L’equilibrio perfetto – 3b

Serie: L’equilibrio perfetto


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Tutti i permessi che ha chiesto erano legati ad oggettive necessità, proprio come la figlia della mia vicina, che ad onor del vero il lavoro non lo ha ancora perso, né lo perderà, sempre che riesca ad andare a comprare le mascherine in tempo.

Come tutti i ladri alle prime armi, anche lui ha deciso di iniziare da cose semplici, furti con un tasso di guadagno abbastanza basso, ma allo stesso tempo caratterizzati da un altrettanto basso rischio di venire arrestati.

Essendo un uomo fondamentalmente onesto, spinto al crimine dalla fame, è naturale che i suoi primi furti riguardino non tanto i soldi, ma ciò che permette di vincere la fame, ovvero il cibo stesso. Il suo primo impulso è stato quello di rubare cibo direttamente nei supermercati, ma di Arturo tutto si può dire tranne che sia uno stupido (anche per questo ho pensato ad un figo hollywoodiano come ipotesi di casting), quindi è molto consapevole del fatto che i supermercati sono pieni di telecamere, i prodotti hanno il tag magnetico, e il furto di cibo nei supermercati è roba da pensionati, che vengono beccati tutte le volte, e il massimo che ottengono è un articolo patetico sul giornale locale, in cui diventano il simbolo della condizione degli indigenti in Italia, e dell’indifferenza del governo ai problemi di chi fa la fame. Ad Arturo non interessa diventare strumento di un dibattito politico, quindi il furto di cibo lo avrebbe scartato subito, se non gli fosse venuta un’idea geniale a proposito, una volta che stava facendo la doccia, e la doccia era fredda (erano tre mesi che non pagava la bolletta), ma a lui non importava perché suo nonno da bambino gli diceva sempre che la doccia calda era roba da signori, e la doccia fredda non solo temprava il corpo ma acuiva la mente (suo nonno era morto alcolizzato, la doccia da lui era sempre fredda perché si beveva tutto quello che guadagnava, se lo ricordava sempre ubriaco quindi la frase sulla mente acuta probabilmente la diceva per sentito dire).

L’idea geniale consisteva in questo: rubare cibo, sì, ma non nei supermercati, bensì fuori dai supermercati. Aveva osservato più volte una procedura che si ripeteva sempre uguale: il cliente usciva dal supermercato col carrello pieno. Spingeva il carrello fino alla macchina. Apriva la serratura e metteva i sacchetti della spesa nel bagagliaio. Poi andava a riporre il carrello nella pila di carrelli per riprendersi la monetina. Poi tornava alla macchina e se ne ripartiva. Arturo aveva studiato la cosa per settimane, e aveva notato che nel 95% dei casi, nessuno pensava a richiudere la macchina mentre andava a riporre il carrello. Del 5% restante facevano parte notai con macchine costosissime e indigenti anziani da 280 euro di pensione di invalidità al mese, che non compravano mai più di due o tre scatolette di tonno, cracker in offerta e l’ultimo numero della guida TV. Questo voleva dire che che esisteva un gap di venti, trenta secondi, in cui il cliente lasciava incustodita una macchina aperta piena di cento, centoventi euro di spesa come minimo. Era in quel momento che lui poteva agire. Sapeva bene che anche i parcheggi dei supermercati erano pieni di telecamere, ma in quel frangente l’obbligo della mascherina tornava propizio, e lui avrebbe sfidato chiunque a distinguerlo da chiunque altro, soprattutto considerato che si portava sempre dietro due giacche e due cappellini diversi, rosse e nere, uno per l’entrata, uno per l’uscita.

Nascosto dietro un bidone della spazzatura, siccome non amava rischiare, aspettava il cliente che parcheggiava la macchina più lontano possibile dalla pila di carrelli, e appena quello gli voltava le spalle correva a rubare i sacchetti dal bagagliaio.

Questo però è l’antefatto. Nel capitolo terzo, che non ho tempo di scrivere, erano già due o tre settimane che rubava sacchetti con successo, e come sempre capita ai delinquenti dilettanti, anche lui era caduto vittima dell’hubris, e si credeva invincibile.

Quella volta tutto si era svolto come da copione, stava già allontanandosi a piedi con due sacchetti pieni di ogni ben di Dio, quando un poliziotto lo fermò perché aveva la mascherina slacciata. Uno dei due elastici si era rotto, e la mascherina gli penzolava libera appesa solo da un orecchio. Nessuno ci avrebbe fatto caso, ma il poliziotto in quel caso era particolarmente zelante.

Era Giorgio, quello del secondo capitolo, al primo giorno di lavoro fuori dalla sua sua scrivania. Ci teneva quindi a fare il suo lavoro per il meglio, perché convinto che due o tre denunce gli avrebbero permesso di riavere indietro la sua carriera.

Quando sentì il poliziotto che lo fermava, Arturo andò nel panico. Come sappiamo, era un delinquente dilettante, quindi non aveva ancora sviluppato la faccia tosta per gestire situazioni di questo tipo.

Cominciò a parlare a vanvera, cercando di distrarre il poliziotto, ma Giorgio nonostante i suoi errori non era un poliziotto da quattro soldi, e capì subito la situazione, soprattutto quando il cliente tornò alla sua macchina e vide il bagagliaio vuoto, e si mise a gridare al ladro. Giorgio capì subito che Arturo aveva qualcosa di strano, a partire dalla giacca rossa di due misure più piccola, e il cappello nero troppo grande che avrebbero avuto senso solo ad una finale di Champions del Milan.

Decise quindi di portarlo in centrale per un accertamento con la scusa della mascherina. Sapeva che rischiava grosso, e che se l’uomo si fosse rivelato un cliente regolare il suo capo lo avrebbe spedito nel girone dantesco dell’attraversamento delle strisce pedonali per i bambini di prima elementare da lì all’eternità. Ma a quel punto, dopo aver perso sia Silvia, sia la sua vocazione per i cestini di vimini, non aveva più nulla da perdere.

Ho appena controllato l’orologio, e mancano dieci minuti alla chiusura dei negozi. Devo proprio scappare, ho appena tempo di incollarvi qui sotto il discorso delirante che Arturo fece al poliziotto durante tutto il tragitto dal supermercato alla centrale.

Vado.

“Agente, non so se lei ha mai visto quei film americani dove c’è un attore a casa sua, sul divano, poi la telecamera inquadra il tavolino di fianco al divano, dove c’è la foto dell’attore da ragazzo, che gioca in un parco oppure se è un poliziotto si vede lui a vent’anni con il berretto da poliziotto, io mi sono sempre chiesto se l’attore da giovane lo fanno col photoshop, oppure il regista a un certo punto chiede all’attore di portare sul set le foto di lui da piccolo, per poi metterci il berretto da poliziotto col photoshop, io quando vedo quelle immagini mi sono sempre chiesto se sul set a un certo punto il regista va dall’attore e gli dice, domani portami delle foto di te da bambino, e magari l’attore non ne ha, oppure ne ha solo una il giorno della prima comunione con tutti i cugini attorno, e allora la produzione in sede di photoshop ritaglia via i cugini, e quando poi i cugini vedono il film da cui sono stati tagliati fuori, non è che ci rimangono male?”

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