
Lettera con il timbro di Nwerenkwarụ
Avevo il pc davanti a me e stavo per chiudere lo schermo. Avevo alla fine cliccato invio e mentalmente osservavo sullo schermo della mia fantasia la faccia di Eugenio che stava leggendo il messaggio.
Lo vedevo al tavolino del bar di piazza di Santa Maria Novella dove ci eravamo reincontrati e raccontati. Stava portando la mano a coprirsi la bocca come se volesse soffocare e nascondere il movimento delle labbra nel pronunciare un sonoro “Cazzo!!”. Gli occhi sbarrati e fissi sullo schermo dello smartphone nell’angosciante dubbio che l’immagine della mia lapidaria frase fosse un improbabile artefatto digitale. Ondeggiava ciondolante a destra e sinistra la testa, per un impulso più di rabbia che di meraviglia. Lo scatenarsi di un costrittivo senso di colpa, lo costringe a oscurarsi gli occhi con la stessa mano con cui aveva coperto la bocca, nella contenuta disperazione dello sconfitto. Il fatto che alla fine scuota la testa nel chiaro atto di difesa con negli occhi l’intenzione del “io non centro”, non lo toglie comunque dallo scanno dell’accusato.
“L’HO FATTO!!”.
La mia frase secca non permette una lettura equivoca.
Lui è responsabile perché sapeva perfettamente che non poteva anzi non doveva provocarmi. La mia psiche, anche per naturali motivi fragile e ballerina, non richiede un grande sforzo per essere destabilizzata.
Quel giorno ero già inviperita perchè ero tornata dalla spesa al supermercato, in mezzo a quelle stupide massaie sbavanti pietà, che in coda alla cassa mi seguivano con sguardi infastiditi ed irritati, mentre io con il massimo della destrezza di un Bradipo incasinavo il puzzle di vivande nel mio zaino.
“Certo che poverina. Come deve essere brutta la sua vita!”
Ed ecco che in mezzo a quel gregge spunta il genio impertinente della banalità filosofica, quella che pensa che oltre a muovermi con estrosa arzigogolata lentezza e parlare con soffocati incomprensibili versi gutturali, io sia anche completamente sorda! E così, non si preoccupa di mascherare il suo dotto pensiero.
“Certo che lei sarà anche poverina con questa croce, ma perché un pezzo della sua croce deve proprio darla a noi qui e adesso?!” “Prenda una brava badante visto che non sta neanche in piedi”
Arrivata a casa non riuscivo ad aprire la cassetta delle lettere. L’incazzatura stava irrigidendo ulteriormente la mia mano destra che non aiutava anzi ostacolava la sinistra. Mi ha aiutato il prostatico-catarattico vicino di casa.
In più in quei giorni di bassa temperatura era aumentato quello che i medici chiamano ipertono, che non so bene cosa voglia dire, ma che produce una rigidità con aumento dello sforzo per muovere sia la gamba che il braccio destro.
Anche per questo la lettera con il timbro di Nwerenkwarụ l’avevo messa sotto la bolletta della luce e la pubblicità della Lidl. Non volevo rovinarla aprendola, o forse meglio, non volevo aggiungere ansia alla incazzatura e cercavo una strategia per rimandarne la lettura.
Ed ecco la telefonata di Eugenio.
Lui sa che io di solito non rispondo al telefono, non avendo le mie corde vocali la capacità di controbattere. Rispondo solo a Daga, l’amica di mamma. Era la seconda o terza volta che cercava di chiamarmi da quando ci eravamo rivisti a Firenze. Non avevo mai risposto. Ora ero incazzata e proprio per questo decido di alzare la cornetta
Lui, dopo stupidi convenevoli, esordisce dicendo “Il ricordo dell’odore del tuo sudore mi eccita come il ricordo di quando cercavo di allungare con inutile fatica, le dita rattrappite della tua mano destra”.
Io ho cercato di zittirlo con “Baagrtopfff pà! Mmmmekfff pà!” e lui per tutta risposta ignorando ovviamente il mio commento, che per altro non poteva minimamente capire, mi dice “Ma perché non ti droghi?”
Ho sbattuto la cornetta sull’apparecchio con una energia rabbiosa che quasi si rompeva.
Non era la prima volta che me lo diceva. Quel giorno a Firenze, che la mia caduta sulle scale del sottopassaggio aveva innescato una sequenza di eventi finita nel suo letto, anche allora aveva affrontato l’argomento. Mentre mi osservava con attenzione e trasporto nella complessa esibizione tipica di chi si reinfila i vestiti con una mano sola, e mentre volgarmente si grattava in mezzo alle gambe, mi aveva chiesto “Ma tu non ti sei mai drogata? Sai, dovresti!”.
Avevo pensato avesse ragione.
Si stava eccitando con la mia disabilità. Anche quella era una droga, almeno per lui. Mi rendevo perfettamente conto che non era amore ma solo sesso e sesso tossico.
Ora ne sono certa. Era droga anche per me!
Mentre lui era dentro di me avevo perso non solo la percezione del tempo e dello spazio, ma anche la percezione del mio corpo. Ci sono libri interi pieni di belle parole che esaltano la forza la costanza, la determinazione ed il così detto “coraggio”. Cagate!. La morale è sempre la stessa. Le belle parole non fanno muovere il mio braccio destro, la mia gamba destra e neanche la mia lingua. Eppure sotto di lui, su quelle lenzuola di vecchio soffice popeline di cotone, gli raccontavo dolci frasi con voce scandita e sempre più a squarciagola, correndo su una lunga scala di marmo rosa, in cima alla quale un trampolino mi lanciava a tuffo stiloso in un fluttuante mare di intenso colore blu oceano.
Lei si stava rendendo conto che aveva sbagliato tutte le sue interpretazioni e considerazioni oltre che le azioni.
Eugenio, con ancora il cellulare fra le mani, si alza di scatto dal tavolino del bar facendo cadere a terra con un rumore fragoroso, la sedia di metallo. Senza neppure pagare si lancia in una corsa scoordinata verso la parte opposta della piazza, in direzione di casa sua.
“Devo assolutamente contattarla e chiarire il mio messaggio” “Cosa mi è venuto in mente di scrivere quella frase!?” “Cosa ho combinato!?” “Al telefono non mi risponderà! Ho assolutamente bisogno della tastiera del mio computer”
Milan Salihović aveva vissuto nel campo profughi di Lipa per diversi mesi, ma ne ricordava solo gli ultimi cinque, perché per tutti gli altri era rimasto semi addormentato. Sulla faccia aveva una lunga e spessa ferita che lo deturpava a livello dello zigomo sinistro, ma la ferita più vera era quella nella profondità, dove una scheggia di metallo, dopo aver sfiorato senza toccarlo l’occhio sinistro, si era conficcata nella sua materia grigia dove ancora soggiornava. Non aveva avuto delle particolari conseguenze, solo dei saltuari mali di testa. Ora stava percorrendo con cautela una affollata via Della Scala sul suo Doblò carico di cassette di acqua minerale.
Il dolore questa volta decisamente più violento ed improvviso di sempre, lo colpisce come una scarica elettrica da quindicimila volt, rendendolo incapace di controllare i suoi movimenti e annebbiandogli la vista. Anziché fermarsi, il mezzo comincia ad accelerare sempre di più piombando in mezzo a piazza di Santa Maria Novella e schiantandosi contro una transenna di lavori-in-corso allestita attorno al “Museo Novecento”. Prima di fermarsi però scaraventa sul selciato il corpo di Eugenio, e lo calpesta.
Sono tutta sudata, di quel sudore dall’odore dolciastro-acidulo insieme, che eccita Eugenio. L’ascella destra del braccio paralizzato, gronda a gocce irrigidendo con dolore la mano destra al contatto del rigagnolo freddo che cola.
Solo in questo momento mi rendo conto di quale fosse il significato che Eugenio voleva dare al suo messaggio, e quale significato invece può aver avuto per Eugenio, la mia lapidaria frase “L’HO FATTO”. Volevo rispondere aggressivamente a quella che avevo interpretato come una sua maldestra provocazione. Il risultato invece è stato una stupida dichiarazione di tradimento.
Il suo era un mascherato progetto di offrire frammenti di vita rosa ad entrambi, con l’unico impegno del rispetto. La mia risposta la confessione di non aver capito nulla.
Devo assolutamente dirglielo immediatamente. La impossibilità di farlo con il telefono fa crescere sempre di più l’ansia ed insieme la rabbia verso la mia gola contratta e contorta. Devo assolutamente mandare un nuovo messaggio ad Eugenio. Devo rettificare o almeno spiegare.
Cazzo! Per la scoordinazione dei miei movimenti in questo momento di tensione psicotica, ho fatto cadere il mouse che si è aperto in due.
La casella di posta! Dai, dai… in fretta! Apriti!!
Ecco!
….Ma…!!
Il mio laconico messaggio mi compare sullo schermo aperto in bozza non ancora spedito.
…Ma allora …Eugenio non ha letto nulla!!
Ma allora mi sono arrabbiata-offesa-ricreduta e poi impanicata in sequenza più o meno rapida, per niente!!
Un brivido mi percorre la schiena. Voglio sudare e puzzare! Voglio farlo per lui!
Allungo la mano destra in mezzo alle gambe e la strigo fra le cosce un po’ per scaldarla e ammorbidirla, un po’ per eccitarmi. Forse dopo sotto la doccia mi masturberò ma prima apro la lettera con il timbro di Nwerenkwarụ.
Chiudo gli occhi, mi inarco in dietro tirando un lungo sospiro, mi porto la mano sinistra alla fronte, mentre lo schermo della mia fantasia si spegne.
(NOTA: Alcuni elementi sono meglio definiti nel racconto-diario o non so come definirlo “Al di là di Nwerenkwarụ” arrivato al ventunesimo episodio, che invito a leggere)
Ho appreso leggendo i commenti che hai deciso di inserire questo racconto come laboratorio. Forte del tuo stile, diretto, secondo me merita di essere inserito nella serie
Sei stata brava a dare alla storia un ritmo crescente di frenesia, in modo che il lettore desideri capirci di più, sapere cos’è successo. Mi è piaciuto. Brava.
grazie
hai letto la mia serie …che poi è un racconto in tanti capitoli ….da 1500 parole!!!
non è facile vincolare il racconto al numero di parole in capitoli sensatamente divisi
Mi farebbe piacere se leggessi il mio racconto al ventiduesimo capitolo
Ciao Laura, grazie per aver partecipato al LAB con questo bel raccnto, mi piace molto il tuo stile, è stato un piacere leggerlo
grazie a te di aver letto.
come ho detto a Cristina Biolcati mi farebbe piacere sentire cosa ne pensate del racconto ormai al ventiduesimo capitolo che sto piano piano scrivendo
ciao
“(NOTA: Alcuni elementi sono meglio definiti nel racconto-diario o non so come definirlo “Al di là di Nwerenkwarụ” arrivato al ventunesimo episodio, che invito a leggere)”
Penso tu possa definirla “Serie” 😃. Ma questa storia è sganciata dalla Serie oppure, volendo, può farne parte?
No. Non ne fa parte e non voglio che si confonda con il racconto-serie. Volevo solo invitare a leggere il racconto “Al di là di Nwerenkwarụ”, e precisare che alcuni particolari del lavoro del laboratorio si capiscono meglio se si legge Nwerenkwaru.
Ciao Cosi, il destino è beffardo e si prende gioco di noi e dei personaggi delle nostre storie, come in questo caso. Succede. Il ritmo frenetico, la tensione narrativa, le descrizioni sferzanti e senza filtri…questi elementi hanno reso la storia più viva e presente. Mi è piaciuto