Lesbica

“Non sono lesbica, ma un giorno la mia migliore amica mi ha chiesto di andare a letto con lei e io ci sono stata. È stata un’esperienza fantastica”.

Queste parole giungono alle mie orecchie, pronunciate da una ragazza, seduta insieme a un gruppetto di amici al tavolino di un bar, mentre cammino per strada e passo per caso di lì.

Lesbica. Io sì, sono lesbica. Ma che brutta parola! Perché quando parliamo non diciamo “gay” o “omosessuale” o semplicemente “omo”? Fatto sta che “lesbica” è la parola del vocabolario che ci viene più spontaneo pronunciare. In senso dispregiativo? Non lo so, noi stesse che abbiamo tendenze omosessuali ci definiamo così. Ormai è una parola entrata a far parte del linguaggio comune.

Controllo di avere con me sigarette e accendino, frugando nella borsa, anche se non ho ora voglia di fumare. La ragazza, quella ragazza di cui ho intercettato le parole poc’anzi, si avvicina e mi fa: “Ce l’hai una sigaretta?” Ne sfilo una dal pacchetto e gliela offro, ne porto un’altra alle mie labbra e accendo entrambe. Rimaniamo avvolte nella nuvola di fumo che ci accomuna. La fiamma, oltre ad aver acceso i bastoncini aromatici, ha acceso anche tutti i miei sensi. La tipa che ho di fronte avrà vent’anni meno di me, potrebbe essere mia figlia, eppure leggo nei suoi occhi la sua determinazione. È una donna, anche se giovane, e sa bene ciò che cerca e ciò che desidera. Ma forse è solo una mia impressione. Lascio che la mia fantasia si innalzi, la lascio volare verso l’alto, per ridiscendere su un letto insieme a lei, tra fresche lenzuola e languide carezze.

“Grazie!”, fa lei, sbuffando il fumo e rigirandosi verso il gruppetto dei suoi amici. L’incanto di un attimo è già svanito. Riprendo la mia strada e raggiungo il mio rifugio. Mentre il PC si avvia, preparo un paio di righe di sniffo. Aspiro, sto bene, anche se sul momento sono un po’ frastornata. Devo lavorare al mio romanzo, e se non sono carica al punto giusto, l’ispirazione non viene. Una settimana, l’agente letterario vuole il lavoro terminato entro una settimana. “Emanuela, i tuoi scritti sono fantastici. Erotismo allo stato puro. Ma dove la trovi l’ispirazione? Secondo me quello che scrivi è di certo frutto di esperienze vissute. Ma va bene così, non ci sto provando, credimi. Però devi consegnarmi il romanzo per Venerdì prossimo, così riusciamo a partecipare con un’anteprima da favola al Festival della scrittura erotica di Busto Arsizio.”

E già, come se io avessi la bacchetta magica, come se potessi scrivere a comando. Eppure, dopo la seconda riga di Coca, se è quella buona, quella che mi procura Delirium, unico Pusher di cui mi fidi, mi metto avanti allo schermo del PC e le dita scorrono da sole sulla tastiera.

“Cominciai ad ansimare, lasciando che Carla facesse scorrere le sue mani sul mio corpo, sui miei capezzoli, sul mio clitoride, insistendo e insistendo su quest’ultimo. La mia mente si apriva, le mie pulsioni divenivano sempre più lucide, più consapevoli. Sì… Sì… Sìììììì… Lei, Carla, proprio lei, la nuova compagna di Paolo, il mio ex marito. Me la stavo portando a letto, più per una vendetta nei confronti del mio ex, che per il reale desiderio di farlo. Ah… Ah… Ahhhhhh… sentii il corpo della ninfomane afflosciarsi sopra di me. Aveva raggiunto la soddisfazione e ora era appagata. E anch’io, e anche la rabbia da cui ero stata pervasa dopo la separazione da Paolo, in quel momento si era dileguata. Mi sentivo leggera come non mai, nonostante il corpo nudo e caldo di Carla ancora giacesse abbandonato sopra di me”.

Quando mi trovo a descrivere queste situazioni, le mie dita, oltre a scorrere sulla tastiera, si ritrovano a esplorare anche zone proibite del mio corpo, in un vortice di autoerotismo, eccitazione e ispirazione a scrivere ancora pagine e pagine dai contenuti al limite della decenza, o dell’indecenza. Prima di raggiungere il piacere autoindotto, mi accendo una sigaretta, a evitare che il flusso della scrittura si interrompa. Ma questa volta, a interrompere la magia è il suono del campanello. Una cosa inaspettata, tanto da farmi trasalire, da far giungere il mio cuore a pulsare in gola. Cerco di ricompormi alla bell’e meglio e mi muovo verso l’uscio, incerta se aprire o meno. “Chi può essere a quest’ora, nel bel mezzo della mattinata? Le mie amicizie sono variegate, ma sono quasi tutte caratterizzate dall’essere animali notturni. Prima di una certa ora nessuno si presenta a disturbare la mia intimità e il mio spazio dedicato alla scrittura creativa.”

Apro di scatto il portoncino e mi trovo a tu per tu con la ragazza di stamattina. I suoi occhi nocciola mi scrutano, li sento posarsi sui miei capezzoli che traspaiono dalla t-shirt bagnata di sudore. La tiro dentro e chiudo la porta. “Mi hai seguito? Perché sei qui? Cosa vuoi da me?”.

“Potrei risponderti che voglio da te la stessa cosa che penso tu desideri da me”, leggo ancora negli occhi la sua determinazione. “Ma ti dirò la verità. Mi manda Delirium. Vuol farti sapere che questo giro ha una partita di Eroina di qualità mai vista prima. Se ne volessi acquistare qualche dose, per te il prezzo è di favore.”

“E tu, cosa ci guadagni?”, le offro una sigaretta accendendogliela e posando il mio sguardo sui lividi neri che spiccano sulla pelle bianca del braccio. “Ora Delirium ha bisogno di ragazzine di primo pelo da mandare allo sbaraglio come corrieri della droga? Lui al sicuro e, se la Polizia acchiappa una come te, chi se ne frega? No, grazie, non mi faccio di eroina. Un conto è lo sniffo, altra faccenda è iniettarsi quella robaccia. Il solo pensiero del liquido che sfrigge nel cucchiaino mi fa venire i brividi. Ma tu… Tu, se vendi dosi per Delirium, significa che ci rimedi qualche dose per te, magari tagliata con zucchero o, peggio, con calce o talco. Sei giovane, non ti svendere per così poco!”

Lei esala del fumo dal naso, è pensierosa ora. I suoi occhi diventano lucidi, a stento trattiene una lacrima.

“Siamo cinque figli a casa, mio padre spesso si ubriaca e mia madre è malata, ha bisogno di un trapianto di rene, e ci vogliono soldi, tanti soldi. Sì, qualche dose me la tengo, e me la faccio pure, così penso di meno e fingo di star bene. Ma ho già racimolato un bel gruzzolo. Presto avrò abbastanza soldi per accompagnare mia madre in una clinica in Russia, dove ci sono donatori sempre disponibili.”

Lei non sa che quei “donatori” si prendono quattro soldi per vendersi un rene, e poi buonanotte, nessuno si prende più cura di loro. A volte penso proprio che questo mondo è marcio, marcio alla radice. Mi avvicino alla ragazza, più per istinto materno che per voglia di amarla. Ma la sua giovane fragranza mi stordisce.

Lesbica, sì, sono lesbica. Le sfilo la maglietta e ammiro i suoi turgidi seni. Le preparo una riga di Coca, e ne sniffo anch’io. Mi libero dei miei vestiti, che dissemino nel tragitto fino alla stanza da letto. La Coca fa il suo effetto e siamo entrambe del tutto disinibite. L’amore tra due donne è un lungo scivolamento, un lungo bacio che cresce via via di intensità, una carezza infinita alla ricerca delle zone più nascoste del corpo. Tra un uomo e una donna, l’amplesso interrompe il piacere, lui si gira, se va bene si fuma una sigaretta, oppure si addormenta addirittura. Tra due donne si può andare avanti all’infinito, senza stancarsi, raggiungendo l’apice del piacere più e più volte.

“Non so neanche come ti chiami”, le dico congedandola che è ormai quasi sera.

“Laura. Ti lascio il mio numero. Delirium dice che è meglio se i clienti chiamino me che sono ancora insospettabile. Se ci ripensi, se vuoi fare acquisti, chiamami pure.”

Registro il suo numero sul mio cellulare, ma non per acquistare da lei eroina, e neanche coca. L’idea che si sta facendo largo nella mia testa è forse balorda? Neanche tanto!

Prima telefonata: al mio agente letterario. “Ho deciso di smettere di scrivere per la casa editrice. D’ora in poi niente più scritti erotici. Mi dedicherò al romanzo storico.”

Seconda telefonata: alla Questura. “Pronto, 113? Non importa chi sono. Sì, lo so che anche se ho criptato il numero del cellulare potete lo stesso individuarmi. Ma non importa. Ho un’informazione per voi. So dove potete trovare Delirium. Sì, Delirium, il pusher. E all’indirizzo che vi fornirò troverete talmente tanta droga da poterlo mettere in galera per il resto dei suoi giorni.”

Terza telefonata, dopo alcune settimane, il tempo di disintossicarmi e sottopormi ad alcuni accertamenti clinici: a Laura. “Ciao, sono Emanuela. Ho trovato un donatore di rene per la tua mamma.”

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Lascio che la mia fantasia si innalzi, la lascio volare verso l’alto, per ridiscendere su un letto insieme a lei, tra fresche lenzuola e languide carezze.”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  2. Ciao Emanuela. Ho trovato questo racconto molto scorrevole e coinvolgente, i cui i ritmi sono dettati dai pensieri di una protagonista che ho percepito “autentica”. Hai inoltre affrontato diversi temi, tutti concreti e decisamente delicati, cosa non di certo facile! Complimenti! 🙂

  3. Audace, molto carino. Il finale un po’ sbrigativo e surreale da un tocco sottile in più alla leggerezza e ironia del racconto. Io l’ho vissuto così! Brava 🙂