L’epidemia
Serie: Zombie: End Of Mankind
- Episodio 1: L’inizio di tutto
- Episodio 2: L’epidemia
STAGIONE 1
Mi ero da poco seduto sul divano, quando d’un tratto iniziai a sentire delle urla provenire dall’esterno.
-No vi prego non fatelo, lasciatelo andare…-
Di colpo si sentì uno sparo, poi un attimo di silenzio.
Qualcuno bussò alla mia porta, chiesi chi fosse.
-Esercito degli Stati Uniti d’America, apra la porta o saremo costretti a usare la forza!-
Andai alla porta ad aprire e subito mi si parò di fronte un soldato.
Indossava una mimetica urbana grigia con un motivo a pixel marpat, un casco grigio e una maschera antigas. Vedevo a malapena i suoi occhi.
Alle sue spalle c’erano altri soldati vestiti allo stesso modo.
Il militare che aveva bussato mi chiese di porgergli il braccio e, non volendo problemi, obbedii. Alzai il braccio e l’uomo mi poggió sul polso uno strumento simile a uno scanner per codice a barre. Sentii una leggera vibrazione, ma non fece alcun male. Dopodiché mi chiese di mostrargli gli occhi, dove puntò una specie di torcia a ultravioletti che emanava una luce blu.
Non disse nulla.
Chinò la testa e alzò il braccio destro per guardare il piccolo display che aveva al braccio in attesa di un riscontro.
-Ci sono altre persone in casa signore?-
Risposi di no perché vivevo da solo da qualche anno, ma loro insistettero ugualmente per controllare. Dovetti farmi da parte e lasciare che entrassero; due soldati salirono al piano superiore mentre altri due scesero in cantina.
Dopo aver verificato che fossi solo se ne andarono senza dire nulla.
Probabilmente non ero infetto.
Chiusi la porta continuando a chiedermi cosa fosse appena successo di preciso e, non feci in tempo a voltarmi che sentii subito altre urla. Urla di dolore.
Mi affacciai alla finestra che dava sulla strada e vidi un soldato disteso a terra. Su di lui c’era una persona che lo colpiva e lo mordeva. Era completamente fuori controllo. Fu a quel punto che gli altri militari iniziarono a sparare all’uomo che stava aggredendo il loro commilitone.
Si sentirono una decina di spari e subito dopo il silenzio.
I militari erano lì, fermi, a puntare il cadavere in attesa di un altro movimento.
D’un tratto un soldato si avvicinò al collega per controllare se fosse ancora vivo spostando il cadavere della persona per accettarsene.
Fece un cenno agli altri, uno di loro prese un walkie talkie e dal labiale sembrava stesse chiamando un trasporto feriti, o almeno questo è quello che mi sembrava di aver capito.
Pochi secondi dopo vidi i miei vicini, Sally e Bob, aggredire un uomo.
Gli corsero addosso placcandolo e quando cadde a terra si lanciarono su di lui e iniziarono a morderlo, strappandogli brandelli di carne; il tutto mentre lui era ancora vivo. Si contorceva e gridava dal dolore. I suoi lamenti erano strazianti.
Guardavo la scena incredulo e sconcertato.
La paura aveva stimolato l’adrenalina, le mani tremavano e non riuscivo a fermarle.
Non passò un attimo che si sentirono decine e decine spari. Un frastuono assordante.
La strada era completamente ricoperta di sangue. Sparsi per strada c’erano tutti i bossoli che i militari avevano esploso.
Sally e Bob erano morti, stesi sull’uomo che avevano aggredito, ricoperti di sangue e pieni di fori di proiettile.
Era una scena orribile, tanto che uno dei militari si levò la maschera per vomitare.
Rimasi lì, immobile, a guardare tutto quello che stava succedendo. Come impietrito.
Non passò neppure un minuto che d’un tratto iniziai a sentire altre urla e, da destra, dove si trovava l’ospedale, vidi alcune persone scappare. Sembravano terrorizzate. Dietro di loro, quei cosi…le stavano rincorrendo lanciandoglisi addosso.
Erano orribili.
La loro pelle era di un pallido color bianco e come se ciò non bastasse, si vedevano lungo braccia e gambe delle venature nere. Gli occhi erano vitrei simili a sfere di vetro e i denti erano diventati gialli. Alcuni non avevano più i capelli mentre altri solo qualche ciocca.
Si muovevano rapidi, riuscivano quasi a schivare i colpi sparati dai militari
Sembrava quasi che in loro fosse stata accantonata la parte umana e avesse preso il sopravvento una cosa del tutto nuova, un qualcosa di spaventoso e privo di sentimenti.
Ero sconvolto dal loro aspetto.
Quando cominciarono gli spari sobbalzai per lo spavento; la mia attenzione era tutta concentrata sull’aspetto di quegli esseri.
Tornai a guardare i militari, stavano facendo fuoco su quegli esseri e, man mano che raggiungevano i camion con cui erano arrivati, misero in moto e sparirono dalla strada.
Una volta che i soldati erano spariti, smisero gli spari e cominciarono le urla, di tutte quelle persone che erano state attaccate e atterrate.
Per strada c’erano decine di cadaveri, non capivo più se fossero umani o quei mostri a essere morti.
Deciso a non farmi prendere dal panico, prima che quei cosi mi notassero, chiusi immediatamente la porta principale e tirai le tende in tutte le stanze al pianterreno.
Cercai di fare il più in fretta possibile.
Nonostante ci stessi provando, restare calmo era a dir poco difficile. Con tutto quello a cui avevo appena assistito, poi…
Sentii il cellulare squillare dall’interno della tasca dei miei pantaloncini lo presi con un gesto fulmineo della mano. Era Michael, il mio miglior amico, abitava di fronte a casa mia e lavorava in polizia.
Il suo soprannome era Mick, era un ragazzone, piuttosto alto e muscoloso. Capelli rasati, occhi marroni, senza barba.
Era il suo giorno libero, risposi e lo sentii piuttosto agitato.
-Ivan, sei in casa?- chiese Michael frettoloso. Si sentiva che qualcosa lo preoccupava.
-Sì. Per fortuna, sì.- risposi mentre mi allontanavo dalla porta per parlare liberamente continuai chiedendo -Perché?-
Ad avergli fatto quella domanda iniziò a raccontarmi che ieri, mentre era in centrale, aveva sentito il capitano discutere animatamente con un generale dell’esercito. Aveva sentito solo poche parole, ma da quanto aveva capito parlavano di una quarantena e di un piano d’evacuazione.
-Non preoccuparti, se è come dici verranno a prenderci. Per ora chiudi tutte le porte di casa e tira le tende delle finestre, chiaro? Tieniti la pistola vicino, non si sa mai.- dissi mentre salivo al piano di sopra per trovare un punto da cui poter osservare la situazione all’esterno.
-Ok. Stai attento.- si raccomandò lui.
-Anche tu Mick.-
Lo salutai con la paura di non rivederlo più e andai in camera mia. Mi sedetti davanti alla finestra che dava sulla strada e scostai leggermente la tendina dal vetro.
La mia attenzione fu attratta dalla casa dei Miller, sull’altro lato della via. La porta si aprì di scatto e nel giro di pochi secondi vidi Paul e Linda correre alla loro auto parcheggiata sulla strada; Linda, fortunatamente, riuscì a salire in auto mentre suo marito purtroppo no.
Era stato preso alle spalle e trascinato a terra da uno di loro. Da uno di quei disgustosi esseri. Subito ne arrivarono altri due, pronti ad abbuffarsi delle viscere che il primo aveva sparpagliato ovunque dopo aver squarciato il petto di Paul.
Non riuscii a guardare oltre, corsi in bagno. Sentivo che di li a poco avrei vomitato tutto, forse per la scena a cui avevo appena assistito o per lo stress accumulato.
Fortunatamente si trattava solo di una sensazione, così scesi al piano terra. Stando lontano dalle finestre mi diressi in cucina, presi una bottiglia di Bourbon e iniziai a bere. Con le assurdità che avevo appena visto potevo permettermelo.
Cominciai a pensare tra me e me che andava tutto bene per cercare di rimanere calmo, ma dentro di me sapevo che non era così.
Mi sedetti sul divano e senza indugiare oltre tirai fuori dalla tasca il mio smartphone con gli auricolari per ascoltare la radio. Ero interessato a delle notizie su quello che stava accadendo in città, ma nessuna stazione ne parlava, così iniziai ad ascoltare della musica.
Erano passate circa due ore e si erano fatte le undici circa, a quel punto decisi di tornare al piano di sopra. Recuperai uno zaino da campeggio, uno di quelli enorme, e tornai di sotto pensando cosa mi sarebbe servito una volta fuori di qui.
Cibo.
Presi degli alimenti in scatola. Dell’acqua, molta acqua; una borraccia sola non bastava, così presi tre bottiglie e le infilai nello zaino. Torce, batterie, medicinali e munizioni.
Misi lo zaino sul divano e scesi nel seminterrato.
Stavo facendo tutto di corsa, ma forse era giusto così.
Aprii la cassaforte dove tenevo le due pistole che usavo solitamente al poligono e le agguantai.
Una era una .44 Magnum che avevo verniciato di nero opaco, con alcuni dettagli bianchi. Mentre l’altra era una vecchia colt m1911 che mio padre mi aveva regalato poco prima della sua morte. Era bella, particolare. L’impugnatura in legno portava l’incisione di una scritta che io, personalmente, non comprendevo; papà diceva sempre che un giorno l’avrei capita.
“Si vis pacem para bellum” questo riportava l’incisione.
Presi le rispettive fondine, i caricatori, i proiettili e mi diressi in salotto dove avevo lasciato lo zaino. Infilai qualche scatola di proiettili e un paio di caricatori nello zaino, ma ne tenni uno nella tasca dei pantaloni assieme a qualche calibro 44.
La sicurezza non era mai troppa.
Legai la fondina del revolver in vita mentre allacciai quella della colt alla coscia e mi sedetti ad aspettare che facesse buio.
Per strada si sentivano ancora le urla delle persone martoriate e i versi di quegli esseri.
Era atroce.
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