasto colpito da questa bella signorona!» lo canzonò un secondo marinaio.

«Ma stai zitto!» replicò il Forse capo Isma. «Li perdoni, signora, starsene tanto tempo per mare non fa bene a questi giovinastri.» S’inchinò trattenendo una risata.

«Non m’importa» tagliò corto Erphinia. «Voglio solo che mi portiate su quest’isola.» Indicò un punto esatto sulla mappa.

Isma si grattò il mento irsuto. «Noi cerchiamo pesce, niente servizi alla persona, grazie».

Erphinia non era disposta ad arrendersi così facilmente. «È lei quello che comanda qui?».

«Nossignora, ma dubito che al nostro capitano interessi la vostra…».

La donna aprì la mano sinistra; l’oro sbrilluccicò sul palmo.

«…che aspettate, signora! Il capitano Acabh sarà lieto di avervi a bordo!».

***

Il capitano Acabh era un uomo imperscrutabile; Erphinia lo vide raramente nei quindici giorni che fu costretta a condividere con l’equipaggio della Requoll. A volte sostava a prua, le mani posate sul grande arpione che la donna immaginava servisse a infilzare pesci particolarmente grossi. Pesci enormi.

Isma se ne stava sempre a qualche passo di distanza; girava voce che soffrisse il mal di mare ma Erphinia non era così sprovveduta da non conoscere le proverbili balle raccontate dai marinai. Nulla toglieva che il primo marinaio fosse strano. L’unico di cui sentiva di potersi fidare era il capitano; le aveva assicurato che l’avrebbe portata a destinazione e questo le bastava. Aggiungere dieci gialli all’oro che già aveva offerto, le sembrò tuttosommato un prezzo equo. Però, nonostante un discreto bagaglio di qualità, Acabh restava pur sempre un lupo di mare: il difetto d’ ingigantire la realtà era insito nel suo animo.

Una sera, durante la quale si era lasciato tentare dai richiami della bottiglia, aveva trascinato Erphinia fino all’albero maestro per affondare le mani nel grasso delle sue natiche. Lei lo aveva respinto con sdegno, facendolo cadere.

«Che ci fai sulla mia nave, enorme pesce leggendario?» L’alcol dentro di lui farfogliava assurdità. «Ti taglio a pezzetti e li sbatto sui banchi del mercato!».

«Capitano!» Erphinia provò a richiamarlo dall’illusione che lo aveva intappolato. «Torni in sé. Questo modo di comportatsi offende il suo ruolo». Non poteva nascondere i chili di troppo che appesantivano il suo corpo, ma fino a quel giorno nessuno l’aveva mai paragonata a un grosso pesce. Un enorme pesce leggendario.

In un istante di ritrovata lucidità, Acabh ebbe il buon senso di alzarsi e girare i tacchi. Erphinia lo vide mentre si chiudeva in cabina. Immaginò che la mattina seguente avrebbe vomitato in compagnia di Isma.

«Pesci leggendari» ripetè la corpulenta aristocratica di secondo grado tra sé e sé . «Questi uomini ne raccontano una più grossa dell’altra». 

*** 

Cogliendo tutti di sorpresa, Hugo comincia a ridere.

«Che diavolo gli succede, principessa?» domanda Jade con una smorfia di incredulità sul volto. «È forse impazzito?!».

«Oh cavolo, bambinella! No, aspetta, forse dovrei chiamarti signorinella.» Non attende risposta. «Diciannove anni non li dimostri proprio!».

«Eppure è così».

«Però finalmente le cose tornano.» Osserva il suo coltello con fare assorto. «Ecco spiegato il motivo per cui la Malattia non ha alcun effetto su di te. Tu non sei una bambina!» La risata diventa quasi assordante, isterica. «E io che mi ero immaginato chissà cosa. Alla fine è tutto così semplice e logico».

«Signor Hugo, io…».

«Se avessi detto subito la verità, forse la testa di Markus si troverebbe ancora attaccata al suo collo e non a marcire lì per terra».

«Mi dispiace».

La risata di Hugo va scemando, si trasforma in un impercettibile tremolio di labbra. «Ti dispiace? TI DISPIACE?!» Allunga la lama del coltellaccio a indicare il corpo senza vita accasciato sul pavimento. «Credo che dispiaccia più a lui!».

«Basta principessa.» La voce di Jade è risoluta. «Lasciate che ponga fine all’esistenza di quest’uomo.» Solleva la spada.

Helena si avvicina all’uomo, ma questi la allontana con un gesto stizzito.
«Ti ho accolto in casa mia senza pretendere nulla in cambio! Non provare a toccarmi, mia cara bambina signorina».

I nervi di Jade sono tesi; li rilassa. La lama scende.

«Basta Jade, fermati!».

La dama nera ripone l’arma, non senza prima indirizzare a Helena un cenno di disapprovazione.

L’aria si fa rarefatta; la tensione rende ogni respiro una sfida.

«Bambina signorina.» Helena spalanca i suoi strani occhi, meravigliosamente strani. «Il fatto che io non sia né una né l’altra è la mia condanna».

Jade le appoggia una mano sulla spalla sinistra e, avvicinate le labbra a un orecchio, le sussurra: «Questo non è vero, principessa. Voi siete entrambe le cose».

Helena vorrebbe abbandonarsi, cadere tra le braccia della dama nera, fingere di essere davvero la bambina che appare. Chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro, protetta. Solo per un istante, un singolo istante di pace.

«Andatevene.» A Hugo non serve il coltello per aprire una ferita nel cuore di Helena. «Ancora un minuto in questa casa e vi ammazzo tutte e due».

«Mi dispiace, signor Hugo, non fosse stato per lei…».

«Lo capisci che te ne devi andare?!».

Jade la afferra per un polso…

«Ha ragione, principessa, se non ce ne andiamo qualcuno morirà di certo».

…e la trascina con sé.

Le due donne abbandonano la casa in silenzio, simili a religiose durante una processione. Vengono inghiottite dall’oscurità che ammanta l’esterno. 

***

Una volta rimasto solo, la corazza di Hugo si sgretola: il coltello scivola dalla sua mano tremante e, con un tintinnio sordo, finisce sul pavimento. Si china per raccoglierlo ed è proprio in quel momento che la vede: una fotografia sgualcita, appena sotto la branda che aveva ospitato Helena. L’immagine di una bambina. Nove, forse dieci anni. Il viso sorridente. Lunghi capelli neri a sfidare la luce.

«La mia dolce, piccola Lhara.» Si asciuga il sudore che gli sta uscendo dagli occhi, si alza e lei è lì, proprio davanti a lui.

«Lhara, ma non è possibile!».

Helena dev’essere rimasta molto male per come l’hai trattata.

«Si è presa gioco di me».

Voleva solo che tu l’aiutassi. Come me, ricordi?

«Ti sbagli, lei non è come te».

Avevo perso entrambi i genitori e tu mi hai raccolto mentre rovistavo tra i rifiuti.

«Avrei dovuto lasciarti nella zona alta di Newcity, forse qualcuno ti avrebbe adottato!».

Nessuno lo avrebbe fatto e tu lo sai. Mi hai dato da mangiare, mi hai accolto. Hai aiutato me, perché adesso non vuoi aiutare lei?

«Bell’aiuto che ti ho dato! Tu sei morta ed è solo colpa mia!» Deve fare tremendamente caldo tra quelle quattro mura: il sudore non smette di scendergli dagli occhi.

Sì Hugo, sono morta. Ma Helena non lo è, non ancora.

«Lei è diversa, non è una bambina».

Ti vuole bene…

«A volte non basta».

…e tu vuoi bene a lei.

L’illusione di Lhara sfuma, svanisce lasciando Hugo con la sola compagnia dei suoi dubbi.

E questo vostro legame non potrà mai essere sciolto.

Serie: Helena Everblue


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Horror

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Discussioni

  1. Un brano del forte impatto emotivo con lo sfondo di una storia veramente incredibile e originale.
    Mi piace il tuo stile che lascia la possibilità al lettore di creare una sua versione del mondo che descrivi un poco alla volta.

    1. Allora, io e le descrizioni ambientali non andiamo proprio d’accordo…?
      A parte gli scherzi, mi piace che il lettore “partecipi” alla storia, ci metta del suo. Grazie Alessandro.

    2. Non intendevo mondo come ambiente ma in senso più ampio. Che tipo di società, in che epoca, qual’e la situazione politica o la conformazione geografica. Roba così

    3. Alessandro, come ho già detto ad altri in precedenza, nella seconda stagione assisteremo a un viaggio; solo allora il mondo si aprirà!??

  2. Bellissimo, impatto emotivo nelle parole, la descrizione molto empatica. Siamo all’ottava puntata eppure sei riuscito a prendermi come fosse la prima. Pero ti odio lo stesso, sappilo! XD

  3. Uhm, ho colto qualcosa in questa sorta di malattia che colpisce i bambini: sarà uno dei punti focali della serie? E Lhara, Hugo? Hai rincarato la dose di curiosità con questo nuovo capitolo! Chissà dove andremo a parare, con te mai nulla è scontato! 🙂

    1. Nel prossimo episodio altri indizi sulle ragioni che hanno portato Helena ad abbandonare la capitale su una piccola barca a remi. Per quanto riguarda la Malattia, sarai tu (e tutti i lettori) a decidere cosa sia! Sembra assurdo, ma non lo è. Ti troverai davanti a due alternative, a quale sceglierai di credere?
      Vedrai vedrai…quesiti esistenziali in arrivo!!!?

  4. Ciao Dario, finalmente ci hai svelato l’identità della bimba ritratta nella foto. Rimangono tuttavia molti punti oscuri, come quello della malattia che colpisce i bambini e le ragioni che hanno spinto Helena a scegliere la via dell’esilio. Attendo il prossimo episodio, sperando di recuperare qualche altro pezzo del mosaico 😉

    1. Nel prossimo episodio il lettore attento capirà molte cose…e tu sei una lettrice molto attenta.?

  5. Dario, con te non ci si annoia davvero mai!! Chissà cosa è successo tra Hugo e Lhara… Non so cosa aspettarmi, e poi c’è ancora la questione dell’essere bambini o no, che certamente è legata al destino di Lhara… diavolo di un Pezzotti, chissà cosa ti sei inventato!

    1. Ahahahah, se riesco a tenere viva l’attenzione ne sono lieto. Il (triste) destino di Lhara è sì importante, ma è legato più a Hugo che a Helena. Per quanto riguarda la questione dell’essere bambini o no, è il perno sul quale si regge l’intera serie. Ciao Antonino.