Lettera a F.

“Shed a tear ‘cause I missing you

(Guns N’ Roses)

 

Se ci fossi stato tu, tutto questo non sarebbe successo. Sono ridotta uno straccio, dovresti vedermi. La versione peggiore di me. Ho smesso perfino di ciondolare per casa, piangermi addosso, chiedermi cosa ho che non va, dove ho sbagliato. Non me lo chiedo più. Ora lo so. 

L’ultimo, avresti dovuto vederlo. Portava un paio di calze troppo leggere e una giacca vecchia di quindici anni, stinta. All’inizio, mi era anche piaciuto. Nominava Dostoevskij, citava Il Grande Inquisitore come ne fosse venuto a capo. Poi, ho scoperto che non lo aveva neppure letto. Era soltanto uno bravo a cercare su Google, ammaliare la gente.

A letto, ricordava uno stantuffo. Ritmava il coito come quei buffi modellini dei treni a vapore, preoccupato più dalla prestazione che da me – il che lo faceva somigliare a un podista della domenica sulla riga della partenza. Mi veniva da ridere, un attimo dopo da piangere, un attimo dopo ancora da andarmene. Mimare un orgasmo decente è stato quasi impossibile. 

Sotto la doccia, mentre lasciavo l’acqua scorrere, ti ho pensato. Mi sono chiesta: te lo avrei raccontato? Avrei avuto il coraggio di mostrarti quanto sono caduta in basso?

Lui ha alzato la voce e le mani, a un certo punto. Quando gli ho detto che non avrei più voluto vederlo mi ha minacciata, riempita di parole orrende, cattive. Mi ha fatto paura, ma anche un pò pena. Che la rabbia e gli insulti sono la lingua dei deboli. Di chi non sa trovare, dentro di sè, argomenti migliori.

Gli ho urlato vaffanculo, e di sparire, e mi sono fatta paura, mi sono fatta pena anch’io.

Come sono arrivata fin qui?

Ho pensato di chiamarti, raccontartelo. Ti saresti fatto serio, per una volta, avresti detto basta anche tu. Avresti detto fermati. Tu non sei così, tu sei meglio. Meriti di più. 

O forse no. 

Forse non avresti detto niente. 

Perchè tutto questo non sarebbe successo se tu fossi stato ancora qui. 

Amico mio come un fratello, amico mio uguale a me. 

Amico mio come un padre. 

Amico mio amante.

Mi sono chiesta cosa. Chi sarei stata se tu fossi stato ancora qui con me. Quand’è che mi sono scordata chi sono, chi posso essere, com’è che si va avanti? Mi sono chiesta perchè. Com’è. Che da quando non ci sei più faccio soltanto disastri. Non riesco a stare ferma, a non ficcarmi nei guai. Che mi ostino, mi sbaglio, ti cerco, non ti trovo, mi incazzo, fingo, annaspo, vado sotto, salgo su, frugo disperata, affamata peggio di un procione nella spazzatura, non riesco a stare ferma, l’ho già detto, non riesco a stare calma, non riesco a sentirlo, non riesco a dirtelo, anzi, a pensarci bene io non te l’ho mai detto. Non ti ho mai detto che mi manchi. 

Ecco. 

L’ho detto. 

Mi manchi. 

Guardo il cielo, ogni tanto. La notte spalanco la finestra, urlo ai gatti il tuo nome. 

Chissà se ci sei.

Chissà dove sei. 

Che poi, che scema. Io lo so, che ci sei. Io lo so, dove sei. Sei al tuo posto, dove sei sempre stato. Gli occhiali la mattina, i post it sul frigorifero, il caffè prima di entrare in ufficio. La barba curata, lo sguardo posato. Tutto è come, dove è sempre stato. Solo, non ci sono più io. Non ci siamo più noi. 

Che poi. 

Noi. 

Che parola sarà mai, noi.

Tirate le somme. Noi. Lo siamo mai stati? 

 

Ha chiamato quella nostra amica, l’altra sera. Mi ha chiesto come va, le ho detto che mi manchi. Le ho raccontato del mio ultimo fallimento. Chissà, poi, se fa più pena lui, con la sua violenza da povero cristo, o io, che lo sapevo e me lo sono pure portata a letto. 

Se ci fosse stato F., le ho detto, tutto questo non sarebbe successo. Mi ha chiesto va tutto bene. Mi veniva da piangere, avevo il moccio, i goccioloni come i bambini. Ho fatto sì con la testa. Ma per telefono non si vedeva. 

Ha detto che ti ho idealizzato, a un certo punto. Che non è vero che mi manchi. Non mi manchi tu, ma l’idea. Il pensiero di quello che avrebbe potuto essere. Parlava di ferite, bisogni. Vuoti. Sarà. Io non credo sia così, non ho creduto a una sola parola. 

Io non ti ho idealizzato. 

Io con te sono stata felice davvero. 

Io non ho ferite, non ho nessun vuoto. 

Io avevo te. 

Mi manchi tu. 

E mi sono chiesta com’è. Cos’è. Chissà cosa gli è preso, alla gente.

Quand’è che la gente ha smesso di innamorarsi, di mancarsi davvero? Quand’è che i falsi binari dei meccanismi hanno preso il sopravvento?

Indagano le relazioni, smontano e rimontano sentimenti come i mobili all’Ikea. Analizzano, ragionano a schemi. Attacco, difesa, attacco. Riducono le relazioni alle strategie illustrate di un gioco in scatola. Astuzie, difese, passi falsi, mosse e contromosse, e va a finire che l’amore non c’entra più niente. Dell’amore ci si dimentica, va a finire che dell’amore non gliene frega più niente a nessuno. 

Nelle strategie sull’amore, per l’amore non c’è spazio. 

Ma tolto il fiato alla bocca, tolte le teorie, credo che io e te, semplicemente, per un lunghissimo attimo ci siamo amati tanto, e davvero. 

Perchè l’amore si fa in due, e dentro il nostro letto, noi c’eravamo.

Amore mio, ma che ho combinato, che ho fatto?

Cosa diavolo avevo in testa, come ci sono arrivata fin qui?

Ci può mancare qualcosa, qualcuno, al punto di ridursi a scordarlo dentro il corpo di un altro? Cosa andavo cercando, cosa mi ostinavo, cosa frugavo, cosa volevo ottenere cercando pezzi di te dentro il primo venuto, dentro gli ometti da niente?

Amore mio fragilissimo, io. 

Tu. 

Noi, se c’è stato. 

È stata una cosa bellissima. 

Non tornerà più. 

Ora lo so.

Ora esco. L’aria è gelida, taglia. Il freddo dell’inverno sgombra la mente, ripulisce le vene. Vado in centro. Scendo le scale della mia libreria preferita. Pranzo d’asporto con vino e ravioli al vapore, mi infilo dentro qualche cinema. Voglio anche trovare qualche vecchia bottega, di quelle dove vendono ancora LP. Non quelli di adesso, rifatti. Gli originali. Ho bisogno di vedere, toccare. Sapere che il mio mondo esiste ancora. Che almeno là fuori, almeno per oggi, non è ancora cambiato niente.

 

 

FINE.
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Discussioni

  1. Questo testo mi ha preso di sorpresa. C’è una voce autentica e inconfondibile, quel flusso spezzato e ansimante che accelera fino a perdere il fiato, “non riesco a stare ferma, a non ficcarmi nei guai, mi ostino, mi sbaglio, ti cerco” e poi si ferma di colpo su una parola sola. È scritto con una libertà vera, senza paura di sembrare troppo. Il finale è bellissimo. Lei che esce, cerca vinili originali, vuole toccare cose reali. È il gesto giusto, nel momento giusto.

    1. Ciao Lino, grazie per queste belle parole. Quando scrivo di pancia, come in questo caso, ho sempre paura di fare troppo, di risultare eccessiva o ridondante. Anche se poi queste sbavature fanno parte del lasciarsi. Grazie per le tue letture. Ci tengo molto.

  2. “Astuzie, difese, passi falsi, mosse e contromosse, e va a finire che l’amore non c’entra più niente.”
    Avrei voluto evidenziare tutto il testo di questa lettera-racconto e ho scelto questa come se, dopo essere passata tante volte anche nella mia mente, oggi come ieri, l’ avessi scritta tu, anche per me e per tutti i tuoi lettori che condividano e hanno avuto la stessa sensazione.❤️

    1. La tua scrittura é come un pennino affilato che graffia e può far gocciolare stille rosse, tracciando segni più profondi sulle piaghe. Le tue parole sono anche dolci e carezzevoli come la lunga piuma unita al pennino. Le ultime, pronunciare da questa figura femminile fragile e forte, come la maggior parte di noi, é una reazione positiva, un messaggio a vivere i piccoli piaceri della vita quotidiana (cibo, cinema, in casa e fuori), anche nei periodi o nei momenti solitari, in cui LA VITA CONTINUA.
      Grazie Irene. 🙏

    2. È una sensazione che ultimamente sto avendo spesso. Si parla sempre meno di sentimenti e sempre più di “tattiche”, come se i rapporti fossero questione di perdere, vincere, o non frasi fregare. Forse stiamo disimparando l’arte dell’essere fragili, e questo un pò mi spaventa.

  3. C’è un fatto nella struttura di questo scritto che mi ha colpito particolarmente: alterni momenti strazianti a momenti quasi divertenti, come l’immagine dello stantuffo e del procione, per poi chiudere con una specie di resa in cui semplicemente l’autrice della lettera esce di casa. Questa è l’anatomia del pianto: l’alternanza della disperazione e dei piccoli momenti di ripresa, fino all’accettazione.
    Ho percepito anche altro oltre a questo amore malato, un argomento secondario: l’amicizia. La meraviglia di quelle amicizie che ci sono nel momento di maggior bisogno e che danno un aiuto concreto. Non è forse anche questo amore?
    Uno dei tuoi racconti più riusciti. ❤

    1. Carissima Mary, come sempre la tua sensibilità ha colto l’essenza tra le righe. Ho letto da qualche parte che “lasciarsi è un processo continuo, una continua trasformazione” . La guarigione, da qualsiasi cosa, non è un processo lineare, ma fatto di alti e bassi, funziona un po’ come le onde. Ed è proprio cosi. Possiamo provare un immenso dolore e avere comunque attimi di ilarita’, scambiare battute, piangere subito dopo. Fa tutto parte del processo di elaborazione. Ed è un processo che non finisce, semplicemente prende il suo posto, e diventa parte di noi. Forse per questo l’amicizia è la forma di amore che dura di piu. Perche sa meglio adattarsi, cambiare, resistere.
      Tra l’altro, per questa serie ho in mente dei racconti che si incrocieranno, con al centro anche questo concetto.
      Grazie per queste bellissime parole, e per la tua presenza fondamentale, sempre ❤️

  4. “Mi ha fatto paura, ma anche un pò pena. Che la rabbia e gli insulti sono la lingua dei deboli. Di chi non sa trovare, dentro di sè, argomenti migliori.”
    Queste frasi, al di là della loro bellezza, hanno un significato potentissimo: sono l’esatto momento in cui una persona riconosce la natura tossica della relazione, il famoso momento di lucidità, portandola alla rottura.

    1. Esatto Mary. Credo sia un passaggio fondamentale: raggiungere il distacco necessario per capire che la violenza, verbale o fisica, non è mai “meritata” ne giustificabile. Chi la usa ci sta parlando di sé e dei suoi limiti, non dei nostri.
      Grazie per questo lucidissimo commento

  5. Anche se per motivi diversi, in questi giorni ho l’umore a terra proprio come la protagonista di questa storia. Leggere le tue parole mi ha fatto bene: descrivono perfettamente il mio stato d’animo. È stato quasi terapeutico!

    1. Ciao Arianna! Spero che il tuo umore nel frattempo abbia avuto motivi per migliorare e non per stare giu…comunque, mi trovi d’accordo. Io stessa, scrivendo, mi sono “autoconsolata” e leggere, scambiare esperienze anche se inventate, è anche una sorta di terapia. Un abbraccio ❤️

  6. Cara Irene. Dopo aver letto e riletto e dopo essermi cucita addosso la storia, vorrei partire dalla fine. Da quello che è la prima e unica azione del racconto. Quel ‘Ora esco’ che sembra gridato, a qualcuno e a se stessa. Credo abbia un valore simbolico, come a esprimere quel forte bisogno di uscire da qualcosa che ci fa male, da una storia che ci tormenta. Ci vuole tanto coraggio. Coraggio a uscirne e coraggio a raccontarlo.
    Hai dato forma a una donna che alza la testa e si guarda nello specchio. Una donna lacerata, ma che vuole ricucire da sola le proprie ferite.
    Quel ‘se ci fossi stato tu’, ripetuto in maniera straziante, indice del bisogno di sentirsi amata, significa, secondo me, che la donna imparerà a amare se stessa nello stesso modo. A proteggersi, a guarirsi.
    Un testo scritto benissimo, come tu sai fare. Frasi spezzate e periodi ridondanti di quelle parole rivolte a se stessa, tante, ma necessarie. Come fosse una voce che si ascolta.
    Credo che questa lunga lettera possa essere letta da ciascuno di noi, come una sorta di monito e poi, di spinta a ritrovarci e a volerci bene.
    La tua nuova serie sta dando vita a donne coraggiose e così bene caratterizzate che ciascuno troverà quella nella cui storia identificarsi.

    1. Grazie di cuore Cristiana. Sai che non avevo notato che quell’ora esco è l’unica azione. Risuona ancora di più. Come le ridondanze, a sottolineare il meccanismo del dolore quando diventa una gabbia, e allora si esce, basta piangersi addosso.
      Ho letto da qualche parte he nelle relazioni di amore le difese si abbassano, entra in gioco il bambino che siamo stati, per questo si tende a diventare fragili. È necessario capire che a quel bambino dobbiamo badare noi, non l’altra metà. Senno impazziscono i legami, e ci si fa male. Credo sia questo che dovrebbero imparare i protagonisti di questo racconto. Non stare soli. Nessuno è progettato per stare solo, siamo fatti per stare insieme. Ma è fondamentale imparare a prendersi cura di se e dei propri bisogni. Sembra scontato, ma non lo è affatto.

  7. Ciao Irene, ho letto questo episodio tutto d’un fiato, con la sensazione di invadente l’intimità altrui. Un brano che appare come una lettera mai inviata o una pagina di diario che trattiene le emozioni di un momento. Complimenti👏

        1. In realta’, potrebbe anche esserlo. I miei racconti partono sempre da qualcosa che ho visto, o vissuto. Questa non è la mia storia. Io non sono questa donna, F. non è il mio amore perduto. Ma potrei essere entrambi. Situazioni simili ne ho vissute, ne viviamo tutti. Se ci oensi, ognuno si è ritrovato, almeno una.volta nella vita, nei pann8 di tutti e tre i protagonisti di questa lettera. Tutti amiamo, lasciamo, veniamo lasciati…e quando scrivo ogni mia esperienza torna, e la realtà finisce su carta mescolata alla finzione.

  8. “Ho bisogno di vedere, toccare. Sapere che il mio mondo esiste ancora. Che almeno là fuori, almeno per oggi, non è ancora cambiato niente.” Forse Eva nutre la speranza che quell’amore non sia svanito del tutto: era autentico come quei vecchi LP. Brava, Irene!

    1. Forse. E soprattutto ha bisogno di calarsi nella realtà, nel mondo, appunto. Perchè questo tipo di amore spesso dalla realtà ci distraggono, e va a finire che rischiamo di perdere noi stessi. Grazie Concetta!

  9. Questo testo fa male nel modo giusto. Si sente che non stai mettendo in scena il dolore: lo stai attraversando mentre scrivi, e arriva dritto, senza filtri. È uno di quei pezzi che non cercano di piacere e proprio per questo colpiscono: sono onesti fino a risultare scomodi, e restano addosso come certi pensieri notturni che tornano quando abbassi la guardia.
    Mi ha colpito molto il passaggio continuo dal giudizio sugli altri a quello su se stessa, senza mai chiedere indulgenza al lettore. È una voce che si assume tutto, anche ciò che fa male guardare. Il “mi manchi” ripetuto non stanca mai: ogni volta pesa in modo diverso, come succede nella vita vera. Non c’è compiacimento, non c’è vittimismo, c’è il tentativo sincero di rimettere insieme i pezzi guardandoli uno per uno, senza barare.
    Ed il finale è bellissimo proprio perché non fa scena: uscire, camminare, toccare cose reali. Non risolve, ma sceglie di restare. È una chiusura sobria e potentissima.
    Se posso dirlo apertamente: non è un bel testo “ben scritto”. È un bel testo perché necessario scriverlo. E perché, leggendolo, senti che non sei stato tempo perso. Bravissima!

    1. L’onesta è disturbante, pericolosa. Verso se stessi, verso gli altri. Non è mai comoda. Soprattutto quando chi hai davanti non sa fare altrettanto (questo l’ho scoperto a mie spese), diventi scomodo a metterti in pazza senza veli, disturbi. Ma l’onestà è sempre necessaria, soprattutto nei rapporti (con se stessi, e con gli altri). Si esce dagli incastri delle colpe, dei torti e delle ragioni, si approda in un territorio che forse è più doloroso, lucido, ma anche più giusto. Credo sia il primo passo verso la libertà. Mi piace come hai “sentito” il modo in cui è stato scritto questo pezzo. La protagonista non vuole piacere, ne stupire. Non ha badato alla forma, ne alla buona scrittura. Voleva semplicemente arrivare. Affidare se stessa, il dolore, al lettore. A volte è proprio affidando agli occhi degli altri che riusciamo a ritrovarci, e vederci davvero. Grazie per le tue letture Lino, sempre graditissime ❤️