Legno
Serie: Morti
- Episodio 1: Le mandava segnali
- Episodio 2: Dopo il ritorno (prima parte)
- Episodio 3: Dopo il ritorno (seconda parte)
- Episodio 4: Dopo il ritorno (terza parte)
- Episodio 5: Dopo il ritorno (quarta e ultima parte)
- Episodio 6: Contratto a termine
- Episodio 7: Valigie
- Episodio 8: Legno
STAGIONE 1
Doveva prima finire il trasloco. Da Magliana fino alla Nomentana Nuova, ogni volta un viaggio.
Erano vestiti, soprattutto camicie e maglioni, e poi scarpe, piccolo mobilio, uno scaffale, i libri suoi e quelli di Donata, due sedie, un tavolo di plastica con le gambe pieghevoli.
Angelo caricava l’automobile fino all’inverosimile e partiva, col traffico della mattina a riempirgli gli occhi e gli orecchi: ma tutto rimaneva esterno, come quando guardiamo un documentario che non ci interessa.
C’erano anche da trasferire i piatti, le pentole, un certo numero di caffettiere, il forno a microonde, e poi coperte e lenzuola e una foto di Donata, grande, a colori, fissata dietro un foglio di plastica rigida. Donata portava la parrucca bionda e sorrideva con i suoi denti irregolari.
Povero amore mio.
Il letto no, quello sarebbe rimasto dove era sempre stato in quei dieci anni, nella stanza con le pareti azzurre. E così anche l’armadio di legno buono che lei aveva comprato proprio all’inizio.
Il materasso da due, invece, verniciato dall’odore della malattia, l’avevano portato, lui e Michele, in una discarica pubblica (il nome “isola ecologica” lo faceva infuriare) chiuso nel sacco di tela in cui era avvolto al momento dell’acquisto e che Donata aveva conservato per quando si sarebbero trasferiti nella nuova casa.
L’avevano guardato un momento prima che si sciogliesse nel nulla degli altri scarti, assorbito dall’insignificanza delle cose che ritornano a essere tali dopo l’amore e il dolore.
Eppure, sembrava che quel trasloco non dovesse mai finire. Le cose si moltiplicavano come per dispetto, nemmeno figliassero, e spuntava sempre una nuova galassia di oggetti grandi e piccoli che si illuminavano come le stelle ogni volta che Angelo apriva un cassetto o lo sportello di un mobile che era sicuro di avere già svuotato.
Due macchine fotografiche, la videocamera, una serie di copie di stampe di Daumier comprate a una mostra, e decine e decine di biglietti del cinema, che Donata non aveva mai gettato via, scrivendo su ognuno il titolo del film che avevano visto insieme.
«Perché bisogna tenere conto del bello e del brutto» diceva, e poi strizzava un occhio come alludendo a qualcosa che ad Angelo sfuggiva.
Due giorni prima aveva trovato ancora, sepolta nel comodino di lei, una copia di Madame Bovary con i righi sottolineati a penna uno per uno
Non gliel’aveva mai visto in mano e si domandò quando l’avesse letto.
Forse di notte, quando non riuscivi a dormire, povero amore mio.
Sicuramente, per non svegliarlo, si era spostata a fatica nel soggiorno, sulla poltrona a fiori.
Questa, troppo grande per stare nel bagagliaio o sui sedili dell’automobile, l’aveva affidata a una ditta di trasporti insieme al tavolo della cucina e a una scultura in legno che lo zio di Donata aveva portato in dono il giorno in cui si erano trasferiti insieme nell’appartamento a Magliana. Era scura, di legno grezzo, e raffigurava una ragazza che si chinava a toccarsi un piede con la mano destra. La figura disegnava un ovale sghembo, con il braccio parallelo alla schiena e il capo rivolto in basso. Solo la rigidità del legno impediva che i capelli le piovessero sul viso.
Era brutta ed era bella.
«L’alto e il basso devono unirsi» aveva detto lo zio e non c’era stato modo di cavargli altro.
Gli artisti a volte… ma Donata amava quella figura strana e a suo modo seducente, e quando venivano i soliti amici faceva sempre in modo che la notassero come se non l’avessero mai vista prima.
D’altra parte, era impossibile che restasse inosservata, perché l’aveva sistemata al centro del soggiorno, di lato al divano, quasi a sorvegliare l’andamento delle rare visite che ricevevano.
Anche quel divano era stato portato nella casa sulla Nomentana, sistemato a fatica sul retro del furgone Ford del padre di Michele, pensionato e muratore e imbianchino a tempo perso.
Michele aveva guidato nel traffico quasi con allegria mentre Angelo fumava in silenzio. L’avevano portato su per le scale fino al secondo piano e poi si erano seduti proprio su quello a riprendersi dall’affanno e a bere un caffè.
«Di che colore le vuoi le pareti?» gli aveva chiesto Michele. «Oh, tranquillo, mio padre ha detto che te le fa gratis.»
«Azzurre. Le vorrei azzurre. Però voglio pagare. Non si può avere gratis il passato.»
«Ma sarai matto?» e Michele si era fatto una risata, ma era per il dispiacere, perché sapeva da dove proveniva tutto quell’azzurro.
L’ultimo giorno la macchina di Angelo è stracarica al punto che lo specchietto retrovisore è completamente occupato dal riflesso dei due quadri che Donata aveva dipinto verso la fine, sistemati sui sedili di dietro in cima a una congerie di oggetti raccolti all’ultimo momento. Oltre a quelli non si vede nient’altro e Angelo deve arrangiarsi con gli specchietti laterali.
Però i quadri si vedono bene, specialmente uno, dove c’è il ritratto di una donna. Solo dai denti irregolari si riesce a capire che doveva essere un autoritratto.
Povero amore mio, proprio non eri portata.
E pensa che il passato appare meglio del futuro, che non esiste.
«Il passato appare sempre» pensa Angelo e stringe il volante fra le dita fino a sentire dolore.
Quando arriva, parcheggia sotto casa nuova e fa tre viaggi per portare su tutto. Lo sa che se tornasse ancora a Magliana troverebbe chissà quanta altra roba disseminata qua e là, ma sa anche che non potrebbe mai ritrovare Donata e il prossimo, brutto quadro che avrebbe dipinto.
Nel soggiorno si siede sul divano e accende una sigaretta, girando lo sguardo sulla casa ingombra.
«Non c’è più spazio per nulla» pensa.
Dopo un minuto spegne la sigaretta nel posacenere e va verso la fanciulla di legno.
Si china per penetrare nello spazio fra il torace e le braccia e si solleva, ruotando la testa, a baciarle le labbra dure rivolte verso il basso, che sono morbide come il legno e quasi calde.
I capelli non si muovevano, incorporati nel legno, e la ragazza forse sorrideva al passato in cui era scolpita.
Serie: Morti
- Episodio 1: Le mandava segnali
- Episodio 2: Dopo il ritorno (prima parte)
- Episodio 3: Dopo il ritorno (seconda parte)
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- Episodio 5: Dopo il ritorno (quarta e ultima parte)
- Episodio 6: Contratto a termine
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“Donata portava la parrucca bionda e sorrideva con i suoi denti irregolari.”
Questa frase mi ha colpito e aiuta a capire quale malattia abbia colpito Donata,
Sei stata molto gentile a dedicarmi il tuo tempo, M.Luisa. Te ne sono grata. Una parrucca bionda, quasi una dichiarazione apertis verbis.
Però! Bene, bello 🙂
Sono molto contenta che ti sia piaciuto, Kenji. Grazie mille.
La minuzia con cui descrivi ogni particolare e gesto fa pensare a qualcosa di realmente vissuto; d’altronde, chi di noi non ha mai desiderato fuggire dal passato e, al contempo, conservare un ricordo della bellezza del tempo perduto?
Grazie infinite, Concetta, come sempre. Credo ci sia una frase di Eduardo che riguarda tutti coloro che scrivono non solo, o non esclusivamente, per divertimento: “Ho assorbito avidamente, e con pietà, la vita di tanta gente”. Anche quello che scrivi tu è su questa linea, a mio parere. Un abbraccio.
Sì, è come hai detto, Francesca.