LIBERTÀ

Serie: Semplicemente Paladino


Paladino era atterrato ad Atom Dum. Dallo schermo di visione aveva visto la distesa di fango farsi sempre più vicina. Con un singulto, Paladino aveva temuto di sprofondare nel fango, essere conteso dalle anguille del fango…

Il modulo non era affondato nel fango del tutto. Solo per metà era stato ricoperto dalla mota. L’altra metà, tagliata longitudinalmente alla lunghezza della cabina telefonica, era rimasta alla luce dei soli del pianeta.

«E adesso?» si chiese Paladino. Le Ninfe sapevano del suo incidente, causato dal motivo che aveva portato lo schieramento di cui era alleato a vincere. Bene: il rettile cosmico doveva aver già raggiunto Atom Dum e iniziato a educare i Tank all’emancipazione. Forse, pure, alla pace e al perdono, sperò Paladino. Paladino temeva che se l’avessero catturato, qualche Tank avrebbe voluto ucciderlo visto l’insuccesso del PTU.

Se le Ninfe avevano qualcosa di cui festeggiare, lo dovevano a lui. Si augurò che si organizzassero per cercarlo e salvarlo da quel pianeta infido.

Paladino uscì dal modulo e vide intorno solo fango, un deserto di fango, che comunque celava chissà quante anguille. Non c’erano palafitte.

Paladino prese il suo skateboard e le sue armi e si preparò a partire.

Un momento!

Se se ne fosse andato subito, le Ninfe avrebbero trovato il modulo e non l’avrebbero più cercato, credendo che Paladino fosse caduto nel fango e fosse stato sbranato.

No, era molto meglio che rimanesse lì, in quell’isola deserta. Forse, all’interno del modulo, c’era un dispositivo che ne permetteva la localizzazione. Forse, presto, le ninfe l’avrebbero soccorso.

Paladino avrebbe cercato di aggiustare l’avaria volentieri. Ma non poteva, per due ragioni: prima di tutto intorno c’era fango e se si fosse arrischiato a immergervi le gambe sarebbe stato aggredito, secondo aveva dimenticato il funzionamento del modulo. Se prima lo sapeva usare alla perfezione, merito del cocktail che aveva inspirato, ora aveva dimenticato tutto. Quel modulo era adesso un relitto inservibile.

Paladino attese.

All’orizzonte spuntò qualcosa. Di certo non erano Ninfe, perché loro sarebbero arrivate dal cielo. Forse erano Tank, che si muovevano su uno dei loro motoscafi.

Il mezzo si avvicinò innalzando onde di fango e Paladino rimase stupito al vedere una zattera di quel che sembrava legno, solo di colore grigio, con un motore che emanava vapore. A bordo c’erano degli inconfondibili Tank vestiti solo di pelliccia e armati di mazze. «Ungh, ungh!» dicevano loro.

«Chi siete?» fece Paladino.

«Igh, igh!» esclamarono in coro, agitandosi come scimmioni.

Paladino fu tentato dall’ucciderli tutti. L’unica cosa che avevano di tecnologico era il motore, che già sulla Terra sarebbe stato definito antiquato. Per il resto erano dei Tank primitivi. Ma non li uccise: non aveva senso, perché lui aveva contribuito che il rettile cosmico li raggiungesse. E poi non apparivano ostili.

Con tutto il suo equipaggiamento Paladino saltò sulla zattera.

I Tank lo guardarono, poi gli balzarono addosso.

La zattera ondeggiò. Per un momento Paladino temette fosse sul punto di spezzarsi, o che si capovolgesse. In un altro che lo volessero uccidere. Invece, quei Tank, lo legarono con quel che sembrava una liana dopo averlo disarmato.

Ora era prigioniero.

La zattera ripartì e si allontanò dal modulo. Ecco, ora le Ninfe come avrebbero potuto rintracciarlo?

Dopo ore di viaggio, mentre la notte stava per calare sul pianeta, Paladino vide qualcosa di nuovo. Si trattava di una montagna, alta e grifagna, che si ergeva sulla distesa di fango. Proiettava una lunga ombra sulla mota.

La zattera si avvicinò alla roccia e allora i Tank la lasciarono. Paladino fu preso e, portato assieme alle sue armi e lo skateboard, condotto in una caverna. C’era luce, non dei soli o di un falò, ma di alcune lampadine sparpagliate per la grotta, tappezzata di graffiti. Seppur primitivi, quei Tank avevano sempre qualcosa di tecnologico.

Presto, Paladino fu separato dal suo skateboard e le armi e fu gettato in una cavità più piccola della grotta. C’era una porta di legno grigio a fare da barriera fra lui e l’esterno. Pure lì c’era una lampadina, che creava ombre grottesche. E oltre a Paladino c’era un altro Tank, il quale era vestito in maniera moderna nonostante fosse ricoperto dalla corda, o meglio una liana, che lo teneva legato.

«Sei terrestre?» gli domandò il Tank in tono serio. Parlava inglese.

Paladino annuì e chiese: «Ma chi sono… questi?».

«Sono Tank della Montagna. Noi Tank li chiamiamo Montank. Sono di una tribù che si è adattata a vivere in questa montagna, che non è crollata del tutto sotto i raggi contaminati. A causa del decadimento del pianeta sono diventati… come dire voi terrestri?».

«Primitivi?» ipotizzò Paladino.

«Primitivi, sì!». Se non fosse stato legato, avrebbe schioccato le dita.

«Primitivi o no, io sfondo la porta. Non sembra robusta» fece Paladino.

«Sì, non è robusta: la sfonderesti. Ma dopo, che faresti?» gli chiese il Tank.

«Cercherei il mio equipaggiamento e li ucciderei tutti». Probabile quel Tank non sapeva della sua storia, degli accadimenti del PTU e di tutte quelle altre peripezie.

«Sì. Ma riusciresti a strappare la corda che ti tiene legato?». Il Tank sorrise mesto.

Paladino provò a strappare la liana che lo costringeva proprio come quell’altro. Si sforzò. Gonfiò i muscoli. Si fece rosso in faccia. Ma nulla: aveva solo i muscoli doloranti e non era libero. «Accidenti…».

Il Tank ridacchiò triste. «La porta è facile da sfondare, le corde non si rompono con facilità, invece. Il mio compagno aveva avuto la tua stessa idea. Solo che, prima di risolvere un problema facile, doveva risolvere quello più difficile, quello che veniva prima di tutto».

«Com’è finito il tuo compagno?».

«Ha sfondato la porta ma era ancora legato. I Montank gli hanno spaccato la testa. Credo che pure a te faranno lo stesso, seppur sembra tu abbia una testa dura».

«È un elmo. Come ti chiami, comunque?».

«Arjun!».

Bel nome, pensò Paladino. Poi si presentò.

I due passarono la notte in quella cella, la luce che non fu spenta, ma si comprese che fuori c’era buio dall’intensità delle tante luci accese all’esterno. Dopo la breve notte, si sentirono dei suoni: clamori isterici, urla. Paladino comprese che stava succedendo qualcosa.

Con un botto la porta fu aperta… più che altro scoppiò. Un Montank si fece avanti, ricoperto di sangue, rosso come quello degli umani. Rantolò, agonizzò e cadde per terra morto.

Arjun urlò qualcosa nella sua lingua ed entrarono dei Tank armati fino ai denti.

Arjun gioì. Paladino non sapeva che fare, se era contento o no.

I Tank appena arrivati liberarono Arjun, poi guardarono Paladino, indecisi se fare lo stesso o no.

Intrattennero un breve scambio di parole con Arjun, quindi lo liberarono.

Senza neppure ringraziare, Paladino sgusciò via e andò in cerca del suo equipaggiamento. Intorno scoppiò un pandemonio: i Tank dilagavano e trucidavano i Montank. Una strage.

Seppur quasi primitivi, i Montank non erano molto svegli: presto Paladino trovò la sua attrezzatura. Si armò e fece per fuggire. Ma i Tank lo fermarono, gli sguardi ostili. Paladino comprese che lo volevano catturare.

«Paladino, tu sei quello del disastro del PTU?» gli chiese Arjun, stupito, mentre per la seconda volta Paladino veniva disarmato.

Paladino stava per ammettere la verità, poi decise di giocare d’astuzia, di vigliaccheria: negò tutto con un gesto del capo. Un po’ se ne vergognò ma era questione di vita o di morte.

«Comunque sia i miei compagni ti vogliono uccidere» affermò Arjun, accalorato. Evidentemente non si era aspettato che colui con cui aveva condiviso la prigionia fosse un criminale.

«No!» sbottò Paladino. Cosa poteva fare?

«No» si aggiunse una voce autorevole, pronunciata in una lingua che era sia Tank che inglese. Tutti si girarono e Paladino riconobbe il rettile cosmico. Il rettile cosmico si librava in aria e prese a parlare: parlò di cose belle, come perdono, pace, uguaglianza. Soprattutto il perdono interessava a Paladino.

I Tank s’immusonirono e parvero diventare più molli, più elastici di comportamento. Non erano più rigorosi e scattanti, non sembravano più militari combattenti, ma alieni confusi.

Paladino ne approfittò: riprese la sua attrezzatura e fuggì, lasciandosi alle spalle quell’infausta montagna.

Libertà.

Serie: Semplicemente Paladino


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Discussioni

    1. Un tempo ero molto più imprevedibile, adesso no… Ma come ti ho già detto giorni fa con i racconti brevi autoconclusivi c’è più libertà nell’inventare. Quando si tratta di un romanzo bisogna badare a un sacco di elementi e la storia si rivela più lineare e con meno colpi di scena! Grazie per avermi letto.