
Lilly e Ahmed il vagabondo
«Bau! Bau! Bauu!» Sono una dolcissima e vivace cagnolina di razza maltese, dal pedigree certificato, dal pelo ben pettinato e dal collare firmato. Tutti mi chiamano Lilly, forse perché, quando non mi faccio vedere, li sento gridare: «Sei lì? No? Allora sei lì? Lilly dai vieni qui!»
Mi chiamo Ahmad, Ahmad Mansour Najib Habib-ur-rehman, per brevità mi chiamano l’afghano, uno tra i tanti disgraziati cani randagi senza meta: un vagabondo.
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Dio mi ha creata bestia, non è una bestemmia, ma vivo come un essere umano. «Bestiale!» direte voi! Sì lo è, è davvero bestiale. Quello che vi racconterò è difficile da credere ma, aprite bene le vostre orecchie ostruite dal cerume, è tutto vero.
Dio mi ha creato uomo però mi fa vivere come una bestia, per questo non manco di bestemmiarlo «È disumano!» direte voi. Sì, è proprio uno schifo, lo confermo io.
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Non ho un ricordo dei miei genitori naturali, per me quelli veri hanno due lunghe zampe e sono così alti che toccano il cielo con un dito; quando mi alzano per portarmi in braccio il mio orizzonte si amplia a dismisura: è tutto un altro mondo da quassù. Provate a immaginarlo dall’altezza dei tubi di scarico delle automobili e vedrete la differenza.
Ricordo bene mio padre, ma vorrei tanto dimenticarlo, e dimenticare le volte che ubriaco mi lisciava la schiena a son di frustate. Quei lividi sono ancora vividi nella mia mente. Mia madre morì che era ancora bambina, non ho ricordi di lei, ho solo una foto ricordo che non scordo mai di portare con me.
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Sono cresciuta in una bella e grande casa, almeno così lo è ai miei occhi perché sono piccola, così piccolina che, pensate, mi pesano su di una bilancia come quella dei bebè. La mia cuccia, un comodo divanetto in velluto rosa impreziosito sui bordi con dei piccoli cristalli di swaroski, è dentro una cameretta tutta per me, piena di giochini comprati dalla mamma e sparsi un po’ dappertutto. Lei ama girare nei Pet Shop, negozi spuntati come funghi in città, non può farne a meno; lì trova sempre qualcosa di inutile da comprare che poi lascia da qualche parte nella stanza. Mio papà invece farebbe volentieri a meno di queste spese, ma la lascia fare, lui sa chi conta di più in questa casa.
La mia infanzia l’ho passata per strada nella miseria più nera. Non ho mai avuto una camera tutta mia e neanche una cameretta; la mia casa era così piccola che, quando mi sedevo con i miei nove fratelli e sorelle per condividere una misera minestra di legumi, mi mancava l’aria, e quella poca rimasta a distanza di qualche ore non profumava di certo, il motivo, per educazione, non sto qui a ricordarvelo. Giochi non è ho mai avuti, a parte un cerchio di metallo e un bastone trovati per caso dentro a un cassonetto. Netto un cazzo! Era lordo, sporco e puzzolente, l’acqua al mio paese è un bene prezioso, non la si usa per pulire i cassonetti.
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I miei giorni sono tutti uguali. Passo il tempo tra casa e i marciapiedi attorno casa che conosco ormai a “menazampa”. Li annuso almeno tre volte al giorno, anche negli angoli più zozzi e maleodoranti che, non ci crederete, sono i miei preferiti; poi il bisognino lo mollo un po’ dove capita, magari davanti a un portone appena pulito o un negozio di profumi e balocchi.
I miei giorni non sono tutti uguali. Ogni mattina devo inventarmi qualcosa per sopravvivere, per non morire di fame, per non morire di freddo, per non morire con un coltello piantato nelle budella. Ho bisogno di tutto; per miei bisogni avrei bisogno anche di un po’ di privacy, ma bisogna arrangiarsi come si può: alla bisogna.
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Ogni tanto mi portano in un parco poco distante da casa. Al parco si vedono pochi bambini correre e giocare, che ci sia un cartello che ne vieti severamente l’ingresso? Ci sono però tanti cani liberi di tutte le taglie, dalla XXS di un chihuahua alla XXXL di un alano, liberi di correre e di sgranchirsi le zampe sull’erba verde di un prato, lungo vialetti alberati, attorno a fontane zampillanti, e di annusare con grande impegno e concentrazione qualsiasi cosa passi sotto le loro narici. Io sono fortunata, posso correre anche in casa, ho le zampine corte io. Pensate ai poveri cagnoni che vivono in appartamenti piccoli e striminziti, in monolocali di trentacinque metri quadri di qualche triste condominio di periferia? Poveretti! Sono come la canarina Titti: ingabbiati. Poi qualcuno scappa da quella prigione e, se gli scappa un morso, son dolori. Non per lui ma per chi si ritrova malconcio in un pronto soccorso, dolorante e sotto choc dopo quell’inatteso quanto sfortunato incontro.
Al parco ci vado tutti i giorni. È un parco periferico di un malfamato quartiere dormitorio, dove sei sicuro di entrarci vivo, di uscirne meno; bande di criminali, pericolosi spacciatori, baby gang e prostitute circolano indisturbate. Queste lavoratrici del sesso si danno pure delle arie perché oggì più che mai, così almeno ho sentito dire da una di loro che aveva sentito parlare Draghi al forum economico di Cernobbio tenutosi come ogni anno in Villa d’Este sul lago di Como, sono il volano dell’economia mondiale; non per niente in questo mondo tutto sta andando allegramente a puttane. Le forze dell’ordine si fanno vedere raramente, solo per qualche breve e sporadica retata dopodiché, quando le acque si sono calmate, tutto ritorna come prima perché nulla è cambiato. Si ritorna a respirare sempre la stessa aria pesante ma rassicurante di prima, rassicurante solo per me che sono privo di documenti: sono Ahmad il vagabondo, per la vostra legge un pericoloso criminale, un clandestino da cacciare via.
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Sono sempre al centro dell’attenzione, in tutte le occasioni: quando mi alzo pigramente al mattino e mi stiracchio per bene, quando gioco con la pallina sotto il tavolo in cucina, quando mangio la pappina pronta di carne mista e verdure fresche, quando mi rotolo sul grande divano davanti al televisore e pure quando, con mio grande piacere, mi rotolo nel fango facendo inorridire mamma e papà. Mamma e papà mi coccolano, mi viziano, mi lavano, mi baciano, mi pettinano, mi curano come fossi una bambina piccola. Io sono Lilly, sono una cagnolina, sono cresciuta, ho sette anni, sono un animale, ho la mia dignità. Non ho un’anima, ho solo istinto, mettetevelo bene in testa. In casa vedo dappertutto un cane che mi assomiglia: quando passo davanti allo specchio, nello sfondo dello smartphone quando è acceso, nei piccoli quadretti appesi in fila sul muro del corridoio, nel grande quadro con cornice a giorno del soggiorno e anche stampato sulla maglietta che mia mamma indossa tutte le volta che la trova pulita nell’armadio, conciato con un ridicolo cappellino di carnevale sulla testa. Dimenticavo in auto, stampato sulle tendine parasole con la scritta “i love my dog” a caratteri cubitali.
Sono sempre al centro dell’attenzione in tutti i TG, parlano spesso di me e dei miei compagni di sventura. Non mancano i programmi di approfondimento con servizi sui clandestini e sulla piccola criminalità, quella più sentita dall’uomo della strada, al di fuori del piccolo schermo sono invisibile, eppure sono in strada. Stradafacendo inseguo un sogno: sogno di vivere come tutti voi, perchè sono un uomo, non sono una bestia, anche se mi vedete sporco peggio di un animale.
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Ho sempre la pancia piena perché il cibo in casa non manca mai: la dispensa è piena di scatolette di carne, di vaschette golose, di stick per la pulizia dentale che la mamma non mi fa mai mancare, cascasse il mondo. Io sono al centro dell’attenzione, sono il loro sole, tutto gira intorno a me.
A volte, quando lo stomaco è vuoto, mangerei anche cibo per cani, la fame ti fa sembrare tutto commestibile. Non sono vegano, non vengo dal Veganistan, sono afghano, vengo dal lontano Afghanistan. Non disdegno il cibo scaduto che i supermercati gettano nella spazzatura perché nessuno li vuole. Se non è andato a male è ancora buono, se hai la pancia vuota è più che buono, è buonissimo.
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Vorrei giocare con una bambina piccola, non con Micia, la gattina siamese con cui condivido la stanza da appena un mese; ma la mamma non ne vuole sapere, dice che sono io la sua bambina, che mi amerà sempre come una figlia. Io questi discorsi non li comprendo, anche se sento spesso dire che mi comporto come e meglio di un umano. Io non sono umana, nemmeno di Marcelli di Numana, sono solamente una cagnolina, sono semplicemente Lilly.
Vorrei tante cose. Vorrei una famiglia mia con dei figli miei. Vorrei anche un cane; lo tratterei con rispetto, col rispetto che meritano tutte le creature viventi, senza scordare la sua vera natura che non è umana. Un cane non è un giocattolo da esibire, non è uno status symbol. Quando sento alla radio la voce di Giorgia in “vorrei, vorrei, vorrei……..”, vorrei chiederle perché non mi vuole; forse lo so, perché io sono un uomo, non sono padre, non sono italiano, non sono cristiano, sono semplicemente Ahmad il vagabondo.
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Chapeau!!!
A proposito di cappello, scusa per le probabili cappelle che potresti trovare nei miei testi, non trattandosi di testi sacri ben vengano le critiche, non vengo dall’altra parte del mondo però se mi sbaglio, mi corrigerete. Grazie tante.
Nel tuo bellissimo racconto, ci sono due aspetti importanti e che mi colpiscono. La metafora geniale che hai utilizzato per parlare e non parlare di un problema grave e serio, come quando, in questi giorni, se vuoi scrivere la parola ‘Israele’ sui social, la devi criptare, magari inserendoci un carattere speciale o un numero. Siamo arrivati a questo e credo che abbiano veramente toccato il fondo. Poi c’è il confronto fra due ‘mondi diversi’, opposti, ai limiti di due orizzonti. Questi modi si devono per forza mescolare perché l’unica strada è l’integrazione. Non lo faremo noi cinquantenni e sessantenni perché siamo una generazione di me… Ma lo faranno i nostri figli e nipoti che sono devono per forza essere meglio di noi se vogliono in qualche modo sopravvivere. Il tuo bellissimo e toccante racconto mi ha fatta arrabbiare e mi ha rovinato la fine della mattinata. Probabilmente è perché è andato a segno. Bravissimo
È un “pugno” nello stomaco, lo ammetto. Se ti ha “rintronato” e fatto venire anche un mal di testa forte, ho un rimedio efficace: R-okitask! E continui la giornata col buonumore e la voglia di scrivere un altro dei tuoi meraviglosi racconti ai quali ci hai abituato da tempo, e dai quali traggo insegnamento per migliorare il mio, aihmè, scarso italiano. Al contrario, dalla mia storia non troverai alcun insegnamento, solo qualche battuta, a volte amara. Grazie Cristiana per avere perso del tempo prezioso per scrivere un commento alla mia storia; più che una storia direi che è la cruda realtà.
‘e dai quali traggo insegnamento per migliorare il mio, aihmè, scarso italiano. Al contrario, dalla mia storia non troverai alcun insegnamento, solo qualche battuta, a volte amara. Grazie Cristiana per avere perso del tempo prezioso per scrivere un commento alla mia storia; più che una storia direi che è la cruda realtà.’
Bocciato 🙂 🙂 🙂
Praticamente, tutto sbagliato. Mai più vorrò sentire tali parolacce.
Un abbraccio fabius 🙂
Fa male perché è tutto vero. Piaciuta tantissimo
Ti ringrazio anche a nome di Lilly dalla sua cuccia e di Ahmad dell’Albania.
Forte questo racconto!
L’ho scritto in vivavoce😂
La tua satira triste e giocosa corrisponde al vero; ne condivido il senso dal principio alla fine. Mi piacciono i cani, li rispetto come animali a quattro zampe, anche da compagnia, ma bisognerebbe davvero, dare il giusto peso e valore a ogni cosa, animale o persona.
Grazie M.Luisa. Ho detto solo quello che i cani e i vagabondi non dicono. Scriverlo non m’annoia, anzi, mi diverte. Non sono tutte parole mie, ne ho rubate alcune a Fiorella: “Che sia benedetta”.
Non avevo notato le parole di una bella canzone e di una cantante che ammiro, come artista e come donna.
“vorrei chiederle perché non mi vuole; forse lo so, perché io sono un uomo, non sono padre, non sono italiano, non sono cristiano, sono semplicemente Ahmad il vagabondo.”
Un bellissimo finale, amaro, che arriva come un rigurgito acido dopo aver mangiato troppi dolci. I dolci delle risate che ci facciamo credendo di leggere qualcosa di divertente.
Grazie Fabius, anche una botta d’acido qualche volta serve.
Grazie Giancarlo. Vorrei, vorrei, vorrei……, a volte vorrei andarmene per i fatti miei, ma non posso far finta di non vedere, cè tutto un mondo che gira intorno come non lo vorrei . Lo racconto con qualche sorriso, anche se è un riso amaro.