L’esattore e la rapina 

Serie: Male vite


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Giuseppe continua a essere sotto pressione

È un mattino di sole con un cielo terso e un’aria gradevole, quando ricompare Raf, l’esattore.

«Ammarata, io qua sto!» grida, riempiendo la bottega della sua indisponente baldanza.

«Buongiorno» gli augura Giuseppe, sperando che lo sia anche per sé stesso.

«Se è o non è una giornata da schifo, non lo so ancora!» risponde piccato. «Dammi quello che mi devi, senza farmi perdere tempo!» comanda secco.

Giuseppe si fa piccolo come un passerotto aggredito da un rapace.

«Non ce la faccio a darti tutta la cifra, ne ho solo una parte.» gli chiarisce, aprendo un cassetto del carrello porta attrezzi per prendere la busta con il denaro.

«È la seconda volta che passo e che non ricevo soddisfazione.»

“Porta pazienza che io di più non riesco a fare!» si giustifica il gommista.

«Così non va!» dichiara Raf.

Giuseppe si siede su una pila di pneumatici, allargando le braccia. Vorrebbe scappare, ma non può; vorrebbe essere un altro da sé che vive senza patemi, senza sofferenza, senza tragedia.

L’esattore si avvicina. «Pensi di farmi pietà?» gli alita in faccia, afferrandolo per la nuca. Giuseppe non cerca di liberarsi, anche quando viene strattonato, preso a schiaffi, e infine colpito con una ginocchiata al ventre.

Cade sul pavimento piegato in due, si rialza. A fatica, ma si rialza, scoprendosi coraggioso: «Sono anni che ci incontriamo» dice, guardando negli occhi Raf «e non ti ho mai chiamato per nome. Per me, sei l’esattore: parola generica che potrebbe riferirsi a te e ad altre centomila persone; parola anonima che non ha un’identità unica, precisa, inequivocabile. Parola che dice che tu come persona non esisti!»

Raf lo colpisce di nuovo, stavolta con un pugno sul fianco. «Ti scasso tutte le ossa!» ringhia, prendendo il denaro dal cassetto. Giuseppe ansima, bevendo aria come fosse ossigeno puro.

«Questa è solo una parte, pezzente!» lo apostrofa, dopo aver contato le banconote. «Ci vediamo presto» minaccia, avviandosi verso l’uscita della bottega, non prima di aver squarciato diversi copertoni con il suo coltello.

I lividi sull’addome e sul fianco bruciano. Anche il viso presenta le conseguenze delle botte prese; e pure l’umore è saccagnato.

Alfredo, il gestore del bar, gli porge i cubetti di ghiaccio avvolti nello strofinaccio senza commentare.

«Non ce la faccio più» gli confida Giuseppe.

«Non mi dire niente che non voglio sapere niente. In queste faccende meno si sa e più si sta tranquilli» risponde, spostandosi di qualche metro.

Non lo biasima, perché capisce che ci sono circostanze in cui ,essendo solidali con il debole, ci si schiera contro il più forte, pagandone conseguenze negative. Con la saliva amara e con le ferite che l’amarezza fa bruciare ancora di più, se ne torna in bottega.

Ma ne esce subito dopo, per il suono di una sirena. La volante incide sull’asfalto il segno della frenata. Ne esce il poliziotto, lato conducente, con la mano sulla fondina, come potesse essere necessario l’uso dell’arma.

All’angolo della strada, un vecchietto è seduto su una delle panchine di ferro lungo i bordi dell’aiuola; sanguina dal naso. La donna si agita nel raccontare che due giovani hanno scippato la pensione a quel povero uomo.

«Vi ho chiamati io» conferma il macellaio, uscito anche lui dal negozio in seguito al trambusto. «Volevo chiamare l’ambulanza, ma il signore non ha voluto!» precisa, indicando il vecchio seduto.

«Come sono scappati? A piedi o in motorino» chiede il collega graduato del poliziotto, sceso anche lui dalla macchina.

«In moto» risponde la donna.

«Qualcuno li conosce, sa chi sono?»

La donna non risponde, abbassando gli occhi a terra.

«Se li conosce, deve parlare» insiste il collega poliziotto. La donna continua a stare zitta.

«Allora, li conosce o no?»

Il vecchio, mentre si tampona il sangue con un fazzoletto di stoffa, alza la mano libera per attirare l’attenzione dei poliziotti: «Lasciatela stare. Non vedete che ha paura?»

«Finché state zitti, le cose non cambieranno mai! Poi vi lamentate che c’è troppa delinquenza in giro.» sbotta il graduato. Al che il vecchietto si tira su e gli si avvicina.

«Ma secondo te, l’omertà è una scelta voluta? Se conoscessi i nomi e perfino dove abitano quelli che mi hanno rubato e te li dicessi, tu saresti in grado di proteggermi dalle loro ritorsioni?»

Il poliziotto rimane spiazzato, lì per lì.

«È dovere del buon cittadino fare i nomi di chi delinque, se li sa!» «Lo sai», ribatte il vecchio, «quando hai paura e ti vedi indifeso, preferisci essere un cattivo cittadino, piuttosto che un paziente dell’ospedale!»

«Denuncia contro ignoti, quindi!» concludono i tutori della legge.

«Così deve essere, se al danno non vogliamo aggiungere altri guai!» conclude il derubato, bevendo il bicchiere d’acqua che qualcuno gli ha portato.

Il vicolo laterale al vialetto che costeggia il parco è chiuso in fondo da un ampio edificio recintato da una bassa siepe.

Un portone di massiccio legno dà accesso ai piani superiori. Raf, guardaspalle del boss nelle occasioni mondane, si muove nel tratto che gli consente di avere sotto controllo il villino. Quando la moto si ferma all’imbocco del vicolo, le va incontro.

«Ciao, Raf» lo saluta il centauro, passandogli un involucro prima di ripartire.

Il campanello reca una targhetta sbiadita con un nome che si legge a stento, ma produce un din-don aggraziato. La donna che apre ha i capelli tinti di biondo miele e le rughe pettinate. «È per lui» la informa Raf, consegnando il pacchetto. «Oh! Cosa ci sarà dentro?» chiede lei, incuriosita.

«Non ti interessa! Daglielo e basta!» le risponde, ritornando nella sua postazione.

Intanto, in un letto del fabbricato il boss si muove, si ferma e riprende a muoversi su una ragazza, saziando gli appetiti del proprio eros.

Quando ha finito di usarla, don Carmine si mette comodo, con la schiena appoggiata alla testiera di stoffa.

«Di’ alla signora Valerie che mi faccio una doccia e sono da lei!» le ordina, mentre si accende una sigaretta. La ragazza annuisce, uscendo dalla camera.

Nel bagno c’è uno specchio lungo e largo che prende per intero la figura di una persona, ma il boss lo evita. Preferisce guardarsi in quello piccolo, che riflette solo la sua faccia, dopo averlo pulito dal vapore dell’acqua calda.

Continua...

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